“Giù la maschera!”, il primo LGBT Pride di Bergamo


Il 23 giugno 2018 sarà una data importante per Bergamo: si terrà infatti il primo LGBT Pride nella storia della città. Una manifestazione che, nonostante sia la prima nel suo genere per Bergamo, si rifà in parte alle tradizioni del territorio. Lo slogan dell’evento “Giù la maschera”, infatti, ci spiega Lorenzo Vergani, membro del comitato organizzatore di Bergamo Pride, «è nato proprio dall’importanza delle maschere nella cultura bergamasca, basti pensare a personaggi come Arlecchino o Gioppino». Oltre al rimando alla tradizione, però, come recita il manifesto politico dell’evento, la maschera simboleggia da un lato “l’oggetto dietro al quale tante persone LGBTQI (lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer e intersessuali) bergamasche si nascondono oggi per paura di essere giudicate”, dall’altro sta ad indicare la facciata di perbenismo e decoro che spesso nasconde in realtà pregiudizi radicati nella popolazione.

E’ proprio per sradicare questi pregiudizi che tutti, a prescindere dal loro orientamento sessuale, sono invitati a partecipare alla manifestazione, sia alla parata finale del 23 giugno che ai vari eventi ad essa legati che la precederanno, a partire dal corteo di apertura del 19 maggio. La manifestazione, infatti, si sta gradualmente trasformando in un evento onnicomprensivo: «Diverse realtà e associazioni culturali del territorio ci hanno scritto proponendo collaborazioni ed eventi collaterali, che speriamo vadano quindi ad aggiungersi alle due manifestazioni principali in programma». Obiettivi ambiziosi, insomma, nonostante nella fase iniziale dell’organizzazione non siano mancati vari intoppi. Tra questi figura anche lo slittamento della data, inizialmente fissata al 26 maggio, deciso da Arcigay a causa dell’arrivo della salma di Papa Giovanni XXIII lo stesso giorno, sebbene non tutti gli altri organizzatori fossero d’accordo con questa scelta.

Il logo di “Bergamo Pride 2018 – Giù la maschera!”

Lorenzo ci spiega inoltre che l’idea di organizzare il Pride è stata ben accolta anche dall’amministrazione comunale. Questo non dovrebbe forse sorprendere, se si pensa che il Comune di Bergamo ospita fin dal 2011 un Tavolo Permanente contro l’Omofobia presieduto dall’Assessore alla Coesione Sociale, Maria Carla Marchesi, con la partecipazione di membri delle associazioni LGBTQI del territorio, come ad esempio ArcilesbicaxxBergamo, Arcigay Cives e Bergamo contro l’Omofobia. Bergamo è inoltre la provincia italiana con il maggior numero di iscritti alla rete R.E.A.DY. (Rete Nazionale delle Pubbliche Amministrazioni Anti Discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere) e in città non mancano altri eventi e manifestazioni culturali su temi quali identità di genere e orientamento sessuale, primo fra tutti il Festival Orlando, realizzato con il patrocinio del Comune di Bergamo.

Le iniziative di sensibilizzazione su questi aspetti a livello territoriale non mancano, insomma. Ciononostante, questo è il primo evento della comunità LGBTQI a Bergamo di questa portata e per i più giovani potrebbe trattarsi del primo Pride della loro vita. «Partecipare a un Pride significa prendere una posizione netta e questo può in alcuni casi spaventare i più giovani e frenarli dal partecipare, ma è un passo importante che aiuta a prendere consapevolezza di sé. Per questo se hanno dei dubbi consiglierei prima di venire a conoscerci e scriverci via mail (info@bergamopride.org) o tramite la nostra pagina Facebook Bergamo Pride».

Tuttavia, in un contesto sociale sempre più aperto a queste tematiche, ormai largamente dibattute dalla stampa e oggetto di campagne elettorali, ha ancora senso organizzare un Pride e scendere in piazza? La battaglia per i diritti civili non si è forse spostata su altri fronti, primo fra tutti online? «Al contrario, oggi più che mai è importante scendere in piazza in prima persona e far vedere che ci sei. Non basta ricevere un diritto sulla carta per avere pari dignità di fatto: questa si conquista quando si viene considerati cittadini come tutti gli altri anche nella diversità. A volte si ha la sensazione che sì, abbiamo ottenuto pari diritti in molti ambiti, ma siamo tuttora davvero accettati solo a patto di omologarci a quanto è considerato la “norma”, a partire da come ci si veste, a come ci si muove, al nostro stile di vita… Che significato ha avere un diritto sulla carta, se poi dobbiamo comunque mantenere una facciata di “normalità”? E’ questo il senso del Pride, far vedere che ci siamo e come siamo». Giù la maschera, insomma.

 

Aggiornamenti: il primo LGBT Pride di Bergamo avrà un’unica data, fissata per il 19 maggio 2018. Segui l’evento Facebbok per ulteriori aggiornamenti.

Lucia Ghezzi

Lucia Ghezzi

Classe ’89, nata in un paesino di una valle bergamasca, fin da piccola sento il bisogno di attraversare i confini, percependoli allo stesso tempo come limite e sfida. Nel corso di 5 anni di liceo linguistico sviluppo una curiosa ossessione verso i Paesi dal passato/presente comunista, cercando di capire cosa fosse andato storto. Questo e la mia costante spinta verso “l’altro” mi portano prima a studiare cinese all’Università Ca’ Foscari a Venezia e poi direttamente in Cina, a Pechino e Shanghai. Qui passerò in tutto due anni intensi e appassionanti, fatti di lunghi viaggi in treni sovraffollati, chiacchierate con i taxisti, smog proibitivo e impieghi bizzarri. Tornata in patria per lavoro, Pequod è per me l’occasione di continuare a raccontare e a vivere la Cina e trovare nuovi confini da attraversare. Sono attualmente responsabile della sezione di Attualità, ma scrivo anche per Internazionale.
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Classe ’89, nata in un paesino di una valle bergamasca, fin da piccola sento il bisogno di attraversare i confini, percependoli allo stesso tempo come limite e sfida. Nel corso di 5 anni di liceo linguistico sviluppo una curiosa ossessione verso i Paesi dal passato/presente comunista, cercando di capire cosa fosse andato storto. Questo e la mia costante spinta verso “l’altro” mi portano prima a studiare cinese all’Università Ca’ Foscari a Venezia e poi direttamente in Cina, a Pechino e Shanghai. Qui passerò in tutto due anni intensi e appassionanti, fatti di lunghi viaggi in treni sovraffollati, chiacchierate con i taxisti, smog proibitivo e impieghi bizzarri. Tornata in patria per lavoro, Pequod è per me l’occasione di continuare a raccontare e a vivere la Cina e trovare nuovi confini da attraversare. Sono attualmente responsabile della sezione di Attualità, ma scrivo anche per Internazionale.

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