A forza di essere vento


 

 

Čvava sero po tutea
i kerava
jek sano ot
i taha jek jak kon kašta
vašu ti baro nebo
avi ker.
kon ovla so mutavla
kon ovla
ovla kon aščovi
me ğava palan ladi
me ğava
palan bura ot croiuti.
Poserò la testa sulla tua spalla
e farò
un sogno di mare
e domani un fuoco di legna
perché l’aria azzurra
diventi casa.
chi sarà a raccontare
chi sarà
sarà chi rimane
io seguirò questo migrare
seguirò
questa corrente di ali.

 

Questi i versi finali in romani, lingua madre del popolo Rom, della canzone Khorakhané scritta da Fabrizio De André e parte dell’album Anime salve. Versi di una poesia del Rom Giorgio Bezzecchi e cantati nel disco da Dori Ghezzi. Versi che concludono una ballata lenta che ci parla dello stile di vita e dell’assoluta libertà del popolo Rom e in particolare dei Khorakhané.
Nel suo tredicesimo album il cantante genovese insieme al concittadino Ivano Fossati intraprende un viaggio nell’anima del mondo degli umili, degli spiriti solitari, dei reietti, degli emarginati. Il filo conduttore è la solitudine che permette di essere liberi e non condizionati dalla società. Solitudine che trae origine, spiega De André, da comportamenti diversi dalla maggioranza degli esseri umani e quindi considerata deviante. Comportamenti dovuti a culture millenarie che certi popoli si portano dietro e non hanno intenzione di abbandonare. Questo è il caso dei Khorakhané, Rom musulmani, originari del Kosovo e migrati in Italia prevalentemente nella seconda metà del 1991, in concomitanza con l’aggravarsi della situazione nella ex-Jugoslavia.

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Zingari, Gitani, Rom come li si sente chiamare oggi, sono composti al loro interno da diverse comunità che parlano, o parlavano in passato, dialetti variamente intercomprensibili che derivano dal sanscrito. Originari dall’India del Nord, girano il mondo da più di duemila anni e sono distribuiti principalmente nei Balcani e in Europa centro-orientale. Un dato costante lo si ritrova nelle persecuzioni che hanno sempre subito, dal loro apparire nel medioevo europeo fino alla programmazione del loro genocidio durante il nazismo. Insieme agli ebrei almeno mezzo milione di Zingari persero la vita nei campi di concentramento. Nonostante ciò, sembrava non fossero poi così importanti e nessuno fu chiamato a testimoniare nei processi ai gerarchi nazisti.

“i figli cadevano dal calendario
Jugoslavia Polonia Ungheria
i soldati prendevano tutti
e tutti buttavano via”

Il viaggio è parte della loro natura, è necessità e diventa metafora di libertà, di vicinanza alla natura e allo spirito naturale. Il vento è ciò che più gli assomiglia e raffigura meglio la voglia di libertà del campo rom. De André non nasconde che questa loro propensione li porti, a volte, a dover affrontare condizioni dure e di miseria in cui sono costretti a vivere. Tuttavia essi conservano qualità conosciute solo ai viaggiatori che li rendono saggi, sensibili e vicini alla natura. Il viaggio stesso rende ricca e dolce la loro esistenza, canta magistralmente Fabrizio.

“quel campo strappato dal vento
a forza di essere vento
porto il nome di tutti i battesimi
ogni nome il sigillo di un lasciapassare
per un guado una terra una nuvola un canto
un diamante nascosto nel pane
per un solo dolcissimo umore del sangue
per la stessa ragione del viaggio, viaggiare”

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Alcuni Rom rubano, è vero. Alcuni italiani rubano, è vero. Alcune banche rubano, è vero. Che siano dei ladri è uno degli stereotipi che più si sentono sui Rom. Tradizionalmente erano, e sono ancora in parte artigiani, lavoratori di metalli, addestratori di cavalli, giostrai, indovini e cartomanti. Lavori, in gran parte, ora caduti in disuso a causa delle grandi fabbriche e del concorrenza sfrenata del capitalismo in cui viviamo. Si difendono, quindi, come possono e alcuni di loro rubano. I comportamenti illegali di alcuni tuttavia non giustificano il fatto di etichettare un’intera cultura millenaria come tale. E in più, non mi sembra onesto puntare il dito su di loro quando viviamo in un periodo storico in cui la corruzione e i furti sono all’ordine del giorno, soprattutto a livello istituzionale. In questo clima diffuso indignarsi di fronte a chi ruba per sopravvivere lo trovo squallido, ipocrita e populista.

“e se questo vuol dire rubare
questo filo di pane tra miseria e sfortuna
allo specchio di questa kampina
ai miei occhi limpidi come un addio
lo può dire soltanto chi sa di raccogliere in bocca
il punto di vista di Dio”

Pure Salvini ha usato De André per farsi pubblicità e darsi arie da intellettuale che palesemente non gli si addicono. Purtroppo le canzoni non le ha capite e nessuno gliele ha spiegate. Lui e la sua rozza retorica razzista continuano ad attaccare e strumentalizzare la questione rom senza aver capito nulla di questa cultura secolare. De André lo cantava divinamente e attraverso l’intensa lirica rilascia tutta la meraviglia di essere vento in una società sempre più omologata. Matteo Salvini avrebbe dovuto studiare di più o semplicemente provare a guardare al di là del suo ego o del suo opportunismo politico che passa sopra tutto, proprio come le ruspe che tanto osanna.

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Affetti o afflitti, si interroga De André, da “dromomania” viaggiano e si spostano di continuo, girando il mondo e non stabilendosi mai in un posto. Da duemila anni sempre in cammino senza armi e, malgrado le dicerie, non hanno mai fatto del male a nessuno o iniziato guerre. “Se si dovesse dare un Nobel per la pace ad un popolo, quello Rom sarebbe il più indicato” spiega Fabrizio presentando questo brano a Roma nel ’98 e aveva tremendamente ragione.

 

Livio Amigoni

Livio Amigoni

Vissuto a Bergamo fino all’età di diciannove anni, mi trasferisco a Padova per studiare Psicologia senza troppe pretese e idee chiare sul futuro. Ispirato da un viaggio in Etiopia e vivendo le travolgenti mobilitazioni universitarie contro la riforma Gelmini mi iscrivo l’anno dopo a Scienze Politiche. Iniziano qui anni di attività politica dentro e fuori l’Università, prima con il collettivo Reality Shock e poi con il nascente Bios lab. Citando Foucault posso dire che l’obiettivo che mi ha guidato in questi anni non è stato quello di “scoprire cosa siamo, ma piuttosto di rifiutare quello che siamo. Dobbiamo immaginare e costruire ciò che potremmo diventare”. Sempre ispirato dallo stesso, mi sono laureato nell’estate del 2014 con una tesi sulla Parresia e il coraggio della verità riattualizzando i classici Greci. Amo viaggiare e stupirmi, da un anno sono vagabondo fuori dall’Italia e mi piacerebbe riportare qualcosa a casa tramite la nave di Pequod.
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Vissuto a Bergamo fino all’età di diciannove anni, mi trasferisco a Padova per studiare Psicologia senza troppe pretese e idee chiare sul futuro. Ispirato da un viaggio in Etiopia e vivendo le travolgenti mobilitazioni universitarie contro la riforma Gelmini mi iscrivo l’anno dopo a Scienze Politiche. Iniziano qui anni di attività politica dentro e fuori l’Università, prima con il collettivo Reality Shock e poi con il nascente Bios lab. Citando Foucault posso dire che l’obiettivo che mi ha guidato in questi anni non è stato quello di “scoprire cosa siamo, ma piuttosto di rifiutare quello che siamo. Dobbiamo immaginare e costruire ciò che potremmo diventare”. Sempre ispirato dallo stesso, mi sono laureato nell’estate del 2014 con una tesi sulla Parresia e il coraggio della verità riattualizzando i classici Greci. Amo viaggiare e stupirmi, da un anno sono vagabondo fuori dall’Italia e mi piacerebbe riportare qualcosa a casa tramite la nave di Pequod.

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