“Purity” di Jonathan Franzen


Jonathan Franzen, autore dei celebri romanzi Le correzioni (2002), Libertà (2010) e del più recente Purity (2015), è sicuramente uno degli scrittori contemporanei più rappresentativi della letteratura americana degli ultimi anni, tanto da guadagnarsi la copertina della rivista Time col titolo di “grande romanziere americano”. Franzen è infatti un eccellente osservatore delle minuzie che compongono la vita dell’americano medio e in particolare delle complessità che caratterizzano le sue relazioni familiari. Uno degli elementi centrali dei suoi romanzi è il senso di colpa dovuto all’incapacità di essere all’altezza delle aspettative della propria famiglia. Questo è evidente tanto nei figli di Enid e Alfred Lambert ne Le correzioni, quanto nella relazione tra il personaggio principale di Purity, Pip, e sua madre.

La copertina di "Purity" di Jonathan Frazen, Einaudi, 2016.
La copertina di “Purity” di Jonathan Frazen, Einaudi, 2016.

Malgrado le analogie con i precedenti romanzi, con Purity Franzen sembra tuttavia voler andare oltre e delinea una storia dai complicati intrecci. Pip, che convive con un’alternativa famiglia di emarginati e inquilini abusivi, è alla ricerca di suo padre, di cui la madre rifiuta da sempre di rivelare l’identità, limitandosi a definirlo la causa della sua disperata infelicità. La ricerca di Pip, che è il motore che avvia la trama del romanzo, la conduce prima a lavorare per il Sunlight Project, una specie di Wikileaks estremista con sede in Bolivia guidato dal carismatico Andreas Wolf, e poi a Denver per prendere parte a un progetto giornalistico volto a denunciare il furto di una testata nucleare. Tale ricerca potrebbe a prima vista far pensare a un romanzo sull’educazione sentimentale e sessuale di una giovane donna inesperta alle prese con la dura realtà del XXI secolo – una sorta di Grandi Speranze moderno, di cui peraltro il nome di Pip e altri dettagli sono evidenti citazioni. All’interno di questa tradizione, però, Franzen riesce come al solito a rappresentare la contemporaneità americana, soffermandosi sull’ossessione per la trasparenza e la connettività assolute nell’era di Internet. Se il senso di colpa era al centro dei personaggi fragili del Le Correzioni, e l’ideologia della libertà sconfinata aveva creato un disastro educativo per un’intera generazione di ex ragazzi in Libertà, in Purity è l’idolo della trasparenza ad ogni costo a mietere vittime.

Attraverso il personaggio di Andreas Wolf, Franzen paragona la cultura di sorveglianza della Stasi, il Ministero della Sicurezza Sovietica della Germania dell’Est, con quella del web. Man mano che procede nei suoi sforzi di denunciare i mali della corruzione mondiale, Andreas trova sempre più analogie tra i due sistemi: «Come i vecchi politburo, anche quello nuovo [del web] si vantava di essere nemico delle élite e amico delle masse, impegnato a dare ai consumatori ciò che volevano, ma ad Andreas […] sembrava che Internet fosse governato più che altro dalla paura: la paura di essere impopolari e sfigati, la paura di rimanere esclusi, la paura di venire insultati e dimenticati». Da entrambi i sistemi inoltre «non era possibile uscire»; «l’assioma, per entrambi, era che stava emergendo una nuova specie di umanità […]. Non sembravano infastiditi dal fatto che le élite di potere erano costituite dalla vecchia specie di umanità, avida e brutale». L’opinione di Andreas è espressione della critica di Franzen stesso nei confronti degli effetti incontrollati di Internet e della tecnologia. Come ha spiegato in un’intervista al Guardian, «la tecnologia stessa è la Stasi […]. E la Stasi non aveva bisogno in realtà di fare granché […] contava sul fatto che le persone si autocensurassero. E controllassero il loro comportamento per paura della Stasi, senza il bisogno che questa alzasse un dito».

Franzen sulla spiaggia nei pressi della sua abitazione a Santa Cruz, California (Morgan Rachel Levy/Guardian)
Franzen sulla spiaggia nei pressi della sua abitazione a Santa Cruz, California (Morgan Rachel Levy/Guardian)

 Nonostante la ricerca della trasparenza e della “purezza” sia essenziale per tutti i personaggi, questo è un romanzo di segreti, manipolazioni e bugie. Ai personaggi di Purity non piace come va il mondo, lo vorrebbero cambiare radicalmente, purificarlo appunto, ma poi sono loro stessi i primi a sbagliare in continuazione, ad ingannare e produrre dolore senza nemmeno rendersene conto. Sebbene i protagonisti aspirino quindi all’ideale americano di essere artefici del proprio destino, essi sono in realtà soggiogati dai propri sensi di colpa e prigionieri delle conseguenze involontarie del loro passato e della vita in cui sono capitati di nascere.

Purity è dunque un romanzo di formazione distorto, che tratta delle inquietudini e dei paradossi non solo americani, ma dell’intera contemporaneità.

Lucia Ghezzi

Lucia Ghezzi

Classe ’89, nata in un paesino di una valle bergamasca, fin da piccola sento il bisogno di attraversare i confini, percependoli allo stesso tempo come limite e sfida. Nel corso di 5 anni di liceo linguistico sviluppo una curiosa ossessione verso i Paesi dal passato/presente comunista, cercando di capire cosa fosse andato storto. Questo e la mia costante spinta verso “l’altro” mi portano prima a studiare cinese all’Università Ca’ Foscari a Venezia e poi direttamente in Cina, a Pechino e Shanghai. Qui passerò in tutto due anni intensi e appassionanti, fatti di lunghi viaggi in treni sovraffollati, chiacchierate con i taxisti, smog proibitivo e impieghi bizzarri. Tornata in patria per lavoro, Pequod è per me l’occasione di continuare a raccontare e a vivere la Cina e trovare nuovi confini da attraversare. Sono attualmente responsabile della sezione di Attualità, ma scrivo anche per Internazionale.
Lucia Ghezzi

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Classe ’89, nata in un paesino di una valle bergamasca, fin da piccola sento il bisogno di attraversare i confini, percependoli allo stesso tempo come limite e sfida. Nel corso di 5 anni di liceo linguistico sviluppo una curiosa ossessione verso i Paesi dal passato/presente comunista, cercando di capire cosa fosse andato storto. Questo e la mia costante spinta verso “l’altro” mi portano prima a studiare cinese all’Università Ca’ Foscari a Venezia e poi direttamente in Cina, a Pechino e Shanghai. Qui passerò in tutto due anni intensi e appassionanti, fatti di lunghi viaggi in treni sovraffollati, chiacchierate con i taxisti, smog proibitivo e impieghi bizzarri. Tornata in patria per lavoro, Pequod è per me l’occasione di continuare a raccontare e a vivere la Cina e trovare nuovi confini da attraversare. Sono attualmente responsabile della sezione di Attualità, ma scrivo anche per Internazionale.

Comment

  • Ho letto tutto il libro con interesse e piacere. Il finale però mi delude. Se l’approdo è quello di Pip mi sembra quasi che tutta la storia diventi inutile.

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