Voi che vivete sicuri, fuori dai campi di Rosarno


[…] Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane.

Primo Levi

A scuola i ragazzi di tutte le classi conoscono molto bene quello che successe nei campi di concentramento nazisti durante la seconda guerra mondiale. Negli ultimi anni si sono fatti molti passi in avanti lungo la via della sensibilizzazione. Merito di scelte politiche e didattiche, anche a livello internazionale. Le ghettizzazioni, i rastrellamenti, le deportazioni, le torture, i lavori forzati e le camere a gas. Il dramma di gente che moriva con l’unica colpa di appartenere a quella che veniva considerata una razza impura.
Onori e omaggi alla memoria. Sempre lo stesso spirito e quel mantra: “quello che è successo non deve ripetersi mai più”.

In teoria, ciò dovrebbe prevedere la presa di coscienza e la risposta ferma di ognuno di noi, qualora succedesse di nuovo. In pratica, esattamente un mese fa è avvenuto l’omicidio di Soumalia Sacko, il bracciante maliano ucciso a San Calogero, in provincia di Vibo Valentia. Soumalia si trovava in un edificio abbandonato, insieme ad altri suoi “coinquilini” della tendopoli di San Ferdinando. È stato freddato da un colpo alla testa mentre stava raccogliendo delle lamiere utili per costruire una baracca sicura che non prendesse fuoco, simile a tutte quelle che affollano l’ex area industriale del paesino a due passi da Gioia Tauro, dove si concentra la maggior parte dei lavoratori che ogni anno, nel periodo della raccolta degli agrumi, affollano le campagne della piana.
Stiamo parlando di gente che si sposta da una parte all’altra dell’Italia in base al tipo di coltivazione che si produce in un determinato luogo e periodo. Immigrati che continuano a migrare.
Molti di loro, giunti in inverno a San Ferdinando per raccogliere arance e mandarini, d’estate si spostano nel Foggiano per la raccolta di pomodori e altri ortaggi.

L’edificio abbandonato dell’ESAC, ex Opera Sila, ARSSA, che nel 2009 era diventato la più grande baraccopoli per i lavoratori stagionali delle campagne tra Rosarno e Gioia Tauro. (foto di Andrea Scarfo/CC BY-SA 3.0)

Come rileva il report dell’associazione “Medici per i diritti umani” (MEDU) I dannati della terra, per la sola San Ferdinando si parla di circa 3000 persone che trovano alloggio nell’ex area industriale tra cumuli di immondizia, bagni maleodoranti e fatiscenti, bombole a gas per riscaldare cibo e acqua, pochi generatori a benzina, materassi a terra o posizionati su vecchie reti e l’odore nauseabondo di plastica e rifiuti bruciati.
Le preoccupanti condizioni igienico-sanitarie, aggravate dalla mancanza di acqua potabile, e i frequenti roghi che hanno in più occasioni ridotto in cenere le baracche e i pochi averi e documenti degli abitanti, rendono la vita in questi luoghi quanto mai precaria e a rischio. L’ultimo rogo, il 27 gennaio scorso, ha registrato anche una vittima, Becky Moses, e ha lasciato senza casa circa 600 persone nella vecchia tendopoli.

Consideriamo allora se quelli che vivono nella piana di Gioia Tauro siano uomini. Non hanno tiepide case, bensì baracche e accampamenti di fortuna dove d’inverno si muore dal freddo, ma si rischia la morte anche (e soprattutto) quando si sta al caldo, a causa degli incendi scaturiti dai rudimentali impianti di riscaldamento.

Oltre a tutto questo, occorre poi considerare le condizioni di lavoro. Rosarno è infatti un territorio ad altissima densità mafiosa, dove la ‘Ndrangheta ha il controllo, pressoché totale, su tutte le attività. In un clima del genere, i braccianti immigrati sono deboli creature in pasto alle belve. Senza diritti e con paghe bassissime (circa 20 € al giorno, per almeno 10 ore lavorative), sono le vittime principali dei caporali che “organizzano” le squadre di lavoro. Facile intuire cosa comporti per queste persone denunciare.

Il logo dell’associazione Medici per i Diritti Umani (MEDU).

Quelli che non si voltano

In una situazione di precarietà sociale, economica e sanitaria, a garantire sostegno ai lavoratori provenienti dal Mali, Gambia, Somalia e altre zone sub-sahariane, ci sono associazioni locali e internazionali.
Abbiamo già citato MEDU, un’associazione di medici, ostetriche e volontari che fornisce assistenza sanitaria e legale ai braccianti, che per la maggior parte (circa il 90%) sono immigrati regolari. Sul sito dell’associazione viene precisato in maniera puntuale e dettagliata che “il progetto ha come obiettivo generale la tutela delle condizioni di salute e di lavoro dei migranti impiegati nel settore agricolo italiano in condizioni di sfruttamento e incidere sulle politiche locali e nazionali in tema di contrasto al caporalato e di sfruttamento lavorativo in agricoltura“.

Medu propone azioni essenziali. Porre attenzione alle condizioni sanitarie di donne e bambini, affinché questi abbiano un accesso alle cure molto spesso limitato dalle condizioni economiche e giuridiche. A tal proposito è necessario regolarizzare la loro condizione e rendere attivi e incrementare la rete di centri per l’impiego, con particolare attenzione per il settore agricolo. Naturalmente, sono necessari i controlli e un sistema che sia in grado mettere alle strette il caporalato.

Tuttavia, oltre a questo è necessario anche promuovere informazione. Ecco un altro punto su cui si batte l’associazione. Proprio per questo, la stessa ha realizzato una mappa interattiva delle rotte che percorrono i migranti. Uno strumento che si arricchisce di video e immagini per documentare in maniera dettagliata il dramma di un viaggio che si compone di violenze e atrocità. ESODI, questo il nome del progetto che ha dato vita alla mappa, cerca di spiegare, soprattutto attraverso la visione “in presa diretta’ del dramma, che cosa vuol dire mettersi in cammino dall’Africa sub-sahariana alle coste libiche.

L’idea è di rendere il tutto tangibile. Portare ai nostri occhi e alle nostre orecchie le storie di coloro che vivono in mezzo a noi, e che spesso, se va bene, neppure consideriamo, se va male li disprezziamo. Provare a considerare se anche questi siano uomini e intervenire per smantellare i lager e reprimere la Shoah del terzo millennio, cercare di apparire più umani agli occhi dei posteri.

 

In copertina: la baraccopoli di San Ferdinando, Rosarno, RC (foto di Antonello Mangano/CC BY-NC-SA 2.0).


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