This Machine Kills Fascists: la musica è l’arma dell’uomo


Da sempre la musica tradizionale è stata un mezzo di descrizione del quotidiano, un modo accettato dalla società per esprimere le proprie opinioni. I supporti tecnologici hanno fatto il resto: alla fine della Grande Guerra l’altoparlante diventò centrale per la diffusione della produzione musicale; ma contemporaneamente il disco e la radio permisero ad una grande varietà di produzioni locali di arrivare all’orecchio del grande pubblico.

Negli gli anni ’20 e ’30 in America si sviluppano dei nuovi generi musicali aventi come comun denominatore la musica tradizionale: ai grandi successi del blues classico si affiancano gli omaccioni del country blues, cantanti e chitarristi afroamericani che mettono in musica il loro background di miseria, disordine sociale e dissolutezza. Si crea uno stile vocale e chitarristico che sarà la base del successivo rhytm and blues e del rock. Invece Hillibilly erano i montanari degli Stati del sud, e questo diventò il termine per identificare il loro genere musicale. Il “country dei bianchi” vedeva come protagonista assoluto il banjo, così come il violino suonato con la tecnica “popolare” (appoggiato sull’avambraccio invece che sotto il mento).

Dopo la Grande Depressione masse di migranti si spostano a ovest degli Stati Uniti per scappare dalla siccità e dalle tempeste di sabbia che tanto avevano tediato gli stati centrali. Woody Guthrie (1912-1967) è con loro e canta i drammi, lo sconforto e le illusioni, in una combinazione di lucidità e di realismo che caratterizza i testi delle sue canzoni. Arrivato a Los Angeles, canta le sue critiche sociali e politiche alla radio; la diffusione è capillare e persegue a cantare del New Deal e dell’antifascismo unendosi ad altri cantanti impegnati politicamente: Guthrie è il vero padre della musica cantautoriale, che avrà un’influenza decisiva sul movimento successivo del folk revival e sui cantautori sessantottini.

Il mondo stava cambiando, soprattutto nel secondo dopoguerra, quando nel pieno dell’ “americanizzazione” di usi e costumi del quotidiano, c’era chi sentiva il bisogno di contrapporsi alla banalità e alla mistificazione ideologica della musica leggera. In Italia la goccia che fece traboccare il vaso furono Sanremo e le sue Casette in Canadà. La contrapposizione alla leggerezza musicale venne portata avanti dal gruppo Cantacronache di Torino e il collettivo del Nuovo Canzoniere Italiano, a cui aderirono anche le menti poetiche di Italo Calvino, Franco Fortini e Umberto Eco. Particolarmente ignorati dalle case discografiche, trovavano accoglienza tra le menti meno pretenziose di circoli operai, gli ambienti letterari e le case del popolo: l’elemento fondamentale del loro lavoro fu la riscoperta del mondo popolare (sulla scia delle ricerche etnografiche ed etnomusicolgiche di Ernesto De Martino e di Alan Lomax). Durante i loro concerti, per esempio, veniva chiesto al pubblico di riportare alla memoria canzoni popolari, canzoni di lotta e denuncia sociale o dell’esperienza partigiana con l’obbiettivo di dare voce a quelle che venivano considerate culture subalterne, creando così una primordiale idea di repertorio in questo senso.

https://www.youtube.com/watch?v=ndghIHgONMU

Cantautori di stampo sanremese si avvicinarono a questo spirito musicale: Giorgio Gaber, Enzo Jannacci, Luigi Tenco esordirono in un contesto più vicino alla popular music e al rock’n’roll di matrice americana per poi diventare i primi rappresentanti della canzone d’autore impegnata, insieme all’anticonformista Fabrizio De Andrè. Con il ’68 (che in Italia durò fino a oltre la metà degli anni ‘70) il cantautorato s’infiamma di critiche politiche e sociali: arrivano i primi album di Francesco Guccini e la svolta di autoanalisi collettiva sui clichè e i limiti della società italiana di Gaber.

Da qui in poi la canzone d’autore italiana si riempie di sfaccettature e sonorità provenienti da influenze di ogni sorta, con una vena poetica, politica e sentimentale ereditata da questi grandi artisti che magistralmente hanno unito musica e poesia diventando i padri cantautori della popular music. Rimane il fatto che la musica di tradizione popolare è la base più intima da cui partire, il nostro background tradizionale che troppo spesso viene preso alla (musica) leggera.

Sara Alberti

Sara Alberti

Nata sulle colline bergamasche nel 1989, percuoto dall’età di otto anni, quando ho iniziato a studiare batteria e percussioni da orchestra nel Corpo Musicale Pietro Pelliccioli di Ranica (W la banda!). Dopo essermi barcamenata tra le varie arti, la Musica ha avuto la meglio e mi è valsa una laurea in Musicologia. Profondamente affascinata dal vecchio e dall’antico, continuo a danzare e suonare nella Compagnia per la ricerca e le tradizioni popolari “Gli Zanni” e per il mio grande amore balcanico Caravan Orkestar. Su questa nave di pirati sono la responsabile della sezione Nuove Premesse, della cambusa e della rubrica musicale.
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Nata sulle colline bergamasche nel 1989, percuoto dall’età di otto anni, quando ho iniziato a studiare batteria e percussioni da orchestra nel Corpo Musicale Pietro Pelliccioli di Ranica (W la banda!). Dopo essermi barcamenata tra le varie arti, la Musica ha avuto la meglio e mi è valsa una laurea in Musicologia. Profondamente affascinata dal vecchio e dall’antico, continuo a danzare e suonare nella Compagnia per la ricerca e le tradizioni popolari “Gli Zanni” e per il mio grande amore balcanico Caravan Orkestar. Su questa nave di pirati sono la responsabile della sezione Nuove Premesse, della cambusa e della rubrica musicale.

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