Autore: Iacopo Gardelli

Istanbul è una città di confine? Questa è la domanda più difficile.

Agli occhi dell’ovvio, la risposta è sì: Istanbul è l’ultima città europa che si possa ancora considerare di confine, ovvero un limes tra due mentalità diverse e per certi versi inadeguate l’una all’altra. Istanbul con un piede in Europa, Istanbul ortodossa e bizantina; Istanbul con un piede in Asia, Istanbul dei minareti e del caffé turco. Ma a ben vedere, il confine implica separazione, discrimine. Qua inizia la civiltà, mentre hic sunt leones. Questa separazione, ad Istanbul, non l’ho vista. È la sua stessa storia di città di scambio, pedaggi e mercanti ad impedire che le parti, come in un composto chimico, si separino per decantazione. Come scrive Orhan Pamuk, nel libro che gli è valso il premio Nobel, Istanbul è una città in bilico. Ciò significa che il confine, se c’è, è mobile e decidiamo noi dove dise Andai nel luglio 2010, avevo in mente le immagini di Ara Güler, il fotografo che meglio di ogni altro è riuscito a catturare lo spirito della città negli anni ’50 e ’60, prima dell’ondata occidentale e della definitiva modernizzazione. Il suo meraviglioso bianco e nero si sovrapponeva tra i miei occhi e i colori sgargianti della realtà, deformava la mia visione, permeata da quel sentimento di gioiosa tristezza che in turco si chiama “hüzün“. Provai, senza grande successo, a scattare alcune foto della città seguendo l’esempio di Güler, con una Nikon del ’70 a rullino in bianco e nero. Questo spiega la bassa definizione delle immagini, che sono state scannerizzate per essere disponibili in digitale. La galleria non ha alcuna pretesa di ordine o completezza. Si tratta di foto scattate da un amatore, non da un professionista dell’immagine.

[Berlino ci son stato con Bonetti nel novembre 2011, durante gli ultimi sussulti del governo Berlusconi IV, in piena atmosfera di ancien régime: non ci fregava niente di spread, della “culona” Merkel, della Banca Centrale Europea, e i tecnocrati ancora non sapevamo bene cosa fossero (dal cilindro di Napolitano, stava per uscire un bel coniglio)....   leggi tutto

Facciamoci tentare da un’analogia. Lasciamo che siano i due termini accostati a chiarirsi l’uno con l’altro: da un lato la riflessione filosofica di Foucault, dall’altro le reti sociali e le comunità digitali. Cerchiamo di capire come il primo termine spieghi il secondo e, viceversa, come il secondo verifichi il primo. La posta in gioco filosofica è la costituzione del soggetto....   leggi tutto

Maria Lisboa Fa la pescivendola, usa scarpe basse, si muove come se un po’ brilla. Nel cesto, la caravella; nel cuore, la fregata.
Al posto dei corvi, sullo scialle
si posano gabbiani. Quando il vento la porta al ballo, danza al ballo con il mare.
È di conchiglie il vestito;
sono alghe i capelli; e nelle vene, come un rimorso,
il rombo del motore di un peschereccio.

Vende sogni e mareggiate,
preannuncia tempeste. Il suo nome, Maria. Il cognome, Lisboa. David Mourão-Ferreira La prima qualità che colpisce – diretto, agli occhi – il visitatore, è la luce del sole, bianchissima, che in pieno giorno si riflette a meridione sulla foce del Tago. Cammini per il Chiado, rivolgi lo sguardo al fiume (che è come un preannuncio di mare) e la luce ti inonda, motteggiando un miracolo; annulla i colori degli azulejos in un’istantanea chiarissima, sovraesposta. Non si tratta di un nitore toscano, di quelli che rendono più chiari i colori, più razionali gli spazi; si tratta di un lucore atlantico che abbaglia, confonde la vista. Perché Lisbona non è già più una città mediterranea. È una città limite, appesa all’estremo del vecchio continente, con un piede sull’ultimo sperone di roccia lusitano, e l’altro già immerso nell’oceano. … Si sarebbe portati quasi a crederci, al mito che la vuole fondata da Ulisse durante le sue errabonde navigazioni mediterranee; da Ulyssippo a Lisbona, l’etimo è breve. Mi immagino l’Ulisse dantesco approdare al sicuro, nel golfo protetto dalle acque grigio-verdi del Tago: giusto il tempo di fondare un’estrema città, prima di lanciarsi nella folle traversata della virtute e dell’ubrica canoscenza. … Alla periferia della vita europea, schiacciata dal regno di Castiglia per terra, e da quello d’Aragona per mare, Lisbona ha logicamente cercato uno sbocco nell’ignoto. Fino alla fine del medioevo è stata una città scalo, una tappa di collegamento tra i commerci baltici e quelli mediterranei. È chiaro dunque come, a fronte di una geografia estrema e isolante, per crescere e slegarsi dalla dipendenza di altre città, Lisbona abbia dovuto trovare nuove rotte, uscire da se stessa, dalla casa rassicurante del Mediterraneo. La caravella, strumento principe di questa sfida, è frutto del genio portoghese; e non stupisce trovare tra i signori leggendari di questo paese un Enrico soprannominato “il navigatore” (1394-1460). … C’è un racconto di Saramago che meglio di un intero saggio storico definisce questo spirito di sfida, questo sbilanciamento verso il non-conosciuto costitutivo della nazione portoghese. Semplice e profondo come le parabole del vangelo, O conto da ilha desconocida (1997)incarna, in un uomo senza nome, la storia di un intero popolo.

E tu perché vuoi una barca, si può sapere, fu ciò che di fatto chiese il re (…), Per andare alla ricerca dell’isola sconosciuta, rispose l’uomo, Che isola sconosciuta, chiese il re, camuffando il riso, come se avesse davanti a sé un pazzo fatto e finito, di quelli che hanno la mania delle navigazioni (…) L’isola sconosciuta, ripeté l’uomo, Frottole, non esistono più isole sconosciute, Chi ti ha detto, re, che non esistono più isole sconosciute, Sono tutte nelle mappe, Sulle mappe ci sono solo quelle conosciute, E che isola sconosciuta è questa che vuoi andare a cercare, Se te lo potessi dire, allora non sarebbe sconosciuta, Hai sentito qualcuno parlare di questa isola, chiese il re, adesso più serio, Nessuno, In questo caso, perché continui a dire che esiste, Semplicemente perché è impossibile che non esista un’isola sconosciuta....   leggi tutto

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