Welcome to Padanialand


 

Palme, busti classici, colonnati, a volte anche piramidi. Non siamo in un paese lontano o sperduto nel tempo, siamo nella provincia bergamasca.

In realtà, chi come me è cresciuto in paesini all’ombra del Duomo e dei grandi grattaceli del capoluogo lombardo, sarà certamente abituato ad alcuni topoi estetici così diffusi e radicati nella provincia padana da non farci quasi più caso. Oltre a prefabbricati, aziende e ettari di terreni coltivati, che descrivono indubbiamente lo spirito che anima la regione lombarda, ci sono molti altri elementi visivi che si ripetono e delineano l’aspetto di questa provincia. Le villette pastello hanno giardini popolati da statue, sparse qua e là all’ombra di alte palme oppure affacciate su fontane in pietra; la palette di colori che dipingono le case sembra essere stata scelta appositamente per riuscire a contrastare il grigiore di capannoni e spiccare nella nebbia. Agli occhi di un forestiero, queste scelte estetiche appaiono come tentativi di creare un mondo a sè a cui poter tornare ogni sera dopo il lavoro, una piccola oasi sotto la coperta di nebbia in cui fingere di essere lontani pur restando sempre al sicuro dei nostri confini.

L’artista Filippo Minelli ha provato a raccontare la MacroRegione (come la chiama ironicamente lui) proprio a partire da una ricerca estetica sul territorio: il risultato è un lavoro fotografico intitolato Padania Classics, che ha preso prima la forma di un blog e successivamente quella di un libro, l’Atlante dei Classici Padani, con tanto di testi, grafici e coordinate geografiche dei luoghi fotografati. 
Questo lavoro, come altri degli interventi compiuti dall’artista in diverse zone del mondo, utilizza il paesaggio come escamotage per poter raccontare la storia delle persone che lo abitano: a partire dall’osservazione del territorio in cui lui stesso è cresciuto, Minelli racconta con ironia la Padania, facendo leva su alcuni cliché estetici ricorrenti e stereotipi sui suoi abitanti.

Sono proprio alcuni di questi cliché i soggetti del nostro fotoreportage, immortalati nel tentativo di dare un volto alla nostra provincia. La nostra amata, bella (e a volte un po’ kitsch) provincia.

Martina Ravelli

Martina Ravelli

Sono Martina e sono nata vent'anni fa nel paesino della bergamasca dove ancora vivo e da cui ogni tanto mi piace scappare per vedere qualcosa di nuovo. Per paura di dimenticare quello che vedo e la voglia di avere sempre qualcosa da ricordare, nel mio zaino non manca mai una fotocamera, un quadernino e una penna.Cosciente di questa mia ossessione e incoraggiata dalla passione per le arti, dopo il diploma al liceo linguistico mi trasferisco e studio per un anno al DAMS di Bologna: l'assenza di un contatto diretto con l'arte però mi porta ad abbandonare i portici di via Zamboni e tornare a Bergamo, dove ora studio Nuove tecnologie dell'arte all'Accademia Carrara e faccio volontariato nella galleria d'arte moderna e contemporanea GAMeC. Qui su Pequod mi occupo di grafica e fotoreportage, sezione di cui sono responsabile.
Martina Ravelli

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Sono Martina e sono nata vent'anni fa nel paesino della bergamasca dove ancora vivo e da cui ogni tanto mi piace scappare per vedere qualcosa di nuovo. Per paura di dimenticare quello che vedo e la voglia di avere sempre qualcosa da ricordare, nel mio zaino non manca mai una fotocamera, un quadernino e una penna. Cosciente di questa mia ossessione e incoraggiata dalla passione per le arti, dopo il diploma al liceo linguistico mi trasferisco e studio per un anno al DAMS di Bologna: l'assenza di un contatto diretto con l'arte però mi porta ad abbandonare i portici di via Zamboni e tornare a Bergamo, dove ora studio Nuove tecnologie dell'arte all'Accademia Carrara e faccio volontariato nella galleria d'arte moderna e contemporanea GAMeC. Qui su Pequod mi occupo di grafica e fotoreportage, sezione di cui sono responsabile.

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