A guardia di una fede: intervista a un ultras dell’Atalanta


«Il mio primissimo ricordo dell’Atalanta è quello di Atalanta-Reggiana, fine anni ’80 circa, era la mia prima volta allo stadio, in Curva Nord insieme a mio padre. Ricordo tanti colori, canti, cori, tamburi e un’atmosfera unica, che mi ha colpito subito». Così Luca inizia a raccontare della sua fede, del suo amore incondizionato per la squadra della sua città, Bergamo. Per tutti è l’Atalanta, per i tifosi è la Dea. È infatti il profilo dell’eroina della mitologia greca Atalanta, la Dea per l’appunto, a spiccare sullo sfondo nerazzurro del logo del club.

Fondata nel capoluogo orobico nel 1907, la squadra bergamasca si distingue da sempre per essere la regina delle provinciali, ovvero una squadra di provincia che da sempre compete con le “grandi” del campionato italiano. «È facile da bambino tifare Juventus, Milan e Inter come la maggior parte dei tuoi compagni di classe. L’Atalanta invece è qualcosa che senti dentro, con cui hai un legame viscerale e che fa parte delle tue radici: se tuo padre è atalantino, tu sei atalantino». Per Luca il passaggio da semplice tifoso a ultras è stato naturale perché la sua è una passione che non si limita ad informarsi sul risultato della partita nel weekend. «La differenza tra un ultras e un semplice tifoso è che il primo pensa alla squadra tutti i giorni, come se fosse la sua fidanzata. Non so come spiegarlo diversamente, è proprio una passione che ti porta alla follia, all’eccesso. È il primo pensiero quando ti svegli la mattina e l’ultimo prima di andare a letto». Un sentimento così profondo che porta con sé una simbologia quasi religiosa, fatta di sciarpe, adesivi, berretti e tatuaggi, tutti rigorosamente nerazzurri, che identifica immediatamente gli appartenenti al culto della Dea.

Stadio di Bergamo

Secondo un sondaggio Demos-Coop, dal 2010 ad oggi la percentuale di italiani che si ritengono tifosi di una squadra di calcio è in calo. Si è passati dal 52% ad una media di circa 4 italiani su 10. È interessante però notare come all’interno del gruppo tifosi sia in aumento la fazione che si autodefinisce “militante”, quella cioè degli ultras, che oggi si aggira intorno al 47% del totale della tifoseria. Un dato significativo, se si considera che per i tifosi militanti la devozione nei confronti della squadra del cuore rasenta il culto di una divinità. «Concretamente fai tutto quello che puoi fare per la tua squadra, anche se la cosa a volte implica comportamenti eccessivi, al limite della legalità» spiega Luca. E sono numerose le situazioni in cui un tifoso militante è votato all’esagerazione. «Un ultras arriva all’eccesso quando si scontra con la tifoseria avversaria, o quando si getta contro la polizia. Quando sta sveglio 24 ore di fila alla Festa della Dea per seguirla, dare una mano a cucinare e a pulire. Quando si fa trentasei ore di trasferta per una partita».

Trasportati dalla fede per la Dea, le trasferte diventano dei pellegrinaggi, mentre le faide con le altre tifoserie hanno il fervore delle crociate. La retorica religiosa ben si addice al tifo degli ultras, che come ogni culto che si rispetti ha i propri idoli e miti. «C’è l’Olimpo dei grandi giocatori, come Piotti, Stomberg e Bellini, che sono stati dei campioni qui a Bergamo. Poi ci sono altre persone che hanno lasciato il segno nella storia di questa società calcistica e che sono venerate ancora oggi». Un solenne connubio fra rispetto della storia e venerazione degli idoli caratterizza la fede degli ultras. Ma chi pensa che il solo rito sacro condiviso dai tifosi sia la partita e che il loro unico santuario sia la Curva si sbaglia. Come una vera e propria comunità, gli atalantini sono infatti legati da qualcosa di profondo che li spinge a condividere il proprio quotidiano anche al di fuori dello stadio, nei numerosi luoghi di ritrovo dei tifosi della Dea a Bergamo e provincia. «Essere ultras non è solo andare allo stadio. È sapere di avere una compagnia, un punto di ritrovo. La Curva ha salvato tante persone da situazioni del cazzo, di disagio personale, ha aiutato molti ragazzi a crescere» dice Luca, che spiega che all’interno del gruppo le dinamiche sono più complesse di quanto si possa immaginare.

BNA, Brigate Nero Azzurre, tatuaggio di una ultras dell’Atalanta

«Si può davvero parlare di comunità degli ultras. C’è una sorta di organizzazione piramidale, ma non s’intende che abbiamo un capo o una regia. È più una struttura piramidale dalla sommità mozzata. Ci sono persone carismatiche, che forse sentono la passione e la fede per quello stemma e per quei colori più di altri, che tengono unita la comunità prendendosi responsabilità, organizzando assemblee per pianificare spostamenti e raduni. Non è cosa da tutti, servono buone doti di comunicazione per riuscire a parlare ad una massa di 100 persone, o ai 1500 ultras che si sono riuniti per l’ultima trasferta atalantina a Lione». Leader carismatici capaci di tenere insieme i tifosi nonostante le differenze, sottolineando l’importanza della fede che li unisce, più forte di tutto il resto, e per questo stimati dagli ultras. Tutti a Bergamo conoscono Claudio Galimberti, il “Bocia”, capo storico della tifoseria atalantina. «Claudio è l’incarnazione dell’Atalanta. Ha dato davvero tutto quel pover’uomo e ne ha subite molte, nessuno si merita di passare quello che ha passato lui in questi anni. Lui è una guida, un capo-popolo vero e proprio» racconta Luca con rispetto, lo stesso che in una comunità di fedeli si riserva al sacerdote, al pastore o alla guida spirituale.

Emozioni, speranze, delusioni e gioie forgiano l’animo degli ultras, la cui fede può vacillare nei momenti di difficoltà ma uscirne ancora più forte, perché la soddisfazione che si prova dopo certe vittorie cancella anche i momenti più duri. «L’ultima partita dell’anno scorso di fine campionato, Atalanta-Chievo è stata bellissima, l’essere tornati in Europa dopo ventisei anni è stata un’emozione che non dimenticherò mai» ricorda Luca con gli occhi luccicanti e un tono emozionato. La sua è davvero una fede autentica, che viene dal profondo del cuore, cieca, spassionata e dalle tinte nerazzurre…

 

A cura di Sara Alberti, Margherita Ravelli


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