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Villa De Vecchi: solo una leggenda nera?

Esiste un cimitero silenzioso lontano dove riposa lo spirito di quei luoghi aridi e desolati rovine di un passato abbandonato a se stesso. Posti dimenticati, impossibili da nascondere, ma che nessuno guarda più. Palazzi, ville, chiese ridotte a cumuli di cemento e polvere, luoghi segnati da un tempo cinico che li ha usati denudati e poi, non contento, riposti in un angolo buio e freddo a deperire lentamente. Una forza inestimabile si cela dietro a tutto questo: le intemperie, l’umidità, l’incuria sono riusciti a rendere questi luoghi magici, a conservarne paradossalmente tutta la bellezza.

La nostra passeggiata odierna profumerà di malinconia tra gli archi, le porte e il pianoforte erosi di Villa De Vecchi, in Valsassina: due piani traballanti eretti su un manto verde, edera intrecciata a farle da coperta e un recinto malmesso che cerca invano di proteggerla; il camino e il pianoforte resi ancora più eterei dalle infiltrazioni solari padroneggiano fieri, le tracce di vandalismo e satanismo, distribuite su tutta la superficie, l’hanno ribattezzata La Casa Rossa, ma c’è una storia che ha poco a che vedere con streghe e fantasmi: la tenuta, costruita dal Conte Felice De Vecchi a metà Ottocento, era famosa per la polenta taragna cucinata dai Negri – la famiglia che per oltre 100 anni si è presa cura della Villa – ogni volta che gli eredi del Conte arrivavano in villeggiatura. A tenerne vivo l’onore oggi è Giuseppe Negri (figlio dell’ultimo custode) che vive ancora nelle vicinanze e cerca di mettere in ordine i ricordi con l’aiuto delle sorelle.

In questo luogo il tempo sembra essersi fermato al momento giusto, lasciando in eredità un passato perfettamente fossilizzato. Per sempre.

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Viaggio nel paese dei morti: Père Lachaise

C’è una piccola città all’interno di Parigi. Posta su una collinetta nel XX arrondissement, nella parte est della metropoli, è cinta da antiche mura, con numerose porte che affacciano sui diversi boulevard che la circondano; è immersa nel verde, la folta vegetazione e gli alti alberi sempreverdi invadono lo spazio. E’ ricca di monumenti storici e di pregio artistico. Dall’ingresso principale delle mura, percorrendo Avenue Principale, si arriva alla piccola chapelle, mentre proseguendo per Avenue Casimir-Perier si giunge fino a una delle piazze centrali, detta le rond point, da cui si dipanano un’infinità di vie e viuzze che portano ad esplorare questo caratteristico paesino. Nonostante l’altissima densità demografica, si può dire che la popolazione è tranquilla: vi abitano un’infinità di personaggi illustri e famosi, in numero molto maggiore in confronto a Hollywood o Beverly Hills in California. L’unico dettaglio è che tutti gli abitanti sono in realtà defunti.

Stiamo parlando infatti del cimitero di Père Lachaise, il principale cimitero civile di Parigi, il più grande di Francia, uno dei più famosi al mondo.

Con i suoi 44 ettari di terreno è notevolmente più grande del cimitero monumentale di Milano (25 ettari) e del cimitero monumentale di Staglieno a Genova (33 ettari). Per rendere meglio l’idea della vastità del luogo, prendete la Città del Vaticano e posizionatela nel centro di Parigi: quella è l’estensione del Père Lachaise.

Il perimetro del Père Lachaise.
Il perimetro del Père Lachaise.
Il perimetro del Père Lachaise sul centro di Milano (il Duomo riconoscibile in basso).
Il perimetro del Père Lachaise sul centro di Milano (il Duomo riconoscibile in basso).

Per quanto in generale possa sembrare macabro farsi una passeggiata al cimitero, il Père Lachaise conta ogni anno almeno 3 milioni e mezzo di visitatori. Più che le caratteristiche artistiche del luogo (comunque notevoli) sono i suoi “abitanti” ad attirare i turisti: qui Apollinaire è vicino di casa di Honoré de Balzac, il pittore Camille Pissarro è dirimpettaio della coppia Abelardo ed Eloisa, proprio come il tranquillo monsieur personne abita di fronte ad Oscar Wilde. E poi c’è la star, quello che gli appassionati di rock da tutto il mondo vanno a trovare in pellegrinaggio in occasione dell’anniversario di morte: Jim Morrison, qui vicino di casa del collega Georges Bizet. Trovarlo non è semplice; è nascosto in mezzo ad altri, nella parte nord del cimitero.

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Un po’ di coordinate storiche: in seguito all’editto napoleonico di Saint-Cloud, secondo cui, tra le altre cose, i cimiteri dovevano trovarsi all’esterno delle mura cittadine (qualche reminescenza di Foscolo?), il cimitero venne edificato sulla proprietà del gesuita Lachaise, e venne ufficialmente inaugurato nel 1804. La prima abitante di questo immenso terreno fu una bambina di cinque anni; ci vollero molte traslazioni di personaggi illustri per convincere i ricchi parigini a scegliere il Père Lachaise come propria dimora perpetua.

Oggi, invece, la lista d’attesa per assicurarsi un posticino per l’eternità (o almeno trent’anni) accanto al pittore Caillebot, a Moliére, a Modigliani, a Chopin o a Rossini è davvero molto lunga.

Se siete interessati, affrettatevi!

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Tre giorni a Stoccolma

Pensi a Svezia e pensi… a cosa pensi? Freddo, neve? Nobel, Ikea? Spesso ignorati e considerati esclusivamente come oasi di civiltà e d’avanguardia, senza alcun appeal turistico, i paesi scandinavi possono rivelare piacevoli sorprese dal punto di vista culturale e paesaggistico, come ho potuto osservare a Stoccolma, capitale della Svezia, ricca di una storia e di una cultura sconosciuta ai più, con scorci che non ci si aspetterebbe. Tenendo presente che la Svezia in generale, e Stoccolma in particolare, è un paese abbastanza costoso (10 Corone-SEK- equivalgono a poco più di 1 €, un pasto completo è sulle 400 SEK), è comunque possibile sfruttare al meglio e in poco tempo questa città, senza arrecare troppo danno al portafoglio. Brevemente, ecco quello che si può scoprire in soli 3 giorni low-cost di questo freddo e regale paese.

Primo giorno: dall’aeroporto di Skavsta, arrivati col bus alla Stazione Centrale, inizia l’esplorazione della città, usando la comoda Tunnelbana, cioè la metro. Per i tre giorni di visita, si può acquistare una Travelcard da 72h: 230 SEK. La prima cosa da vedere è senza dubbio Gamla Stan, il centro storico situato sull’isola centrale di Stoccolma, la cittadella risalente al XIII secolo, con tutta la sua babele di stradine e vicoli, in salita, in discesa, circondate da negozi di souvenir, ma anche botteghe di artigianato; un luogo unico che ricorda le città di mare mediterranee, più che una pulita e ideale città nordica. Il fascino di questo luogo culmina nella piazza di Stortorget, su cui si affaccia, tra l’altro, il museo del Nobel, con i suoi palazzi pittoreschi e le sue case piene di colori.

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Stortorget

Da Gamla Stan si arriva fino al palazzo reale, Stockholms slott, nel punto più alto di questo quartiere-isola: una costruzione semi-circolare sede di diversi musei, ma non della famiglia reale, che già da tempo risiede, anche se non ufficialmente, in un’altra residenza privata. Ogni giorno, verso mezzogiorno, fuori dal palazzo avviene il cambio della guardia, banda musicale, guardia a cavallo e inno compresi. Sempre a Gamla Stan si può visitare la cattedrale di Stoccolma, o Storkyrkan, la chiesa di San Nicola, in stile barocco con uno  splendido e inquietante complesso scultoreo rappresentante San Giorgio e il drago.

Secondo giorno: musei a Stoccolma ce ne sono tanti, ma uno veramente degno di nota (e di visita) è il Vasa museet, situato su un’isola dell’arcipelago di Stoccolma(biglietto per adulti 130 SEK): al suo interno è esposto, praticamente intatto, un vascello da guerra del XVII secolo affondato a pochi kilometri dal porto al suo viaggio inaugurale; una sorta di Titanic ante litteram. Le condizioni del fondale marino consentirono negli anni ’60 il recupero per intero della nave, attorno al quale venne in sostanza costruito il museo. Non è possibile, ovviamente, salire a bordo, ma una serie di passerelle a più piani permettono di osservarlo da vicino, lasciando sbalorditi per la ricchezza delle decorazioni (che dovevano essere a colori) e per lo stato di conservazione pressoché perfetto: il 98% sono parti originali, dopo 333 anni passati sott’acqua!

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Il museo si può raggiungere col battello (se apprezzate l’ironia della cosa) ma è anche possibile ritornare a piedi al centro città con una serie di ponti che collegano le varie isole: passando per Östermalm, il quartiere più ricco e ‘in’ della città, sempre con la metropolitana ci si può recare a Riddarholmen, un’isola adiacente a Gamla Stan, dove si trova la Riddarholmskyrkan, il pantheon dei re svedesi. Dal lungomare di Evert Taube Terrass, passeggiata dedicata all’omonimo musicista folk svedese, con tanto di statua in suo onore, si ammira il prolungarsi via mare della città e l’imponente municipio Stockholm stadshus, dove ogni anno si tiene la cena ufficiale in occasione della cerimonia di premiazione del Nobel.

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Statua ad Evert Taube

 

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Stockholm Stadshus

Per la sera e lo shopping, ideali sono la zona a nord di Gamla Stan, il Norrmalm, più alla moda ed elegante, o il Södermalm, più alternativo, ricco di negozi e boutique vintage.

Terzo giorno: se non siete superstiziosi e siete poco impressionabili, andate a Skogskyrkogården. Dietro questo nome impronunciabile, si cela un sito iscritto all’UNESCO come Patrimonio dell’Umanità. Cos’è? Un cimitero. Novantasei ettari di prato che ricordano un campo da golf, se non fosse per le lapidi nascoste dietro i pini e gli alberi, con una sensazione (senza dubbio) di quiete e un’ambientazione da Campi Elisi; lo sconsiglio di sera, dove i lumini delle tombe possono far pensare a fuochi fatui che è preferibile non inseguire. Inoltre, se avete la pazienza di cercare(la sottoscritta non l’ha avuta), qui si trova la tomba della diva Greta Garbo.

Infine, se vi siete ripresi dall’atmosfera lugubre della visita precedente, c’è sempre spazio per un po’ di sana gastronomia: nel ricco quartiere, già citato, di Östermalm, si trova la SaluHall, il mercato coperto in stile art nouveau, dove è possibile assaggiare vero cibo svedese, aldilà delle famose polpette vendute in un qualsiasi negozio Ikea: l’aringa affumicata è da provare! Il clima da fiaba è assicurato e per chi subisce il fascino delle città del nord, con quell’aria malinconica ma razionale.

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Saluhall

Canti d’amore al Cimitero Monumentale

Articolo di Matteo Oufti

Fotografie di Martina Balgera

Una donna va a trovare il marito defunto. Piange in silenzio tra l’indifferenza generale: come in un qualsiasi altro parco o museo a cielo aperto, la gente passeggia e fa foto alle statue. C’è una bella luce, un’atmosfera che fa sentire dentro un’opera di Caravaggio, un riposo durante la fuga in Egitto. La Madonna col bimbo sta chiusa nella sua solitudine e non servono a niente Giuseppe, né l’angelo, né la loro musica che non conforta. Sullo sfondo è dipinto un sole che quasi sbeffeggia, un cielo sereno che se ne frega di ogni sofferenza, di qualsiasi condizione, dell’umano dolore, della sciura Maria e di qualunque altra sciura che cambia i fiori dei cari.

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Di quadretti famigliari se ne trovano parecchi al cimitero. Storie di madri con pargoli in grembo scolpite nella pietra; infanti di fine Ottocento strappati all’amore dei cari; giovani vite spezzate all’improvviso. Sulle lapidi è scritto che la morte ha rapito quel tale fanciullo, ha rapito un innocente; che anche un altro fantolino è stato rapito; rapito, rapito, rapiti, tutti rapiti… Rapire. Un verbo che ricorre spesso tra le frasi sulla pietra, quasi a voler dire che la morte è scorretta, che ha agito illegalmente, che non è giusto quello che ha combinato; quasi a cercare di celare un’imprecazione rivolta a chi ha commissionato i rapimenti, quasi una bestemmia rivolta all’assassino nascosto dietro a quel cielo sereno. Tra le gallerie poco oltre l’entrata principale, sopra al Famedio (dove sono sepolti Manzoni, Franca Rame, Gaber, Turati ed altri “milanesi illustri e benemeriti”), tra le grandi sculture si vede una madre che allatta il bambino, rapito pure lui. La malinconica tenerezza della scena di famiglia si sposa con le figure sintetizzate e le linee informali ma fredde dell’Art Nouveau.

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Nel progettare il Monumentale (1860), l’architetto Maciachini si ispirava, per il maestoso ingresso, ai sontuosi palazzi del Settecento, con vasti piazzali per permettere l’arrivo delle carrozze. L’organizzazione degli spazi riprende gli schemi ordinati degli agglomerati urbani della Roma classica. La corte dei defunti si sviluppa quindi partendo dalle città e da edifici adibiti alla festa spensierata. In questo modo si impone la vita sull’ultraterreno, sulla tanto temuta fine. Il cimitero inoltre, con la presenza di verde, invita la popolazione a entrare e a viverlo. Come a Copenhagen o in altri cimiteri nordeuropei, dove la gente fa jogging o passeggia con il cane tra le tombe, il cimitero milanese si propone di essere un luogo in cui vita e morte convivono, senza che l’una tema l’altra. La morte viene vista con la serenità con cui si pensa al destino, ai sentimenti, alle passioni; con la naturalezza con cui esiste alla pari della rabbia, della gioia, dell’amore.

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Dove, se non qui, si dovrà parlare di eros e thanatos, del loro scontrarsi e del loro abbracciarsi? Una coppia passeggia; lei tiene la reflex in mano, scatta una foto e dà un bacio al ragazzo. Anche le statue si guardano, si amano, si spogliano con il disappunto dei puristi. Emblematico è il caso della tomba della famiglia Branca (anche questa situata al di là del Famedio, stavolta sul lato destro, vicino al monumento ai caduti progettato da BBPR e a fianco del Civico Mausoleo Palanti, complesso architettonico di stampo fascista). Il gruppo scultoreo dei Branca prevedeva in passato anche la presenza di una donna nuda; la statua è stata però presto rimossa perché considerata troppo succinta per il gusto dell’epoca e purtroppo è andata perduta. La sensualità al cimitero non è comunque stata debellata: per godere di qualche esempio basta procedere quasi costeggiando la ferrovia, dove si trova una bianca dama nuda dormiente. E poi baci, baci silenziosi, come quello del fortunato monumento Volonté-Vezzoli realizzato da Quadrelli o quello eterno di due bronzi sperduti in mezzo ai defunti.

dama bianca

Fuori la morte dal cimitero, insomma. Ecco cosa sembrano urlare i marmi e le pietre del Monumentale. Poco resta da dire in proposito: devono essere le immagini ad evocare ed argomentare. Per fruire le più importanti realizzazioni scultoree ed architettoniche del cimitero è necessario, appena entrati, chiedere una piantina all’info point (aperto dalle 10 alle 13 dal martedì al venerdì); per esulare dall’ambito prettamente storico-artistico e godere delle mille sfaccettature della vita e dell’amore che si alternano invece, non si ha altra scelta se non quella di perdersi e di lasciarsi trasportare.

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In copertina ph. Alberto Albertini [CC BY-SA 4.0/Wikimedia Commons]

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