Immigrazione: la sfida politica del nuovo millennio


La grande agitazione sulle politiche di immigrazione vissuta in Italia negli ultimi anni e gli accesi scontri fra le varie parti politiche rivelano le difficoltà di una Nazione nel gestire uno degli effetti più dirompenti della fenomeno globalizzazione. L’Italia si è trovata a gestire il passaggio da Paese di emigrati a Paese di immigrazione in pochi decenni, fino a giungere ad essere uno degli Stati maggiormente interessati dai flussi migratori con un numero di immigrati, contando i soli soggetti regolari, che oggi supera i 5 milioni di individui. Il rischio di una transizione così veloce ma mal gestita porta ad una chiusura del Paese verso questo fenomeno e, di conseguenza, ad una drastica restrizione dei diritti dei migranti, e le leggi prodotte negli ultimi 20 anni ne sono la prova.

La legge n. 40/1998, la cosiddetta legge Turco-Napolitano, fu la prima legge sull’immigrazione italiana di carattere generale non approvata in circostanze emergenziali. La connotazione principale fu la definizione della programmazione dei flussi migratori integrata alla politica estera nazionale tramite un sistema di quote privilegiate a favore dei Paesi che collaboravano al rimpatrio di immigrati espulsi dall’Italia. Un suo grandissimo merito fu certamente l’introduzione nel sistema normativo italiano del Testo Unico sull’immigrazione, più volte modificato, il quale concentrava al suo interno tutte le norme nazionali riguardanti questo settore, contribuendo a semplificare e rendere più snella ed ordinata la normativa italiana in materia. La legge Turco-Napolitano operò sia in ottica di un’integrazione degli immigrati (tramite la previsione dell’ingresso per ricerca di lavoro, la carta di soggiorno per stabilizzare i residenti di lungo periodo e l’estensione delle cure sanitarie di base anche agli immigrati clandestini), sia potenziando le politiche di controllo ed espulsione, necessarie per i bisogni nazionali. Vennero così aumentati i casi nei quali l’irregolare espulso poteva essere passibile di accompagnamento alla frontiera e vennero previsti i Centri di Permanenza Temporanea ed assistenza (CPT) per trattenere ed identificare gli immigrati ed eventualmente espellerli.

La manifestazione contro i CPT e la legge Bossi-Fini in occasione dello sciopero dei migranti a Bologna nel 2010 (© Gabriele Pasceri / CC BY-NC-SA 2.0).

Negli anni successivi l’immigrazione crebbe ulteriormente anche per effetto dell’ingresso di nuovi Stati nell’Unione Europea e di conseguenza aumentò anche il numero degli aventi diritto al transito ed al soggiorno in Italia, che resero ancora più infuocato il dibattito politico su queste tematiche. Questa stagione venne inaugurata dalla legge n. 189/2002, la cosiddetta legge Bossi-Fini, la quale modificava in modo rilevante la Turco – Napolitano in senso restrittivo per i cittadini extracomunitari interessati ad immigrare in Italia. La nuova legge da un lato inasprì i controlli su chi già risiedeva in Italia, accorciando da 3 a 2 anni la durata dei permessi di soggiorno, introducendo la rilevazione delle impronte per tutti gli stranieri ed il reato di permanenza clandestina; dall’altro intervenne anche sulle nuove entrate, creando una procedura unica, basata sul contratto di soggiorno, la quale rendeva molto più difficile per il cittadino extracomunitario venire a lavorare legalmente in Italia. Questa legge fu però accompagnata da una gigantesca sanatoria, la più massiccia della storia europea, che coinvolse oltre 650.000 individui.

L’avvento di un nuovo governo di centrodestra, nel 2008, portò a un ulteriore irrigidimento della normativa tramite il cosiddetto “pacchetto sicurezza”, varato dall’allora ministro Maroni, il quale introduceva nuove fattispecie di reato per gli immigrati e l’espulsione per cittadini UE o extracomunitari condannati alla reclusione superiore ai 2 anni. La legge poi prevedeva per la prima volta il reato di ingresso e soggiorno illegale, nonché un ulteriore allungamento dei tempi massimi di trattenimento (fino a 6 mesi) nei CPT, ora ribattezzati CIE, Centri di identificazione ed espulsione.
Tale impostazione, la più restrittiva mai vista in Italia, venne parzialmente mitigata dalla successiva attuazione delle direttive europee, tra tutte, la cosiddetta “
direttiva rimpatri” del 2008, che disciplinava le norme e le procedure di rimpatrio di cittadini irregolari di Paesi terzi col fine di creare una politica di rimpatrio comune degli Stati membri, umana e rispettosa dei diritti fondamentali, coordinando le legislazioni dei vari Paesi UE.
In seguito, la legge n. 46/2017 , accelerò i procedimenti in materia di protezione internazionale, istituendo 26 Corti specializzate in materia di immigrazione e prevedendo procedure più snelle per il riconoscimento della protezione internazionale e dell’espulsione degli irregolari, basate sui colloqui con le Commissioni Territoriali.

Rifugiati siriani e iracheni provenienti dalla Turchia vengono aiutati a sbarcare sull’isola greca di Lesbo dai membri della ONG spagnola “Proactiva Open Arms” nell’ottobre 2015 (© Ggia / Wikipedia / CC BY-SA 4.0).

Da ultimo, l’avvio del nuovo Governo Conte si è caratterizzato, nelle prime settimane, da azioni energiche ad opera del neo ministro degli Interni Salvini, come quella di chiudere i porti alle navi delle O.N.G. che svolgevano attività di soccorso in mare dei migranti naufraghi. Le dichiarazioni che hanno accompagnato tali provvedimenti hanno poi incentivato notevolmente il sentimento di xenofobia e odio etnico già percepibile nel paese. Andando oltre queste azioni eclatanti da campagna elettorale, è il caso di soffermarsi piuttosto sui dieci punti portati dal premier al vertice di Bruxelles lo scorso 24 giugno:

  1. Intensificare accordi e rapporti tra Unione europea e Paesi terzi da cui partono o transitano i migranti.
  2. Istituire Centri di protezione internazionale nei Paesi di transito per valutare richieste di asilo e offrire assistenza giuridica ai migranti, anche al fine di rimpatri volontari.
  3. Rafforzare le frontiere esterne.
  4. Superare il Regolamento di Dublino, secondo cui una domanda di asilo dovrebbe essere lavorata da un solo Stato membro
  5. Superare il criterio del Paese di primo arrivo: chi sbarca in Italia, sbarca in Europa.
  6. Affermare la responsabilità comune tra gli Stati membri dei naufraghi in mare.
  7. Contrastare a livello europeo la “tratta di esseri umani” e combattere le organizzazioni criminali che alimentano i traffici e le false illusioni dei migranti.
  8. Istituire Centri di accoglienza in più Paesi europei per salvaguardare i diritti di chi arriva ed evitare problemi di ordine pubblico e sovraffollamento.
  9. Contrastare i “movimenti secondari”, ossia gli spostamenti dei richiedenti asilo tra i vari Stati dell’UE, attuando i punti precedenti (soprattutto la riforma degli accordi di Dublino), rendendo così di fatto gli spostamenti intra-europei di rifugiati meramente marginali.

     

  10. Stabilire delle quote di ingresso dei migranti economici in ogni Stato.

Tuttavia, solo una governance che non sia impostata sulla responsabilità della singola Nazione ma sia condivisa a livello europeo può gestire queste responsabilità ed un problema che oggi può sembrare affare di pochi Paesi di confine, un domani potrebbe essere avvertito come proprio dell’intero continente. Meglio allora sarebbe incominciare a lavorare tutti per una vera Unione solidale tra Stati.

In copertina: dei migranti siriani provenienti dalla Turchia vengono tratti in salvo sull’isola greca di Lesbo nell’ottobre 2015 (© Ggia / Wikipedia / CC BY-SA 4.0).


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