Una bella Rivoluzione


Storghè
Spaccare l’insonnia
a furia di carezze
                                                                                     Pels
Otto sono i modi di dire amore in greco antico. Otto sono i foglietti che compaiono in questo caldo pomeriggio di fine agosto su ogni panchina del parco di Porta Venezia. E otto sono i punti in cui Milano è stata colpita da questi piccoli A5 appiccicati con lo scotch. Otto foglietti per otto brevi componimenti poetici per le otto parole d’“amore” elleniche.
La coincidenza numerica con il numero otto però finisce qui.Il giorno è il 28 di agosto, i gradi sono 32, come i denti del sorriso aperto dell’autrice di questa isolata ma efficace performance poetica quando ci presentiamo. Lei è Francesca Pelosi, in arte Francesca Pels, poetessa che definire in erba sarebbe quantomeno azzardato.
All’attivo ha già un numero imprecisato di scritti brevi, un progetto che prevede una raccolta di novantadue componimenti, uno per ogni anno del novecento che non ha vissuto e la realizzazione di varie iniziative che promuovono la poesia di strada.
Appena terminato il primo anno di Lettere alla Statale di Milano Francesca, nel presentare i suoi progetti, è vigorosa e disordinata come un fiume in piena che sta per sfondare gli argini. Ed ancor più dei bellissimi scritti che pendono dalle panchine, colpisce questo suo continuo eruttare idee e progetti, lava e lapilli che rapiscono la fantasia e l’immaginazione dei suoi ascoltatori.
L’elenco delle prestazioni già compiute o in progetto è lungo.
Si parte da “Trasporti poetici” e subito, Pels finisce su Repubblica.it, sito da cui campeggiano le foto dei vari scritti appesi sulla linea gialla della metropolitana: «Finire su La Repubblica così, subito dopo la prima diffusione poetica, è stata una bella sorpresa» conferma la stessa autrice, che chiarisce subito uno dei punti fondanti del suo essere poetessa. «È stata per me come un’approvazione, il consenso a quanto avevo fatto e soprattutto la conferma dell’idea alla base del mio operare: non può esistere poesia senza uomo né uomo senza poesia».
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                                                                                                                               Francesca Pels.
Si passa poi a parlare delle multe poetiche, che Francesca vorrebbe diffondere «per riflettere sul doppio senso –appunto– della parola “senso”: olfatto, udito, vista, i sensi toccati, contaminati dal traffico e il senso, come significato, riflessione sul senso civico di chi vive la città nella totale noncuranza degli altri e, in fin dei conti, di se stesso».
Tutta questa sua dinamicità Pels la mette anche nell’immaginare il suo futuro, da costruire interamente come poetessa, o almeno come artista. L’idea «mangiare di quel che si scrive» è già stata scartata dalla sue ipotesi. O quantomeno è ben consapevole del fatto che se vorrà farlo non potrà realizzare i suoi sogni nella maniera classica, nello scrivere e trovare un editore che le assicurerà pubblicazioni nel corso degli anni.
Non per questo però si scoraggia, anzi, paradossalmente questa situazione la stimola e la esalta a salpare verso nuove mete e verso nuovi progetti. Parla della ricerca di nuovi mezzi per pubblicare la sua futura raccolta, parlando dell’idea di libro come di un concetto romantico, ma di difficile realizzazione e comunque superato. Intravede grandi possibilità nella poesia di strada, nell’idea di portare il bello alla portata di tutti, di infrangere le pareti della torre d’avorio dove spesso la cultura si rifugia e di farla invece camminare per la strada in mezzo a ignari passanti che altrimenti, chissà, non la incontrerebbero mai.
Prima di salutarci ci lascia con una frase che riassume il suo punto di vista: «Siccome un’opera non esiste se viene scritta ma non letta, penso che la poesia debba cercare di ritornare al passo coi tempi; rinnovarsi nei contenuti e nei contenitori, affinché nessuno possa più vagheggiare che la poesia è morta. Morta? È viva, non può essere altrimenti!». Tutto questo non riguarda solo la poesia, ma qualcosa di più grande, di più importante. Citando un suo professore, Francesca ripeteva spesso che «l’arte deve conformarsi al mondo, e non viceversa».  Con “arte” si spazia dalla fotografia alla lettura espressiva, passando per la poesia e il video; insomma, qui si parla di una forza più grande, superiore, si parla delbello. E si sa, il bello, quando viene messo in circolo è una forza difficile da arrestare.
E allora chissà che in un paese e in una città in cui sembra che le brutture e l’apatia non debbano finire mai, otto pezzetti di carta, all’apparenza insignificante, non possano contribuire ad essere l’inizio di una Rivoluzione.
Una Rivoluzione gentile, niente nemici, niente lotte, niente odio. Solamente una forza messa in circolo da musica, colori, fotografie, scritti, canti, sorrisi, strette di mano, risate e chiacchiere con degli sconosciuti su una metro.
Una cosa semplice da realizzare e replicare, il bello!
Aguzzare la vista e le orecchie: guardate sui muri, ascoltate le strade, lasciatevi incantare dalla bellezza di certe immagini, sorridete e chiacchierate con gente conosciuta un minuto prima.
La Rivoluzione del bello è iniziata.

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