Autore: Livio Amigoni

Vissuto a Bergamo fino all’età di diciannove anni, mi trasferisco a Padova per studiare Psicologia senza troppe pretese e idee chiare sul futuro. Ispirato da un viaggio in Etiopia e vivendo le travolgenti mobilitazioni universitarie contro la riforma Gelmini mi iscrivo l’anno dopo a Scienze Politiche. Iniziano qui anni di attività politica dentro e fuori l’Università, prima con il collettivo Reality Shock e poi con il nascente Bios lab. Citando Foucault posso dire che l’obiettivo che mi ha guidato in questi anni non è stato quello di “scoprire cosa siamo, ma piuttosto di rifiutare quello che siamo. Dobbiamo immaginare e costruire ciò che potremmo diventare”. Sempre ispirato dallo stesso, mi sono laureato nell’estate del 2014 con una tesi sulla Parresia e il coraggio della verità riattualizzando i classici Greci. Amo viaggiare e stupirmi, da un anno sono vagabondo fuori dall’Italia e mi piacerebbe riportare qualcosa a casa tramite la nave di Pequod.

Sotto la pioggia quell’agente mi raccontava di qualcuno che non somigliava a mio fratello. Continuava a ripetermi che si era lasciato andare. Ed io continuavo a non capire. Ho fatto due tre domande, evidentemente troppe, visto che lui alla fine con aria infastidita mi ha detto: “Comunque controllate le carte, sono a posto”. Le “carte” che ti fanno sentire ancora più sola.
E cosa c’entrano le carte con la morte di mio fratello?
In un istante la disperazione è scomparsa.
In un istante è arrivato il senso di solitudine.
In un istante ho capito che se volevo trovare risposte alle mie domande avrei dovuto rimboccarmi le maniche. Ed essere forte.
Ilaria Cucchi...   leggi tutto

Čvava sero po tutea
i kerava
jek sano ot
i taha jek jak kon kašta
vašu ti baro nebo
avi ker.
kon ovla so mutavla
kon ovla
ovla kon aščovi
me ğava palan ladi
me ğava
palan bura ot croiuti.
Poserò la testa sulla tua spalla
e farò
un sogno di mare
e domani un fuoco di legna
perché l’aria azzurra
diventi casa.
chi sarà a raccontare
chi sarà
sarà chi rimane
io seguirò questo migrare
seguirò
questa corrente di ali.

Questi i versi finali in romani, lingua madre del popolo Rom, della canzone Khorakhané scritta da Fabrizio De André e parte dell’album Anime salve. Versi di una poesia del Rom Giorgio Bezzecchi e cantati nel disco da Dori Ghezzi. Versi che concludono una ballata lenta che ci parla dello stile di vita e dell’assoluta libertà del popolo Rom e in particolare dei Khorakhané.
Nel suo tredicesimo album il cantante genovese insieme al concittadino Ivano Fossati intraprende un viaggio nell’anima del mondo degli umili, degli spiriti solitari, dei reietti, degli emarginati. Il filo conduttore è la solitudine che permette di essere liberi e non condizionati dalla società. Solitudine che trae origine, spiega De André, da comportamenti diversi dalla maggioranza degli esseri umani e quindi considerata deviante. Comportamenti dovuti a culture millenarie che certi popoli si portano dietro e non hanno intenzione di abbandonare. Questo è il caso dei Khorakhané, Rom musulmani, originari del Kosovo e migrati in Italia prevalentemente nella seconda metà del 1991, in concomitanza con l’aggravarsi della situazione nella ex-Jugoslavia....   leggi tutto

Ma quale crisi.

We’ll create a new legal situation at the borders so it will be given more strict than it was and that could be a good answer at the fear of the people in Hungary and in Europe. We are defending not just the Hungarian border, we are defending the out-side border of Schengen which means that we’ll defend Europe”. Queste le parole chiare e nette del primo ministro ungherese Victor Orban in una conferenza stampa a Bruxelles a fianco del presidente del Consiglio Europeo Donal Tusk, esattamente un mese fa. Cinica e chiara appare quale sarà la politica che l’Ungheria ha deciso di mettere in campo avallata dall’Unione Europea. L’Europa non si farà carico dell’accoglienza dei profughi che scappano dalla guerra in Siria. In contemporanea, parte la macchina mediatica della dis-informazione mainstream che parla di crisi dei rifugiati, di invasione e di una possibile islamizzazione dell’Europa. Inizia così un’insopportabile retorica che parla incessantemente di CRISI. “E’ giusto che l’Europa si faccia carico di ciò? Perché non stanno nei paesi limitrofi? Non possiamo accogliere tutti, non c’è lavoro neanche per noi..” e via di seguito. Se andiamo a vedere i numeri di ciò che sta accadendo (fonti UNHCR, 1 Ottobre), capiamo come queste retoriche non siano altro che schizofreniche bugie utili a qualcuno e forse a più di qualcuno. ...   leggi tutto

Cammino lungo il fiume Liffey e tutt’attorno si scorgono ancora nitidi i segni della vittoria. Alte e fiere sventolano le bandiere arcobaleno, i pub e i commercianti ancora tengono appesi i drappi e i manifesti del “Sì”. Temple Bar ancora risplende di colori festosi e South George Street, ogni sera, rivive e ricorda le gloriose giornate del Referendum. Il castello di Dublino, in quel giorno giovane e colorato come mai, si è trasformato nel teatro gioioso dei festeggiamenti che ancora trasuda di amore frocio. I verdi parchi minuziosamente curati ricordano le orde di giovani e giovanissimi che in quel giorno hanno celebrato e si sono ubriacati in nome della vittoria dell’amore. Amore libero, amore che non segue le regole bigotte di una società che per decenni lo ha disconosciuto, amore che si lascia trasportare dalla forza del cambiamento. Amore che ha il coraggio di seguire i propri desideri e le proprie passioni, senza lasciarsi imbrigliare e controllare. Amore che finalmente ha la possibilità di scegliere come vivere ed essere riconosciuto come tale.
E’ passato più di un mese da quello stupendo 22 Maggio, ma i segni della vittoria ancora saltano all’occhio e appartengono alla memoria collettiva di Dublino.Foto 2
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