Per un teatro senza confini


Un luogo, o meglio un ambiente: qui e ovunque. Tante storie raccontate evocate e incarnate da persone reali. Il punto di partenza e il punto d’arrivo sono l’incontro: con sé e con l’altro, ma anche con chi quell’incontro non l’ha vissuto in prima persona.

Questo è il teatro, soprattutto nei laboratori con attori e non-attori; questo è il teatro che ci raccontano Teatro Due Mondi, Isabelle il Capriolo e Lucia Palmero con Popoli in arte, realtà che lavorano da tempo con migranti e richiedenti asilo per costruire un teatro capace di accoglienza.

Teatro Due Mondi, l’accoglienza senza confini

Prima tappa obbligata di questo viaggio è l’incontro con Alberto Grilli, regista di Teatro Due Mondi, storico “teatro di gruppo” italiano che dal 1979 crea spettacoli di strada e di impegno sociale. Ogni giovedì sera la sua Casa del Teatro a Faenza (RA) apre le porte a tutti, cittadini e migranti, per il laboratorio teatrale permanente Senza confini, che periodicamente porta in piazza un numero elevatissimo di partecipanti (tra i 50 e i 70) con azioni di strada fondate sull’uso del corpo e perciò in grado di coinvolgere e comunicare a un pubblico eterogeneo.

Tutto è cominciato nel 2011, quando Teatro Due Mondi stava lavorando con un altro gruppo di partecipanti e su un altro tipo di urgenza: il caso delle 340 operaie licenziate dall’Omsa, storica fabbrica faentina, da cui nacque lo spettacolo Lavoravo all’Omsa.

«Da questa esperienza già nata l’idea di un teatro partecipato con attori e non-attori», racconta Grilli. «Nello stesso anno, per caso – ma il caso non è mai un caso [sorride, ndr] – la cugina di una partecipante ci ha chiesto di portare lo spettacolo nel centro di accoglienza di Lugo, vicino Faenza. Noi però abbiamo deciso di proporre un laboratorio. Ci siamo resi conto da subito che anche in città c’erano molti rifugiati, ma c’era poca coscienza tra gli abitanti di Faenza. Abbiamo deciso di continuare qui l’esperienza, con il laboratorio permanente», passando per numerosi progetti europei. Il gruppo continua a creare spettacoli legati alle tematiche del lavoro, alla discriminazione delle donne o al tema dell’accoglienza, «ma dall’esperienza dell’Omsa abbiamo cominciato a interessarci più ai non-attori che agli attori, anche mettendo a punto nuovi metodi del fare teatro».

Alberto Grilli mi parla del metodo di “prima accoglienza linguistica”, un approccio alla lingua italiana attraverso il racconto e la musicalità dei suoni, e di teatro partecipato: teatro di strada e in spazi aperti incontra il lavoro con gruppi misti, in cui dialogano insegnanti e genitori, cittadini e richiedenti asilo. Un teatro inclusivo, in cui conta l’“esserci”, non l’esibirsi.

Per questo la scelta delle azioni in piazza, tutte contrassegnate da titoli suggestivi. Una di queste, l’Azione per la gratitudine (2015), nasce dall’incontro del Teatro Due Mondi con i partecipanti al laboratorio che ogni giovedì sera si tiene nel paese di Ranica (BG), guidato da Sophie Hames e Luciano Togni di Isabelle il Capriolo.

Diritti in movimento: Isabelle il Capriolo

La prima esperienza di Sophie con i richiedenti asilo risale a 14 anni fa, quando ancora si trovava in Belgio, il suo paese natale. Poco più di due anni la collaborazione con il centro di accoglienza della comunità Ruah di Bergamo e oggi un laboratorio aperto a tutti, gratuito e autofinanziato. «Ci teniamo tanto. Il nostro gruppo è diventato una specie di famiglia. Anche un bisogno», racconta Sophie.

Il lavoro al centro culturale di Ranica è finalizzato alla creazione di azioni di strada, «ma questa è solo una parte del lavoro. Tutto il resto è incontro, e il teatro ha un potenziale grandissimo che è il gioco. I richiedenti asilo spesso arrivano in Italia e non hanno amici, non hanno la possibilità di parlare e confidarsi. Hanno bisogno di amicizia, come noi dopotutto. Io non so quanto do, ma so quanto ricevo. E sono mondi, mondi che si aprono».

Le azioni che portano in piazza hanno un valore politico, che si concretizza in tematiche ricorrenti: «Una cosa che ci preme è l’aspettativa: cosa ci aspettiamo da loro e cosa si aspettano loro da noi e dall’Europa?». Ma anche l’attesa e l’impossibilità di muoversi liberi nel mondo. «Il diritto al viaggio: io posso spostarmi ovunque, invece loro hanno una pazienza infinita. Devono stare zitti e aspettare, spesso in condizioni disumane, in centri d’accoglienza con otto persone per stanza».

Il tema del viaggio è centrale nello spettacolo Infinite porte, all’auditorium di Ranica il prossimo martedì 21 febbraio, in cui si fa riferimento anche agli italiani che si mettevano in viaggio verso il Belgio, paese d’origine di Sophie, per mettere nuove radici. Lei ne sintetizza l’essenza citando una parte del testo: «Il mio vecchio amico Augustin diceva che il mondo è come un libro: chi se ne sta sempre a casa sua finisce per leggere sempre la stessa pagina».

La bellezza dimenticata. Lucia Palmero e Popoli in arte

Grazie a Maria Paola Rottino, membro dell’associazione di cooperazione Popoli in arte, capiamo l’importanza della performance Don’t stop the beauty, che si è tenuta lo scorso 22 dicembre nella stazione di Ventimiglia, città che da sempre è un «confine permeabile», attraversato da tensioni sempre più forti. Grazie a lei entriamo in contatto con la regista, la performer Lucia Palmero, originaria della città.

«A noi sembrava importante e simbolico quel luogo, perché è punto di partenza, punto di arrivo e di respingimento da parte della polizia italiana. Per noi era importante sottolineare l’aspetto che non emerge, cioè la bellezza, la ricchezza che porta la diversità. Ed era importante farlo in un luogo in cui fosse possibile coinvolgere tante persone, un “limbo”, simboleggiato dalla sala d’attesa».

Don't stop the beauty_Pequod
Il volantino che i partecipanti alla performance “Don’t stop the beauty” hanno estratto dagli zaini e attaccato alle pareti della stazione di Ventimiglia.

Così Lucia ha contattato alcune corali italiane e francesi e ha chiesto ai richiedenti asilo di scegliere canzoni della loro tradizione che parlasse di viaggio o di frontiera. E poi c’è l’idea del confine. «L’ho materializzata in una porta chiusa ma trasparente, la porta a vetri della sala d’attesa. I gruppi dei richiedenti asilo cantavano dalla sala d’attesa con le porte chiuse: la gente da fuori poteva sentire le loro canzoni “filtrate». L’azione ha avuto un impatto forte sui passanti e sulle forze dell’ordine: «Mi ha colpito il tentativo di una donna di entrare forzando la porta», ricorda Lucia, «un altro uomo ha trovato una porta secondaria e da lì sono entrate persone che hanno chiesto di non smettere di cantare anche ad azione conclusa».

Il momento performativo cambia qualcosa nella percezione, anche per gli artisti che si approcciano a forme d’arte relazionali. Lucia Palmero ci racconta il suo percorso dalla pittura alla performance, centrata sui temi dei diritti umani e su azioni semplici ma intense: «Ho capito che mi interessa continuare a costruire momenti ripetibili, momenti di umanità, per stare insieme, attraverso azioni che si confondano il più possibile con la realtà». E mi corregge quando torno a parlare di teatro: «Più che teatro, più che qualcosa per un “pubblico” attivo, faccio in modo che sia il “pubblico” ad attivarsi».

In copertina: azione di strada presso il cortile dell’Accademia Carrara di Bergamo, realizzata dai partecipanti al laboratorio condotto da Isabelle il Capriolo.

Alice Laspina

Alice Laspina

Nata nella bergamasca da famiglia siciliana, scopro che il teatro, lo studio e la scrittura non sono che piacevoli “artifici” per scoprire e raccontare qualcosa di più “vero” sulla vita e la società, sugli altri e se stessi. Dopo il liceo artistico mi laureo in Scienze e Tecnologie delle Arti e dello Spettacolo e sempre girovagando tra nord e sud Italia, tra spettacoli e laboratori teatrali, mi sono laureata in Lettere Moderne con una tesi di analisi linguistica sul reportage di guerra odierno. Mi unisco alla ciurma di Pequod nel 2013 e attualmente sono responsabile della sezione Cultura, non senza qualche incursione tra temi di attualità e politica.
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Nata nella bergamasca da famiglia siciliana, scopro che il teatro, lo studio e la scrittura non sono che piacevoli “artifici” per scoprire e raccontare qualcosa di più “vero” sulla vita e la società, sugli altri e se stessi. Dopo il liceo artistico mi laureo in Scienze e Tecnologie delle Arti e dello Spettacolo e sempre girovagando tra nord e sud Italia, tra spettacoli e laboratori teatrali, mi sono laureata in Lettere Moderne con una tesi di analisi linguistica sul reportage di guerra odierno. Mi unisco alla ciurma di Pequod nel 2013 e attualmente sono responsabile della sezione Cultura, non senza qualche incursione tra temi di attualità e politica.


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