Paris est magique!


Ben prima che l’“effetto farfalla” diventasse un cliché, mia figlia cantava con la sua voce stridula questa filastrocca dall’origine oscura:

Il gatto rovescia la tazza,

la tazza rovescia il tavolo,

il tavolo rovescia la stanza,

la stanza rovescia la scala,

la casa rovescia la strada,

la strada, la strada rovescia Parigi,

Parigi! Parigi! Parigi è rovesciata! 

I nostri padri vivevano a Parigi con il pericoloso gatto della filastrocca seduto davanti alla loro tazza, sul tavolo, nella stanza in cima alla scala che poteva rovesciare la strada. Conoscevano la fragilità della loro posizione, la rapidità con cui la strada poteva rovesciare i regimi: prestavano grande attenzione ai bruschi rivolgimenti di scala.

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Paris: Ville Invisible, Bruno Latour

La scala a Parigi si è rovesciata e da quel 31 marzo non si è più tornati indietro. Il tempo è stato sovvertito e di aprile e maggio non si è sentita la mancanza, ci raccontano gli amici dalla capitale francese. Il gatto ha rovesciato la tazza prendendosi le strade e le piazze. Di nuovo, un’altra fiammata di conflitto e rivendicazioni si accende nel cuore dell’Europa, proprio nella città dove la rivoluzione l’hanno inventata.

Da mesi l’opposizione alla Loi travail, riforma del lavoro presentata dal ministro El Khomri, assume forme diverse e ne chiede il ritiro. Sin dagli inizi di marzo gli studenti si son dimostrati determinati a gridare che il loro futuro non era in vendita, accendendo una miccia che ancora brucia. È stato un attimo e lavoratori, precari, disoccupati, migranti si sono trovati in strada insieme agli studenti, nella medesima lotta per una vita dignitosa. Manifestazioni non autorizzate, blocchi stradali e delle merci, flashmob, sanzionamenti, riot come non si vedevano da un po’, occupazioni, assemblee oceaniche, concerti, street art sono solo alcune delle situazioni che hanno preso vita in questo lungo marzo.

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La Nuit Debout ha saputo contenere e far scorrere la rabbia di una città e di un paese che ha contato più di sessanta piazze in piedi. Place de la République come motore propulsore di idee e azioni per rigettare tutti insieme la precarietà che la Loi travail porta con sé. Le piazze si sono subito ingrossate e hanno iniziato a far paura, tanto che le violenze della polizia, protetta dallo état d’urgence, non si sono fatte attendere. Il governo, invece di cercare un dialogo con la piazza, ha continuato a tirare dritto per la sua strada ricorrendo alla legge speciale 49.3 (con la quale può approvare la riforma senza passare per il voto del parlamento). Negli ultimi giorni il maggiore sindacato confederale francese, la CGT, ha annunciato lo sciopero di tutte le raffinerie di greggio del paese e altri settori stanno prendendo esempio, bloccando centrali nucleari, porti, raccolta dei rifiuti, metro, autobus e aerei.  La battaglia è ancora viva e incerta nei suoi esiti.

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Place de la République è lo spazio fisico dove la Nuit Debout ha trovato casa. Luogo simbolo della Francia ferita dagli attentati, ora è spazio comune restituito alla città. Lo sconforto che si trasforma in rabbia, una generazione in lutto che si mette a lottare. E non solo questo.

Uno spazio che si scopre seduti sul lastricato grigio scuro che ricopre l’intera piazza. Dalla polvere e dalle impronte che rimangono sulle mani e sui vestiti.

Uno spazio che si conosce dalle numerose commissioni che ogni giorno si moltiplicano e danno vita alle discussioni sulle ore di lavoro, sui diritti dei migranti, sul reddito di cittadinanza, sul riscaldamento globale e tanto altro. Si discute, ci si confronta, si mettono in comune le idee. Sembra ci siano settantadue commissioni che riportano i contenuti nell’assemblea generale che si tiene ogni pomeriggio alle sei.

Uno spazio che si capisce camminando e cogliendone le parti che la compongono. C’è la logistique che si occupa dell’allestimento, una mensa, un media center con una radio e una tv streaming, una biblioteca, un punto di assistenza giuridica, un’infermeria e numerosi banchetti informativi.

Cogliere l’insieme della piazza con un solo sguardo è impossibile, provare a darne un riassunto o una sintesi anche. È anche nella sua diversità e nelle sue contraddizioni che si esprime la sua potenzialità. Pian piano si capisce che è un agglomerarsi di azioni e situazioni che si sommano, si sovrappongono, si incastrano fino a dare l’idea di un insieme.

È  prima di tutto il desiderio di partecipazione di decine di migliaia di persone che l’hanno attraversata e la fanno vivere giorno dopo giorno, battaglia dopo battaglia. È  una palestra di politicizzazione per militanti e per chi si trova lì per la prima volta. È  la metafora vivente di quel processo di soggettivazione che Foucault ci ha spiegato bene nei sui corsi al College de France.

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La posta in palio è il ritiro della Loi travail, ma non solo. La richiesta che la piazza esprime chiaramente è il bisogno di una forma nuova di democrazia. Una democrazia che sia ora, radicale e partecipativa. È nello stesso tempo una lotta contro un capitalismo che esclude, privatizzando i rapporti sociali quanto gli spazi collettivi. È la lotta contro un processo di precarizzazione che si fa norma nel lavoro, a scuola come negli affetti. È una lotta transnazionale che deve essere perpetrata sempre più, in un’ottica europea. È  il grido di quelli che non sono rappresentati. A Place de la Nation nasce la voglia di costruire novità sociali, sperimentando forme nuove e rivoluzionarie di stare insieme

Livio Amigoni

Livio Amigoni

Vissuto a Bergamo fino all’età di diciannove anni, mi trasferisco a Padova per studiare Psicologia senza troppe pretese e idee chiare sul futuro. Ispirato da un viaggio in Etiopia e vivendo le travolgenti mobilitazioni universitarie contro la riforma Gelmini mi iscrivo l’anno dopo a Scienze Politiche. Iniziano qui anni di attività politica dentro e fuori l’Università, prima con il collettivo Reality Shock e poi con il nascente Bios lab. Citando Foucault posso dire che l’obiettivo che mi ha guidato in questi anni non è stato quello di “scoprire cosa siamo, ma piuttosto di rifiutare quello che siamo. Dobbiamo immaginare e costruire ciò che potremmo diventare”. Sempre ispirato dallo stesso, mi sono laureato nell’estate del 2014 con una tesi sulla Parresia e il coraggio della verità riattualizzando i classici Greci. Amo viaggiare e stupirmi, da un anno sono vagabondo fuori dall’Italia e mi piacerebbe riportare qualcosa a casa tramite la nave di Pequod.
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Vissuto a Bergamo fino all’età di diciannove anni, mi trasferisco a Padova per studiare Psicologia senza troppe pretese e idee chiare sul futuro. Ispirato da un viaggio in Etiopia e vivendo le travolgenti mobilitazioni universitarie contro la riforma Gelmini mi iscrivo l’anno dopo a Scienze Politiche. Iniziano qui anni di attività politica dentro e fuori l’Università, prima con il collettivo Reality Shock e poi con il nascente Bios lab. Citando Foucault posso dire che l’obiettivo che mi ha guidato in questi anni non è stato quello di “scoprire cosa siamo, ma piuttosto di rifiutare quello che siamo. Dobbiamo immaginare e costruire ciò che potremmo diventare”. Sempre ispirato dallo stesso, mi sono laureato nell’estate del 2014 con una tesi sulla Parresia e il coraggio della verità riattualizzando i classici Greci. Amo viaggiare e stupirmi, da un anno sono vagabondo fuori dall’Italia e mi piacerebbe riportare qualcosa a casa tramite la nave di Pequod.

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