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Due consigli più uno su qualche posto da visitare spendendo poco

Si dice che i soldi meglio spesi sono quelli spesi per viaggiare e certo è innegabile che l’esperienza della scoperta di nuove terre sia un piacere impagabile; tuttavia, conciliare risorse economiche e itinerari non sempre è facile.

Pequod ha chiesto qualche suggerimento a chi del viaggio a fatto il proprio stile di vita: con l’aiuto di Elisa e Michelangelo, travel blogger di professione, vi raccontiamo di qualche meta che, forse, potrebbe fare al caso vostro.

«Qualcuno ci definisce nomadi digitali, noi crediamo semplicemente di essere persone che amano i viaggi alla follia e che non vogliono ridurli a poche settimane all’anno – mi spiega Michelangelo – per questo abbiamo fatto in modo di organizzare la nostra vita per viaggiare il più possibile, diciamo 365 giorni all’anno.

Lavoriamo da remoto: ci occupiamo di digital marketing, e lo facciamo da ovunque nel mondo. Non abbiamo bisogno di un ufficio, l’ufficio ci segue ovunque. Il nostro sito, 2backpack, sta diventando un vero e proprio lavoro; nel frattempo abbiamo un sacco di clienti che provengono da ogni parte d’Italia che gestiamo mentre siamo in giro per il mondo».

Alla domanda su quali siano i posti migliori e quali quelli peggiori in cui sono stati, Michelangelo non ha dubbi: «Io da sempre amo l’India, è una passione viscerale che trascende le difficoltà innegabili a cui il paese ti costringe; Elisa, invece, ultimamente si è innamorata perdutamente dell’Albania. I peggiori? No, non ne esistono. Ogni luogo ha un suo perché, per uno o più motivi».

L’India è un ottimo esempio di Paese da visitare spendendo poco: città come Mumbai, Calcutta o Nuova Delhi e monumenti come il Taj Mahal o il Tempio D’Oro, per fare degli esempi, sono solo alcuni dei motivi che dovrebbero spingervi a visitarla. Elisa e Michelangelo, sul loro sito, offrono qualche riferimento pratico sulle spese: «L’India è un paese molto economico. Si paga in rupie: il valore della rupia si aggira intorno agli 0,013 euro. Vale a dire che 70-75 rupie equivalgono a un euro. Una camera doppia in albergo economico (con standard decisamente indiani) vi costerà tra i 7 e i 10 euro (alcuni stati son più economici di altri), che arrivano a 14-18 euro se volete l’aria condizionata. Ovviamente potete salire di prezzo, e quindi qualità, quanto volete, arrivando a spendere anche diverse centinaia di euro a notte. Mangiare per strada o in un ristorantino alla buona vi costerà 1-2 euro a testa. Una cena di livello leggermente superiore si aggira sui 3-4 euro, al massimo. I trasporti costano pochissimo: nelle città più grandi il biglietto per gli autobus urbani costa circa 15-20 centesimi di euro. Per spostarvi di città in città spenderete sui 2 euro per circa due ore di viaggio».

Il Paese, però, e questo lo spiegano bene anche Elisa e Michelangelo su 2backpack, presenta problemi non di poco conto, come la scarsa igiene e il rischio di incorrere in malattie pericolose. «Vista la grandezza del Paese anche il livello di servizi cambia di zona in zona: il nord e la zona orientale sono più povere e quindi un po’ più impegnative, mentre il sud si sta sviluppando molto grazie alle aziende di IT che ne stanno colonizzando le città principali», viene spiegato sempre sul sito.

Restando in Asia, un altro Paese da visitare spendendo poco è sicuramente la Thailandia. «Ovunque si legge che negli ultimi dieci anni il turismo di massa ha influito sui prezzi che nel Paese si sarebbero alzati vertiginosamente. Non è vero. O meglio, lo è solo nelle mete turistiche, le isole più conosciute. Provate ad andare in regioni tipo l’Isaan (la Thailandia del nord-est, ndr) e vi accorgerete che i prezzi sono davvero bassissimi e il livello medio di alberghi, ristoranti, trasporti pubblici è davvero elevato. Servizi ottimi, a prezzi bassi. Un rapporto qualità prezzo del genere è raro.

Come contenere i costi? Fermatevi molto tempo in ogni singola tappa. Non cambiate ogni giorno, non ne vale la pena: non fatevi prendere dalla bulimia di vedere, vedere, vedere. Vivete un paese e una città. Spenderete meno e ve la godrete di più», mi spiega sempre Michelangelo. Per fare alcuni esempi concreti, facendo alcune ricerche su internet, possiamo trovare camere molto belle a poche decine di euro per notte. E se si è fortunati, qualcosa si trova anche a Bangkok, magari anche in centro. Lo stesso discorso vale anche per il cibo: lo street food è ovunque e a prezzi davvero bassissimi; quindi, perché non provarlo?

Qualche suggerimento anche per chi non volesse volare dall’altra parte del mondo, ma restare vicino casa: l’Europa ci offre infatti innumerevoli esempi di città che, almeno una volta nella vita, vale la pena visitare; tra queste Amsterdam. La città non è propriamente economica, ma con qualche piccolo accorgimento, anche chi vuole spendere poco potrà godersela. A questo proposito Michelangelo mi dà qualche consiglio «Se non potete permettervi di andare in vacanza in un posto provate ad andarci per lavorare o a fare qualcosa di simile. Siti come Workaway, per esempio, danno la possibilità di lavorare part-time in cambio di vitto e alloggio. Anche l’house sitting può essere un’ottima idea: dovrete prendervi cura di una casa (e di animali e piante) quando i proprietari sono fuori per vacanza o lavoro. E in questa casa potrete dormirci gratuitamente».

Per quanto riguarda Amsterdam, prima di tutto, bisogna dire che, se si vuole spendere poco, l’ostello è d’obbligo e se proprio si vuole cercare il risparmio più assoluto, bisogna optare per delle stanze condivise. Poi, come suggerisce il sito viviamsterdam: «Se parlate bene inglese, tour gratuiti sono uno dei modi migliori per esplorare Amsterdam senza alleggerire troppo il portafoglio. Generalmente durano circa tre ore e sono offerti da esperte guide locali che amano condurvi attraverso luoghi emblematici semplicemente in cambio di una mancia». E per il mangiare? Anche in Olanda ci viene in aiuto lo street food con le sue immancabili patatine fritte servite in tutte le salse (letteralmente), o gli innumerevoli dolci che, per chi visita Amsterdam, è quasi un obbligo assaggiare. Anche per quanto riguarda la mobilità Amsterdam è assolutamente all’avanguardia: per chi non avesse voglia di spostarsi con i mezzi pubblici, sono quasi sicuro che, ovunque voi alloggiate, ci sarà un bike sharing dietro l’angolo dove, a prezzi più o meno contenuti, potrete noleggiare una bici e girare la città in lungo e in largo. Tanto le piste ciclabili non mancano di certo, fidatevi.

Fotografie dal sito 2backpack

I messaggi nascosti nei colori dei tessuti africani

Sbarcare sul continente africano significa anzitutto lasciarsi avvolgere da un tripudio di stimolazioni sensoriali: primo solleticato è l’olfatto, invaso di un’aria pregna di spezie, gas di scarico, incensi e sudore umano misto a profumi dolci; segue l’udito, come martellato da un accavallarsi di idiomi diversi, di suoni nuovi pronunciati da labbra carnose; infine la vista, che s’apre su orizzonti privi di confini, ma ricolmi di colori che il sole caldo accende in tonalità sempre più vivaci.

Quei colori restano impressi nelle iridi, grazie alle movenze sinuose che le donne africane nascondono tra le fantasie dei loro pagne e ai gesti ampi delle braccia con cui gli uomini agitano il boubou, sullo sfondo di un cielo d’una limpidezza unica, che incontra una terra asciutta e ramata.

Inevitabile è innamorarsi del wax (o ankara), tessuto per antonomasia attribuito dagli europei alla popolazione africana, che nasconde una storia molto più complessa: le sue origini risalgono infatti all’isola di Java, in Indonesia, dove nell’Ottocento i coloni olandesi inviarono un esercito composto in maggioranza di guerrieri ghanesi; affascinati dalla tecnica a noi nota come batik, tipica delle regioni indonesiane e consistente nel ricoprire di cera (wax, appunto, in olandese) le parti di tessuto che di volta in volta si sceglie di non tingere, i soldati la importarono in patria, dove ben si adattava all’uso che le popolazioni africane facevano degli indumenti. Un abito in wax non è infatti solo una copertura del corpo, ma un messaggio che chi lo indossa sceglie di trasmettere; ogni colore ricalca uno stato d’animo, che abbinato alle forme di volta in volta impresse sulla stoffa, comunica un contenuto specifico: così, ad esempio, un abito molto colorato con motivi a spighe di mais può simboleggiare ricchezza e abbondanza oppure le difficoltà della vita matrimoniale; il motivo della chioccia coi pulcini sottolinea il ruolo della madre nella coesione domestica; gli uccelli in volo sono invece di buon auspicio per chi si mette in viaggio. Nella loro capacità comunicativa risiede il successo di queste stoffe, diffuse in tutto il continente africano, spesso con varianti locali nelle tecniche di tintura: in Sud Africa, ad esempio, è popolare lo shweshwe, tessuto di cotone stampato a rullo; sulla costa orientale gli abiti tradizionali (kanga o kitenge), composti da due drappi di stoffa quadrata, sono spesso in bark, un tipo di tessuto stampato in cui sono inserite frasi e aforismi, per lo più in lingua swahili; dall’altra parte del continente, in Benin, è invece possibile ammirare l’abomey apliqué, una tecnica che permette stampe floreali e faunistiche in colori sgargianti.

Esempi di wax o ankara

Ben prima dell’invasione coloniale, si attestano nell’Africa subsahariana tecniche di confezionamento dei tessuti, che prevedevano l’imprimitura del colore tramite immersione nei pigmenti colorati, previa la copertura delle parti che si voleva lasciare intonse. A spopolare sono i toni del blu e dell’azzurro, che prendono forma nei cosiddetti indigo clothes, diffusi soprattutto negli stati centrali; due etnie, dislocate per lo più in Nigeria, spiccano nella produzione di questi tessuti: gli Igbo realizzano gli ukara, stoffe decorate con simboli rituali detti nsibidi; gli Yoruba applicano invece una tecnica simile al wax per ottenere i tessuti adire, in cotone o raffia con stampe geometriche. Forme simili e simili simbologie si ripetono in numerosissime stoffe della tradizione africana più ancestrale; in tutto il continente, infatti, materiali economici e resistenti come la canapa o la raffia, sono intrecciati e tinti con terra e argilla, per realizzare arazzi e vestiti pesanti vivacizzati dal variegato sfumare di marroni, dal nero ebano all’ocra sabbioso, passando per il rosso ramato.

Maestri indiscussi di questa tecnica di tintura sono i membri dell’etnia Bakuba, discendenti di un antichissimo impero dell’ Africa centrale, nell’attuale Congo; le donne di questo popolo producono i tessuti kuba, decorati con forme geometriche ripetute, spesso non progettate, ma spezzate da variazioni sul tema date dall’ispirazione del momento. La personalizzazione dei tessuti è fondamentale tanto per chi li indossa quanto per il produttore, ma la maggior parte dei segni impressi su stoffa ha un significato simbolico decodificabile in gran parte del continente; per questo motivo tanto i colori, quanto le texture di alcuni indumenti si ritrovano pressoché invariati in stati tra loro molto distanti. Simile nell’aspetto, nei materiali e nei disegni delle stoffe kuba, è ad esempio il bogolan (letteralmente: “vestito di terra”) prodotto dall’etnia Bambara, insediata sulla costa occidentale e originaria del Mali; a sud, in Botswana, si possono invece ammirare i tessuti mashamba stampati dalle donne WaYeyi, discendenti dell’etnia Bantu.

Una donna vestita con uno shuka maasai mostra un kanga dal Kenya, recante la scritta in swahili “Mama ni malkia hakuna atakae mfikia”, letteralmente “La mamma è una regina che nessuno può eguagliare”

 

Altrettanto antica in Africa è la tradizione della tessitura, come attestato dai reperti trovati in tutto il continente; interessante è il preservarsi di alcune tecniche di tornitura e intreccio nel corso di secoli e imperi: il tessuto kente, ad esempio, è prodotto dall’etnia Akan almeno dai tempi dell’impero Ashanti e della sua sostituzione all’impero del Ghana, caduto nel 1200. Il kente si ottiene dall’intreccio simmetrico di fili di cotone, le cui colorazioni vivaci ancora una volta trasmettono un messaggio o un augurio: il marrone, colore della terra, simboleggia ad esempio la salute; il giallo regale richiama fertilità e bellezza; il blu è segno di pace e armonia. La tecnica degli Akan è stata assimilata anche nei paesi limitrofi a quelli di insediamento dell’etnia, in cui si trovano tessuti in tutto somiglianti al kente: molto diffusi sono djerma e hausa, prodotti in Niger; gli Yoruba della Nigeria lavorano la stoffa aso oke; mentre in Mali l’etnia Fulani produce i khasa blankets, in cui i fili colorati sono sovrapposti a una base bianca, e i monocromatici dogon.

Simili a quest’ultimi sono i filati etiopi, tra cui spiccano gabior gabi, tessuto pesante usato per abiti e coperte, e natella, una stoffa leggera simile alla garza, decorata con bordi colorati. Sulla stessa costa, tra gli altopiani di Kenya e Tanzania, il popolo Maasai ha ereditato dai soldati inglesi la tradizione di avvolgersi nei kilt, coperte in cotone rosso, blu e nero, che qui sono filati e tessuti artigianalmente e prendono il nome di shuka.
Nel profondo sud del continente africano, infine, i discendenti dell’etnia Bantu ancora cardano le fibre dei baobab e le intrecciano nei tessuti gudza, diffusi soprattutto in Zimbabwe; mentre nel vicino Oodi Village, in Botswana, l’abilità artigianale delle donne sul telaio è tale che sulle loro stoffe è possibile ammirare splendidi ricami, lavorati direttamente nella trama del tessuto.

A sinistra sullo sfondo: un bogolan dal Mali; al centro e in basso a destra: due filati senegalesi; in alto a destra: una natella dall’Etiopia

Nemo propheta in patria

Sempre più spesso si sente parlare del fenomeno dei cervelli in fuga, giovani laureati, motivati e con ottimi risultati accademici che purtroppo non trovano spazio nel tanto amato et odiato Bel Paese.

Che cosa spinge questi giovani che rappresentano il futuro di una nazione a lasciare famiglia, amici e un luogo a loro caro dal punto di vista emotivo per nuove realtà? Sembrerebbe una scelta dettata dalle maggiori possibilità lavorative che il paese ospitante offre ai nostri connazionali, ma oltre a questo vantaggio quali sono gli altri aspetti connessi a questa scelta ?

Francesca, venticinquenne originaria di Padova laureata in Giurisprudenza presso l’Università di Bologna che poi ha conseguito un master LLM in International Business Law presso la Tilburg University ci aiuterà a rispondere a queste domande.

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Francesca durante una tipica serata Olandese che prevede il famosissimo Beer Cantus

«A metà Agosto 2014 mi sono trasferita a Tilburg. Essenzialmente mi ha spinto la necessità di specializzarmi in Diritto Commerciale Internazionale. Oltre a questo, avendo iniziato la pratica forense, mi sono resa conto delle poche prospettive lavorative per i giovani laureati. Di conseguenza, non potendo fare progetti neppure a breve termine sia a livello economico sia a livello personale, ho deciso di investire nuovamente sul mio futuro scegliendo un’ulteriore esperienza all’ estero. »

Sorge spontaneo domandarsi per quale motivo proprio nei Paesi Bassi e non in altri stati dove il sistema universitario è spesso sinonimo di garanzia lavorativa una volta concluso il percorso accademico.

«La mia scelta è stata dettata dal piano studi offerto dall’Università di Tilburg, poiché corrispondeva alle mie esigenze, ovvero specializzarmi in diritto commerciale non Europeo ma Internazionale e al tempo stesso l’idea di maturare questa esperienza in un ambiente multiculturale e altamente stimolante. »

Francesca appare pienamente soddisfatta della sua scelta, vivendo all’estero le si sono aperti gli occhi sul fatto che i Paesi Bassi, pur non essendo il suo paese d’origine, le stiano dando quelle possibilità che la sua nazione le avrebbe dovuto dare. Ha lasciato l’Italia non per mancanza di amor patriae, bensì per l’impossibilità di fare progetti futuri, quali famiglia e carriera. Il primo impatto con gli standard olandesi non lascia dubbi sull’ efficienza di questa nazione.

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Francesca con amici in Lapponia durante il suo periodo Erasmus ad Helsinki

«A livello universitario il metodo è molto simile ai paesi nordici, periodi costantemente intensi per via degli individual/group assignments richiesti prima di giungere all’esame finale. Avendo fatto l’Erasmus in Finlandia non ho trovato difficoltà ad adeguarmi al modello universitario olandese. Per quanto riguarda lo stile di vita, diciamo che ho fatto un po’ più di fatica ad abituarmi al clima rigido e agli orari Olandesi: pausa pranzo alle 12:00 per non più di trenta minuti, cena alle 18:00 e tutti i negozi già chiusi al ritorno dal lavoro. Pienamente positivo il giudizio riguardo agli olandesi, sono stata accolta nel mondo universitario e lavorativo con estrema cordialità in un’atmosfera dove si percepisce il lavoro come un dovere ma al tempo stesso coesiste con un profondo rispetto della vita privata e dei ritmi personali. Infine, oltre alla splendida integrazione culturale e sociale che include tutti i benefici dell’essere cittadino di questa nazione, mi piace l’estrema gentilezza che cambia davvero la giornata, sali sul bus l’autista ti sorride, cerchi un’ informazione e subito qualcuno si rende disponibile per aiutarti, ti rechi semplicemente a fare le compere settimanali e tutti sono felici, sorridenti e cordiali. »

Ovviamente Francesca trasmette una piacevole impressione riguardo alla sua esperienza all’estero, quasi come se il paese ospitante fosse il paese di Bengodi. Tuttavia, il suo ritmo di vita per affermarsi nel sistema olandese, molto competitivo e professionale, dimostra la determinazione necessaria per poter godere degli aspetti positivi offerti da questa nazione.

«La mia settimana tipo inizia con la sveglia alle 5:50, prendo l’autobus per la stazione dei treni, colazione veloce e orribile, treno diretto a Eindhoven dove inizio a lavorare alle 9:00 sino alle 17:30. Finito il lavoro torno a Tilburg, vado a fare la spesa, ceno e sino a poche settimane fa mi dedicavo per tutto il resto della serata alla stesura della tesi. Il sabato e la domenica sono sacri in Olanda: riposo totale e momenti di relax che trascorro a Bruxelles con il mio ragazzo Joris »

I progetti futuri di Francesca appaiono chiari, rimanere in Olanda o comunque nel Nord Europa e continuare a lavorare per aziende di rilievo a livello internazionale, viaggiare e perseguire le stesse soddisfazioni che riceve ogni qualvolta porta a termine nuovi progetti lavorativi.

Di dipinti meravigliosi, vento e case ubriache: un week end in Olanda

«Welcome to the absolutely flat nothing!» dice Daniëlle mostrandomi la campagna olandese sul treno che dall’aeroporto internazionale di Amsterdam-Schiphol ci porta a Lisse, il paese dove è nata e cresciuta. Lo dice sorridendo, con affetto. In effetti la campagna olandese lascia intuire molto della natura del paese stesso: un fazzoletto di terra strappato al mare, dove i campi verdi e i pascoli sono sempre attraversati da corsi d’acqua. Anche nelle città l’acqua è un elemento dominante: infatti quando non sono attraversate da canali e fiumi, come Amsterdam e Delft, sono costruite qualche metro sotto il livello del mare.

Lisse è una di queste ultime. È una cittadina piacevole, tipicamente nordica. Le case di mattoni si susseguono in una lunga serie di graziose porte d’ingresso e giardinetti curati. L’assenza di tende permette di rubare uno sguardo all’interno, dove tutto sembra accogliente e caldo.

A pochi chilometri dalla cittadina si trova il parco Keukenhof, uno dei più spettacolari giardini fioriti del mondo. Si tratta di 32 ettari di terreno boschivo, nato in origine come vetrina dei coltivatori di bulbi e ora motivo di orgoglio per la popolazione: è infatti una meta turistica molto gettonata durante la primavera. Per gli amanti dei sentieri poco battuti dal turismo classico, l’Olanda del sud offre una lunga serie di percorsi e strade immerse nella natura, fra cui le dune di sabbia lungo la costa fra Haarlem e Leiden. Conoscendo i sentieri che si snodano all’interno dei boschi e fra le colline, si possono percorrere svariati chilometri immersi nel verde, in compagnia di pecore, cervi, conigli e uccelli selvatici, arrivando fino alla spiaggia dove l’erba cresce sulla sabbia.

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Non distante, affacciata sul mare, L’Aia è una città dove lo stile architettonico classico e quello molto moderno coesistono, insieme al movimento dato dagli uffici governativi che vi risiedono; il palazzo del governo olandese è una vista imponente, così come i cortili interni, aperti al pubblico. Accanto alla camera dei deputati si trova il piccolo Mauritshuis, un museo che ospita un’eccellente collezione di maestri del diciassettesimo secolo, che comprende opere di  Rembrandt e Vermeer. Di particolare rilevanza sono i dipinti Lezione di anatomia del dottor Tulp del primo e il celebre Ragazza con il turbante del secondo artista. Per gli appassionati di Escher, L’Aia ospita anche un’esposizione permanente delle opere dell’artista, presso il Paleis Lange Voorhout.

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Prendendo il tram dal centro della città si può raggiungere la spiaggia, dove il lungomare costellato di locali permette una gradevole passeggiata. Molto interessanti le sculture ispirate alle favole disseminate lungo il percorso. Con un po’ di fantasia ci si può immaginare stesi nella sabbia a prendere il sole, ma il vento di inizio aprile non rende facile l’operazione. Meglio sedersi a mangiare un panino con aringa marinata o patatine fritte con cipolla e salsa di arachidi, in perfetto stile locale.

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