Rischiare la vita in viaggio per ritrovarsi sempre dall’altra parte del confine


Il primo mese dell’anno apre a un 2017 che non mostra soluzioni per la “questione migranti”, almeno per come essa appare ai cittadini italiani, sempre più allarmati dal numero di stranieri che vedono sbarcare nel Paese. Preoccupazioni non del tutto prive di fondamento: dal 2015 al 2016 l’arrivo di migranti in Italia ha registrato un incremento del 18%, passando dai 153 mila ai 181.405 sbarchi. Da un punto di vista europeo però, l’allarme immigrazione risulta essere in forte riassorbimento: rispetto al milione di arrivi del 2015, si segnala infatti una riduzione del 64% di sbarchi, quantificata in 361.678 nuovi migranti nel 2016.

Gli arrivi via mare in Italia tra gennaio e dicembre 2016 (Fonte: UNHCR).

La Comunità Europea non sembra di fatto intenzionata a modificare il forte divario tra la situazione italiana e quella del resto dei Paesi europei. Al contrario, i provvedimenti presi sono tutti volti a limitare gli spostamenti, aumentando i requisiti per i richiedenti asilo e innalzando barriere di filo spinato; muri che a oggi separano sempre più stati: dal blocco della rotta balcanica (dalla Turchia a Grecia, Macedonia, Croazia,…) ai confini del territorio italiano, che pur essendo tra le mete meno ambite, risulta di fatto essere il luogo di stazionamento di centinaia di clandestini. Provvedimenti che si preoccupano di tutelare le potenze europee, ma che non tengono minimamente conto dell’umanità che continua a viaggiar per mare, mettendo a rischio la propria vita (nel 2016 si registrano nel Mar Mediterraneo 5022 morti) per ritrovarsi bloccata lungo frontiere più che congestionate.

Non meno allarmante è la situazione al di fuori delle aree di confine, nei centri urbani che sono luoghi di incontro tra vecchi e nuovi migranti. Milano, ad esempio, che a inizio 2017 registra cifre attorno ai 3500 nuovi extracomunitari sprovvisti di regolari documenti (oltre il 20% sopra la soglia prevista dal piano nazionale), è nell’immaginario di molti migranti un punto di snodo, una prima meta dove trovare contatti e da cui ripartire verso il resto d’Europa. «Alcuni sbarcano senza neanche la certezza di essere in Europa, senza sapere di essere in Italia;– racconta a Pequod Marisa, che ha lavorato a Lampedusa in attività di primo soccorso –ma hanno scritto in pennarello sul braccio l’indirizzo di riferimento da cercare e molte volte la meta è Milano». I motivi che spingono verso il capoluogo lombardo sono vari e diversi, ma raramente contemplano la volontà di fermarvisi: dalla presenza di connazionali cui fare riferimento alla vicinanza di mezzi di trasporto per grandi spostamenti; a volte, la speranza di trovare il trafficante che li porterà oltre confine.

Morti e dispersi nel Mar Mediterraneo nel biennio 2015-2016 (fonte: UNHCR).

Una piaga, quella del traffico umano, di cui ci parla Vanda, operatrice di strada in un’organizzazione che si occupa di fornire informazione ai migranti che stazionano nelle vie milanesi: «Nelle strade, sentiamo parlare spesso di traffico umano, sia che si tratti di trasporto di clandestini sia finalizzato alla prostituzione; ma anche offerte di ospitalità in cambio di piccole cifre di denaro o commissioni sulla ricezione di denaro dall’estero; non sempre vengono da migranti o bisognosi, possono essere coinvolti gli stessi operatori nel settore. Allontanare i nuovi arrivi da queste situazioni è tra i nostri principali obiettivi: spieghiamo loro le vie legali, attorno alle quali c’è molta disinformazione e forte disorientamento, e perché evitare scorciatoie, ma capita che siano i migranti stessi a chiedere contatti con i trafficanti. Spesso arrivano a Milano perché sanno che qui è più facile trovarli: vivono in città e a volte entrano loro stessi nei centri di prima accoglienza in cerca di clienti. Capita anche di riconoscerne alcuni e di segnalarli alle Forze dell’Ordine, ma i tempi delle indagini sono sempre troppo lunghi per vederne gli effetti».

Alle Forze dell’Ordine, Comuni come Milano, Chiasso, Pordenone hanno affidato il contenimento dei disagi legati alla presenza incontrollata e disorganizzata di extracomunitari. Chiediamo a Vanda dei rapporti tra questi e i migranti: «Da quello che raccontano le persone incontrate, soprattutto i Carabinieri sono abbastanza cordiali, al più distaccati; mentre ci sono stati riportati episodi di aggressioni da parte della Polizia Ferroviaria: un minore non accompagnato in attesa di documenti, ad esempio, ci ha raccontato di aver ricevuto un pugno in faccia solo perché sprovvisto di biglietto. Qualche problema nasce a volte con la Polizia di Stato, la cui presenza in strada è stata intensificata, insieme a quella dell’esercito, dopo la strage di Berlino. Anche l’applicazione di certe norme è diventata più rigida da quella data: è aumentato il numero di persone che vivono in strada dopo esser state allontanate dai centri di prima accoglienza, escluse dal sistema. I motivi di un’espulsione possono essere diversi: una rissa, una dipendenza, piccoli illeciti… Tra questi, la sospensione della procedura di richiesta d’asilo è prevista per chi lascia il centro d’accoglienza per più di 72 ore; una norma che fino all’anno scorso raramente veniva applicata. Lo stesso per chi lascia il Comune di prima accoglienza, che va a sommarsi ai clandestini che per scelta non si registrano in Italia, non volendo rimanere legati al Paese di primo sbarco, come invece previsto dalla normativa europea».

Sistema europeo d’emergenza di ricollocazione dei rifugiati (Fonte: UNHCR).

Eppure spesso sono proprio i Comuni a instradare i richiedenti asilo verso zone già sature. «Per legge, ogni migrante dovrebbe avviare le pratiche per la richiesta di asilo nel primo centro d’accoglienza in cui viene ospitato, entro 8 giorni dalla data d’ingresso.– Ci spiega Chiara, che lavora all’interno di una di queste strutture – Spesso questa norma è impossibile da rispettare, perché i centri non hanno posto. I Comuni dovrebbero collaborare accogliendo chi staziona sul territorio, ma difficilmente lo fanno; così come la Polizia di Frontiera, che si limita a riportare in territorio italiano chi è stato trovato in Stati limitrofi. In questo modo si mantengono in costante movimento grandi masse umane; attraverso una serie di rimbalzi, nessun’area appare eccessivamente sovraccaricata, ma il problema non arriva mai a soluzione. Si procede di emergenza in emergenza, anche a causa del rifiuto di molti Comuni ad applicare il piano di distribuzione nazionale; chiudiamo l’inverno con un “piano emergenza freddo” e ci prepariamo alla primavera e alle emergenze che annualmente si ripropongono con l’incremento di arrivi in Marzo».

Su richiesta degli intervistati, i nomi sono stati cambiati per proteggerne l’anonimato.

Immagine in copertina: proteste per i diritti dei rifugiati a Broadmeadows, Melbourne (Takver, Flickr). / Licenza CC BY-SA 2.0

Sara Ferrari

Sara Ferrari

Nata e cresciuta nelle valli bergamasche a fine anni 80, con una gran voglia di viaggiare, ma poca possibilità di farlo, ho cercato il modo di incontrare il mondo anche stando a casa mia. La mia grande passione per la letteratura, mi ha insegnato che ci sono viaggi che si possono percorrere anche attraverso gli occhi e le parole degli altri; in Pequod faccio sì che anche voi possiate incontrare i mille volti che popolano la mia piccola multietnica realtà, intervistandoli per internazionale. Nel frattempo cerco di laurearmi in filosofia, cucino aperitivi e stuzzichini serali in un bar e coltivo un matrimonio interrazziale con uno splendido senegalese.
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