In cerca di birrette nei Paesi dell’Islam


«Ho sentito bar? Siete stati in un bar?» mia cognata mi guarda esterrefatta, mentre racconto uno dei tanti episodi capitati la sera a Dakar. Per lei, un’ultracinquantenne senegalese, giovanile e in splendida forma, sentirmi parlare di “bar” nella sua terra natia, oltretutto in compagnia di nostro nipote, è sorprendente: già immagina fiumi di alcol, prostitute e ubriaconi. Eppure qui in Italia, dove vive, non si fa certo problemi a ordinare un cappuccino a un bancone!
Mi affretto a rassicurarla: il mio racconto è ambientato in un locale “alcol free”, per dirla in modo trendy, “tradizionalista”, a voler essere più corretti; situato dalle parti di Almadies, tra le aree di Dakar che più hanno investito su turismo e divertimento, presentandosi anche nell’aspetto quanto più possibile simile a una realtà europea. «Ci hanno portato liste di succhi di frutta a dei prezzi livellati a quelli dei cocktail delle discoteche occidentali, tra gli 8 e i 10€; – spiego- allora abbiamo chiesto se potevamo avere qualcosa da mangiare. Essendo considerato un contorno, un piatto di patatine fritte costava solo 1000 cfa (circa 1.50€): ne abbiamo ordinati quattro con una bottiglia d’acqua e abbiamo speso meno che per un bicchiere di succo!»
Un’esperienza simile mi viene riportata da Beatrice di rientro dal Marocco, più volte ritrovatasi a elencare la lista delle proprie allergie, nell’impossibilità di comprendere gli ingredienti dell’incredibile varietà di frullati dei locali marocchini: «Tutti buonissimi, ma anche molto costosi! E la sera che siamo andati in una discoteca dove servivano alcol è stato anche peggio: quasi 20€ per un cocktail.»
Nelle famiglie musulmane l’alcol è spesso un tabu, per questo motivo difficilmente le attività che servono alcolici si integrano con quelle della realtà quotidiana e chi vi investe preferisce rivolgere la propria offerta a chi vive in occidente, turisti o espatriati, approfittando dei vantaggi economici del cambio monetario. Tanto in Senegal quanto in Marocco, tè e succhi di frutta fresca sono al centro dei rituali di accoglienza, ma è assolutamente vietato, salvo rarissime eccezioni, introdurre bevande alcoliche all’interno delle case musulmane!

Di fatto, in entrambi i Paesi acquistare alcol a poco prezzo è in realtà molto più semplice di quanto non sembri a una prima occhiata e i consumatori sono più di quanti si pensi. A Dakar le rivendite di alcolici sono principalmente di due tipi: alle stazioni di benzina di grandi dimensioni si trovano negozi simili ai nostri autogrill, forniti di varietà di cibi e bevande confezionati, spesso d’importazione francese; più caratteristici sono invece i piccoli negozi specializzati di quartiere, identici nell’aspetto alle attività vicine, davanti cui non è raro si fermino motorini arrivati da altre aree di Dakar per acquistare alcolici lontano da occhi indiscreti.
È Anna a descrivermi lo stesso tipo di attività in Marocco, scovate nelle vie secondarie di Marrakech: «Non sono negozi troppo in vista e hanno gli alcolici dietro il bancone, non puoi prenderli da solo. Ti vengono venduti in sacchetti appositi, più scuri in modo che non si veda il contenuto; però mi mettevano in imbarazzo perché così era più evidente che avessi acquistato dell’alcol!»
In Senegal la discrezione è la parola d’ordine e i sacchetti sono omologati per ogni tipo d’acquisto: la plastica nera intervallata dalle scritte bianche “Senegal” è in ogni mano che esce da un negozio, in ogni pattumiera, abbandonata in ogni angolo di strada, qualche volta portata alla bocca in un gesto dissimulato.


Il consumo di alcolici è però per lo più circoscritto a contesti notturni, che tanto in Senegal quanto in Marocco sono una realtà piuttosto recente, che le generazioni più adulte conoscono poco. A Dakar i locali che offrono musica la notte sono numerosissimi e d’ogni tipo: dalle costose discoteche della costa di Almadies, da cui ragazze fasciate in tubini all’europea escono correndo in direzione dei taxi, ai bar tanto temuti da mia cognata, frequentati da senegalesi attempati che offrono drink a bellezze più o meno giovani; dai discreti localini in legno a ridosso del mare dove fermarsi a chiacchierare, alle discoteche affacciate sulle spiagge attorno cui ronzano i motorini. Qui protagonista della notte è la bière Gazelle!
Venduta allo stesso prezzo di un litro e mezzo d’acqua (raramente in Senegal si vende il mezzo litro), in virtù tanto della sua bassa gradazione quanto del riciclo del contenitore: rigorosamente in vetro, non è raro che abbia l’etichetta incollata un po’ storta, lasciando intravvedere i residui della precedente, sopravvissuti al lavaggio.

Un’esperienza del tutto particolare è quella che ho avuto la fortuna di vivere a Dakar qualche anno fa, grazie a un amico che ha voluto portarmi a scoprire una realtà che sta ormai scomparendo. Una notte, ci siamo addentrati in un vecchio quartiere cristiano in una delle aree più vecchie e povere di Dakar; per accedervi era necessario scavalcare un basso muretto e scendere sotto il livello della strada, ritrovandosi in un labirinto di baracche in legno con decorazioni colorate. Abbiamo bussato a una delle porte che intervallavano le pareti legnose e questa si è aperta mostrandoci una stanza piuttosto ampia, totalmente ingombrata da una tavolata dove un gruppo di uomini discuteva bevendo birra. La padrona di casa ci ha fatti accomodare, portandoci da bere e prendendo qualche moneta dalle mani del mio amico. È questo il modo in cui un tempo i cristiani più poveri di Dakar riuscivano ad arrotondare: vendendo alcol ai musulmani nella discrezione delle loro case, dove nessuno ha mai considerato scandaloso trovare bevande alcoliche e i peccati dei musulmani potevano restare segreti.

Sara Ferrari

Sara Ferrari

Nata e cresciuta nelle valli bergamasche a fine anni 80, con una gran voglia di viaggiare, ma poca possibilità di farlo, ho cercato il modo di incontrare il mondo anche stando a casa mia. La mia grande passione per la letteratura, mi ha insegnato che ci sono viaggi che si possono percorrere anche attraverso gli occhi e le parole degli altri; in Pequod faccio sì che anche voi possiate incontrare i mille volti che popolano la mia piccola multietnica realtà, intervistandoli per internazionale. Nel frattempo cerco di laurearmi in filosofia, cucino aperitivi e stuzzichini serali in un bar e coltivo un matrimonio interrazziale con uno splendido senegalese.
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Nata e cresciuta nelle valli bergamasche a fine anni 80, con una gran voglia di viaggiare, ma poca possibilità di farlo, ho cercato il modo di incontrare il mondo anche stando a casa mia. La mia grande passione per la letteratura, mi ha insegnato che ci sono viaggi che si possono percorrere anche attraverso gli occhi e le parole degli altri; in Pequod faccio sì che anche voi possiate incontrare i mille volti che popolano la mia piccola multietnica realtà, intervistandoli per internazionale. Nel frattempo cerco di laurearmi in filosofia, cucino aperitivi e stuzzichini serali in un bar e coltivo un matrimonio interrazziale con uno splendido senegalese.

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