Labour, da Red Flag ai Blur e ritorno


Anno di grazia 1983. Micheal Foot, candidato premier laburista, è appena stato travolto dal ciclone Margaret Thatcher, perdendo le elezioni con ben cinque milioni di voti di distacco e scongiurando in extremis l’umiliante sorpasso del terzo incomodo liberale.

Anno di grazia 2015. Ed Milliband, candidato premier laburista, esce con le ossa rotte dallo scontro elettorale con David Cameron, in quello che, nelle aspettative di molti, avrebbe invece dovuto configurarsi come un testa a testa all’ultima scheda.

Torniamo indietro: anno di grazia 1983. Neil Kinnock diventa segretario di un Partito Laburista ridotto ai minimi termini, i cui tratti identitari, per non parlare delle strategie comunicative, vengono diffusamente percepiti come anacronistici. Kinnock allora, in notevole ritardo rispetto ai Tories, si affida a due professionisti provenienti dal mondo delle pubblicità, Peter Mandelson e Philip Gould, al fine di svecchiare l’immagine del partito.
Non avendo licenza di agire sulla proposta politica, i due noti spin-doctor si dedicano al piano simbolico, ed il primo sacrificio sull’altare della modernità diviene la Bandiera Rossa.
In occasione del congresso del 1985, infatti, lo storico simbolo del Labour viene sostituito da una rosa rossa, mutuata dal patrimonio iconografico della socialdemocrazia scandinava.
Non potendo essere altrettanto drastico con il tradizionale inno Red Flag, che ancora scaldava gli animi degli iscritti, “Mandelson […] fece in modo che le riprese televisive si dissolvessero prima dell’inno, che scompariva, così, dalla visione dei telespettatori”, senza per questo scomparire dalle orecchie dei militanti. (Grandi, Vaccari 2013, 70-71).

Anno di grazia 1985. Kinnock tiene a battesimo “Red Wedge”, un’organizzazione collaterale al partito fortemente voluta da due storici cantautori inglesi: Paul Weller e Billy Bragg. Ricorda Bragg: “Non puoi fare cose del genere nel vuoto ideologico. Red Wedge successe perché ci incontravamo costantemente – le solite band su palchi diversi, per diverse questioni: i minatori, il Nicaragua, anti-apartheid, antirazzismo. Era sempre la stessa gente” (Harris 2003, 151).
Tutti quegli artisti furono impegnati attivamente nella campagna elettorale del Labour in vista delle elezioni del 1987, tenendo concerti particolarmente sentiti in decine di distretti elettorali.
Un indubbio passo avanti dal punto di vista del marketing politico, certamente. Eppure, in un epoca in cui i cosiddetti New Romantics, dai Duran Duran agli Spandau Ballet, dominavano le classifiche, quali elettori potevano entusiasmarsi ascoltando versi quali “Come take a walk upon these hills / And see how monetarism kills / Whole communities, even families / There’s nothing left, so they’ve all gone away” (da “All Gone Away” dei Paul Weller’s Style Council, 1985)?

Anno di grazia 1987. I Laburisti di Kinnock subiscono la terza sconfitta consecutiva per mano della Lady di Ferro: evidentemente ai concerti di Red Wedge avevano partecipato solo vecchi arnesi del Labour

Anno di grazia 1994. Due anni prima era giunta la quarta sconfitta del Partito Laburista: dimissioni di Kinnock, uscito perdente anche dallo scontro con John Major. John Smith lo avvicenda alla guida del partito, ma muore soltanto due anni dopo: nel 1994 appunto.
Arriva il rampante Tony Blair e la musica cambia. Non solo politicamente, con la teorizzazione di una terza via ben distante dal rigore ideologico dei predecessori. Non solo mediaticamente, grazie al famigerato stratega Alastair Campbell.
Letteralmente, è la musica che cambia. Basta ai Paul Weller, ai Billy Bragg e ad altri consunti cantautori di sinistra così inesorabilmente di nicchia: sono gli anni del Britpop, di Blur e Oasis in vetta alle chart e in copertina su tabloid e quotidiani.
Le storie parallele di Blair, Gallagher, Albarn meriterebbero pagine e pagine di studio, ma non è questa la sede. Basterà considerare che gli spin-doctor di Blair fecero sì, con assidui corteggiamenti e reciproche invasioni di campo, che i protagonisti della rinascita del pop inglese fossero associati al giovane leader ed alla rinascita che egli prospettava per il paese. Valga ad esempio la testimonianza di Alex James, bassista dei Blur, che ricorda come si volesse che essi fossero “associati al New Labour, così che il New Labour sembrasse trendy. […] Proprio come se la Camel mi inviasse sigarette gratis o ricevessi vestiti gratis da Prada. E’ il modo più veloce per vendere un prodotto: associarlo a persone che sono considerate di successo e un tantino sexy. E, ovviamente, funzionò” (Harris 2003, 200).

Anno di grazia 2015. I fasti del New Labour sono lontani. E’ lontano Blair, e altrettanto lo sono i sodali dell’epoca, da Gordon Brown a Alastair Campbell. C’è, come anticipato, un partito stordito da una sconfitta elettorale cocente, un leader dimissionario – Ed Milliband – e una nuovo segretario da eleggere.
Come siano andate le cose è risaputo: Jeremy Corbyn, sessantacinquenne esponente della sinistra del partito (di cui The Bottom Up aveva parlato qui), da outsider, candidato “di testimonianza” quale era ritenuto in partenza, ha conquistato la nomination a segretario di un Labour che senza ombra di dubbio non definiremo più “New”.
Una reazione emotiva alla recente sconfitta? Un ritorno alle radici e agli orizzonti ideologici del partito? O invece il doveroso e atteso ritorno nelle cronache politiche di valori di giustizia sociale mai troppo vecchi, specie di fronte all’uscita diseguale dalla crisi a Londra?
Numerosi commentatori, in questi giorni immediatamente successivi al primo discorso pubblico del neo-eletto Corbyn, si stanno dilettando nella soluzione di questi interrogativi.

Non molti però hanno notato un uomo brizzolato salire sul palco del comizio di Corbyn, stendere un pugno chiuso al cielo e intonare questi versi: “So raise the scarlet standard high / Beneath its folds we’ll live and die / Though cowards flinch and traitors sneer / We’ll keep the red flag flying here”.
Guardate questo video.
Di chi si tratta?
Ma di Billy Bragg, naturalmente: il fondatore di Red Wedge è tornato, trent’anni dopo.
Sì, mentre gli Oasis si sono sciolti e i Blur registrano dischi a Hong Kong, quei cantautori di sinistra che Blair aveva (si può dire?) rottamato sembrano pronti a scendere nuovamente in campo al fianco di un nuovo, vecchio leader.

Il fugace riaccendersi di una vecchia fiamma? Lo verificheremo nei prossimi mesi. Ad oggi pare che Billy Bragg abbia ritrovato, almeno in parte, l’entusiasmo e quella “pienezza” ideologica che egli stesso ricordava a proposito di Red Wedge.
Eppure, se già trent’anni fa Bragg e compagni affrontavano tournée così felicemente “di minoranza”, possiamo attenderci esiti diversi oggi, nell’anno di grazia 2015?
Ci auguriamo, per Corbyn, per il Labour, e per noi di sì.
Quello che conta al momento è che Red Flag, proprio quell’inno che Mandelson e Gould avevano vietato di trasmettere in televisione per modernizzare l’immagine del Labour tre decenni fa, torna ad essere cantata. E fa un certo effetto.

Andrea Zoboli

The Bottom Up

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Web magazine che si occupa di approfondimento di politica, esteri, attualità e cultura. Collaboratore con Pequod Rivista da maggio 2015.
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