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Come era successo la notte prima che venissero annunciati i risultati del referendum sul Brexit, ieri sera molti di noi sono andati a dormire sperando che la catastrofe si sarebbe evitata. Invece stanotte il peggio è (di nuovo) successo: Donald Trump ha vinto le elezioni americane, diventando così effettivamente il quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti, carica alla quale ascenderà ufficialmente a gennaio 2017. La sua vittoria è certamente espressione di un sentimento anti-istituzionale che si è diffuso tra le fasce più svantaggiate delle popolazioni occidentali negli ultimi anni, come reazione alla crisi economica ed alle seguenti politiche di austerità, così come all’incapacità della politica ufficiale di dare risposte valide ai problemi dei cittadini e di coinvolgerli attivamente nel processo politico. Ma si tratta anche del prodotto di un fenomeno parallelo e più preoccupante, ovvero della crisi di un certo senso di identità fortemente radicato nel mantenimento dello status quo dominante: bianco, maschile ed eterosessuale. La vittoria di Trump riflette infatti sentimenti di ansia, paura ed insicurezza vissuti da una parte di elettorato che si vede non solo lasciato indietro da un capitalismo sfrenato, ma anche privato della possibilità di farsi forza di quegli elementi che, in un mondo precedente alle battaglie per i diritti civili (delle donne, delle minoranze sessuali e razziali, di chiunque sia stato storicamente sfruttato o subordinato), permettevano di identificarsi almeno parzialmente con il lato dei “vincitori”. Il fenomeno Trump è rassicurante per chi partecipa di questa incertezza, perché offre l’esempio di un uomo (e che sia uomo e non donna è importante) privo di capacità od esperienza politica, volutamente anti-diplomatico ed anti-intellettuale, il cui unico capitale spendibile in queste elezioni era quello di essere in qualche modo “diverso” dai politici con la P maiuscola, e che ha saputo trasformare quelle che potevano essere viste come gravi mancanze in un punto di strabiliante vantaggio. In questo senso, Trump rappresenta la vittoria di tutto ciò che una parte dell’elettorato che lo supporta sente minacciato: il senso flebile di un privilegio ereditato attraverso la casualità dell’esser nati bianchi ed americani (meglio se maschi): la certezza di far parte, senza alcun impegno o merito individuale, del gruppo dei potenti....   leggi tutto

Era il 10 Dicembre 1986 quando Alfred Nobel, noto chimico e filantropo svedese, morì, lasciando nel suo testamento la maggior parte delle sue ricchezze all’istituzione di cinque riconoscimenti che sarebbero diventati famosi in tutto il mondo – i premi Nobel. Se quattro di essi sono conferiti in base a risultati ottenuti in specifiche discipline (chimica, medicina, fisica, letteratura), il Nobel per la Pace è invece assegnato “alla persona che più si sia prodigata o abbia realizzato il miglior lavoro ai fini della fraternità tra le nazioni, per l’abolizione o la riduzione di eserciti permanenti e per la formazione e l’incremento di congressi per la pace”. Il premio ha certamente un fine lodevole, gode di risonanza mondiale e conferisce grande prestigio, ma è corretto definirne i vincitori come gli eroi del nostro tempo?
La risposta è complicata, anche perché dall’assegnazione del primo Nobel nel 1901 il concetto di pace e l’interpretazione del testamento di Alfred Nobel sono cambiati più volte nel corso dei suoi 115 anni di storia. Se prima della seconda guerra mondiale il premio era conferito soprattutto a politici attivi nel promuovere la risoluzione di conflitti con mezzi diplomatici o accordi internazionali, dal 1945 in poi il Comitato per l’Assegnazione ha ampliato il focus, premiando anche attivisti per la democrazia e per i diritti umani. Nell’ultimo decennio, inoltre, con i premi all’ambientalista Wangari Maathai nel 2004 e al Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico e Al Gore nel 2007, il concetto di pace si è allargato ad includere gli sforzi nella lotta al cambiamento climatico e ai danni ambientali causati dall’uomo....   leggi tutto

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