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Istanbul è una città di confine? Questa è la domanda più difficile.

Agli occhi dell’ovvio, la risposta è sì: Istanbul è l’ultima città europa che si possa ancora considerare di confine, ovvero un limes tra due mentalità diverse e per certi versi inadeguate l’una all’altra. Istanbul con un piede in Europa, Istanbul ortodossa e bizantina; Istanbul con un piede in Asia, Istanbul dei minareti e del caffé turco. Ma a ben vedere, il confine implica separazione, discrimine. Qua inizia la civiltà, mentre hic sunt leones. Questa separazione, ad Istanbul, non l’ho vista. È la sua stessa storia di città di scambio, pedaggi e mercanti ad impedire che le parti, come in un composto chimico, si separino per decantazione. Come scrive Orhan Pamuk, nel libro che gli è valso il premio Nobel, Istanbul è una città in bilico. Ciò significa che il confine, se c’è, è mobile e decidiamo noi dove dise Andai nel luglio 2010, avevo in mente le immagini di Ara Güler, il fotografo che meglio di ogni altro è riuscito a catturare lo spirito della città negli anni ’50 e ’60, prima dell’ondata occidentale e della definitiva modernizzazione. Il suo meraviglioso bianco e nero si sovrapponeva tra i miei occhi e i colori sgargianti della realtà, deformava la mia visione, permeata da quel sentimento di gioiosa tristezza che in turco si chiama “hüzün“. Provai, senza grande successo, a scattare alcune foto della città seguendo l’esempio di Güler, con una Nikon del ’70 a rullino in bianco e nero. Questo spiega la bassa definizione delle immagini, che sono state scannerizzate per essere disponibili in digitale. La galleria non ha alcuna pretesa di ordine o completezza. Si tratta di foto scattate da un amatore, non da un professionista dell’immagine.
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