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Malpensata site-specific e Trasfigurazioni di quartiere

Nel settembre 2018 la Compagnia Trasfigura presentava Doppi sensi. Il gioco delle parti, uno spettacolo comico-poetico che parla della “lotta” degli organi più nascosti del corpo, pene e vagina, contro il giudicante e mascherante cervello: una produzione autonoma che si rifà ai linguaggi dell’assurdo e del teatro fisico, che gioca con l’immaginario del corpo per parlare con seria leggerezza di tematiche legate al rapporto tra femminile e maschile e alla sessualità del nostro tempo.

Questo approccio e questa ricerca si protraggono nel tempo sia «per piacere che per percorsi di studio affrontati nelle rispettive carriere. È questo ciò che ci differenzia un po’ dalla semplice compagnia teatrale. Nella creazione di uno spettacolo, ci piace molto la costruzione culturale, la commistione di arti visive: abbiamo una forte passione per la progettazione culturale». Queste le parole di Serena Gotti, regista di questo spettacolo e co-fondatrice di Compagnia Trasfigura, insieme ad Alice Laspina.

Capiamo ancora meglio la direzione della giovane compagnia parlando del loro format progettuale Trasfigurazioni che nella sua prima edizione, per tutto il mese di maggio 2019, animerà il quartiere della Malpensata, nella città di Bergamo. Continua Serena: «La produzione teatrale e la progettazione culturale si sposano con la nostra passione per il lavoro site-specific, pensato per le caratteristiche di un particolare territorio, arrivando all’ideazione di progetti che valorizzino il territorio attraverso forme artistiche, non solo teatrali. Nel format Trasfigurazioni, infatti, vengono incluse musica, fotografia, videomaking. Parlo di “format” e non di progetto nel senso che Trasfigurazioni non si concluderà con l’esperienza della Malpensata: il nostro intento è svilupparlo in altri comuni della bergamasca, con sfumature e declinazioni diverse, per esplorare nuove forme di possibili narrazioni artistiche condivise».

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Questa connessione tra forme artistiche e territorio aveva già visto la compagnia impegnata nella sua penultima produzione teatrale: Segrete stanze, una performance specificamente pensata per l’ex Carcere di Sant’Agata di Bergamo. Continua Serena: «Ci piace l’idea della costruzione immediata e la sua fruizione, lavorare su uno spettacolo che non per forza deve avere vita lunga, che non per forza trovi una forma chiusa in cui definirsi. Visti i nostri studi e la nostra formazione, adoriamo lavorare sul site specific, al di là della semplice produzione teatrale, soprattutto per le nostre esperienze di teatro fisico. È questo il lato del teatro che più ci ha interessato e ci ha portato di conseguenza ad arrivare a un progetto come Trasfigurazioni».

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“Segrete stanze” (primo studio), presentato da Compagnia Trasfigura all’interno della rassegna Per amore o per forza 2017.

La partenza del progetto nasce dal bando “Legami Urbani”, che al meglio si sposava con le idee delle due artiste, seguite da sei intensi mesi di processo artistico e lavorativo. «Quattro laboratori per quattro tematiche, quattro arti per quattro narrazioni differenti del quartiere: i laboratori di sperimentazione sono il cuore pulsante di Trasfigurazioni, per approfondire la storia che ha contraddistinto la Malpensata attraverso le forme del suono, del video, del teatro e della fotografia. Abbiamo pensato a un progetto il più possibile inclusivo, con attività dedicate ai bambini e agli adulti, dedicate a specifiche fasce d’età».

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Alcuni scatti dai laboratori dalla prima edizione di Trasfigurazioni.

La scelta del quartiere della Malpensata per lo sviluppo delle attività è forse uno dei punti di forza del progetto: da sempre considerato come quartiere “di secondo livello”, ma ricco di storie e culture da rivelare all’intera città. Trasfigurazioni si presenta quindi come una proposta per rivalutarne e raccontarne nuovamente la storia, per donare una veste artistica a un quartiere cittadino ma marginale, trasfigurando. Trasfigurazioni è anzitutto arte partecipativa e relazionale, che si inserisce nei contesti sociali quotidiani per intrecciarsi con essi e creare nuovi punti di vista.

Sono in programma due interessanti giornate conclusive del processo artistico di Trasfigurazioni: sabato 25 e domenica 26 maggio verranno condivisi gli esiti dei laboratori, le narrazioni collettive strutturate nelle forme delle performance musicali e teatrali, della mostra fotografica e della proiezione video; a conclusione, gli interventi di Nicola Feninno (direttore di CTRL Magazine) e Renato Ferlinghetti (Università degli Studi di Bergamo) negli incontri informali a cura di Conversas Bergamo

Ph. credits: Compagnia Trasfigura 

Laurence Philomene: testimonianze di identità non binarie

Difficilmente capita di imbattersi in un* artista come p e dimenticarsene. Laurence, che si identifica come persona di genere non binario – quindi al di là della dicotomia, e quindi del binarismo, maschio-femmina, è un* fotograf* professionista, la cui notorietà è cresciuta a pari passo con la sua serie di scatti più famosa: “Non-Binary Portraits”, ritratti fotografici di persone che, come Laurence Philomene, si identificano come non binarie. Soggetti particolarissimi, spesso amici che l’artista canadese ha ritratto più volte nel corso degli anni e membri della comunità queer e trans, affiancati a un uso vibrante del colore, che è il secondo protagonista delle sue fotografie, sono i tratti più caratteristici di Philomene che, scatto dopo scatto, lavora sui temi della transessualità e della varianza di genere.

Hai cominciato ad interessarti alla fotografia molto presto. Qual è stata la spinta a continuare su questa strada, piuttosto che usare altre forme di espressione artistiche?

Penso che poiché il mio interesse per la fotografia è iniziato quando ero così giovane, sembrava che non ci fossero altre opzioni per me, e da quel momento la mia attenzione era focalizzata nello scattare fotografie e non è mai stato necessario provare altri mezzi, nonostante in questo ultimo periodo mi stia gradualmente interessando ad immagini in movimento.

Cosa vuoi trasmettere attraverso i tuoi scatti fotografici? 

Le mie foto sono sempre scattare per me, perché ho l’ossessione di documentare ciò che mi circonda. Per la maggior parte, non c’è distinzione alcuna fra me e le mie immagini, per me sono un’unica cosa e al tempo stesso singole foto. Semmai spero che le mie foto diano a chi le guarda qualche dettaglio sulla mia vita e li facciano sentire calmi e rassicurati.

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Hobbes – Jon in glitter (Laurence Philomene)

Quale pensi sia stata una delle tue più grandi sfide, professionalmente parlando?

La sfida più dura è mantenere una forte motivazione, poiché in questo periodo la maggior parte del mio lavoro lo svolgo in solitario al computer.

Quando hai scoperto l’esistenza della comunità LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer, intersex e asessuali), ed in particolare della comunità gender variant?

Ho fatto coming out come queer quando avevo 17 anni e avevo appena iniziato la scuola di fotografia, quindi iniziai a farmi coinvolgere nella comunità intorno a quel periodo. La comunità queer/trans è la mia casa e il luogo dove mi sento più in pace.

Cosa pensi della rappresentazione degli individui gender variant nei media? Cosa vorresti cambiare?

Penso che se c’è una cosa che vorrei vedere di più in termini di rappresentazione è più cura, più rispetto, e meno quella visione capitalistica di “rappresentazione” per il bene di apparire “inclusivi”. Ritengo che ora la rappresentazione queer e trans sia abbastanza onnipresente, ma ciò nonostante tutti quelli che conosco (ed io) lottiamo per prosperare, quindi mi piacerebbe vedere più azioni e più investimento, specialmente nelle vite delle donne trans, che tuttora affrontano ancora la maggior violenza all’interno della società. Direi: siateci per noi, oltre che usarci per il vostro tornaconto.

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Nat – Lucky (Laurence Philomene)

Quale messaggio intendevi trasmettere con la serie “Non-Binary Portraits”?

L’idea dietro la serie “Non-Binary Portraits” era di fotografare/documentare i miei amici che si identificano come non binari e di lasciarli brillare collaborando con loro per l’impostazione di ogni scatto. Tutto quello che faccio è abbastanza semplice, quindi la maggioranza degli scatti sono basati su un singolo colore, sentimento o idea. Lo scopo è mostrare che le persone non binarie esistono, che siamo qui, che ci auto-celebriamo – cosa che vedo accadere di più in questi giorni, ma che non era ancora un punto di forza della rappresentazione trans attraverso i media fino a qualche anno fa.

In futuro, continuerai a lavorare sulle tematiche vicine alle persone non binarie?

Penso che continuerò a lavorare su questi temi fino a che non scoprirò cosa significa il genere per me, quindi probabilmente andrò avanti per sempre!

I colori usati nelle tue foto sono molto forti e ben definiti. È interessante vedere come decostruisci il significato di colori “gendered” come il rosa e il celeste. Che idea vuoi trasmettere attraverso un uso così mirato di questi colori?

Ho sempre usato il colore come forma di espressione: per me ogni singolo colore ha il suo specifico umore e mi piace usare i colori in modo istintivo, uso quello che sento sia giusto. Ho decisamente avuto un periodo rosa qualche anno fa, e amerò sempre il rosa. Per molto tempo ho avuto l’ossessione per la femminilità: da dove nasceva, quali sono i suoi significati, come esiste in relazione con me, eccetera. Ho giocato molto con il rosa associato alla mascolinità, che per me significava fotografare la mascolinità nel modo più femminile possibile. Il blu rappresenta la mascolinità, ma in un modo meno caricato, forse perché in molti modi la mascolinità è vista meno come una minaccia rispetto alla femminilità?

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Lux – Wolfie – Steph as me with tomato (Laurence Philomene)

Il tuo lavoro si avvicina molto ad alcune tematiche femministe. Come descriveresti la relazione che c’è fra i tuoi lavori e i femminismi in generale?

Ho iniziato ad avvicinarmi molto al femminismo intorno al mio secondo anno di college, quando ho avuto la mia prima relazione gay, passando molto tempo su Tumblr e gestendo un collettivo artistico femminile. Tempo dopo avrei detto che il mio interesse si era spostato dal femminismo alle tematiche trans, ma queste due cose sono assolutamente interconnesse. Vivo la mia vita nel modo che preferisco e penso che questo sia di per sé un atto di femminismo: molti dei miei lavori esplorano il tema del femminismo (soprattutto l’identità di genere e i traumi), nonostante il mio scopo principale sia quello di mostrare la mia realtà.

Sto lavorando sul trovare nuovi modi per supportare la comunità locale in modo tangibile attraverso il mio lavoro, per esempio raccogliendo fondi per organizzazioni locali, eccetera, perché la rappresentazione è importante, ma ritengo che le azioni concrete sono ciò di cui abbiamo più bisogno in questo momento.

Se potessi tornare indietro nel tempo, cosa diresti alla tua versione più giovane?

Vivi tutto quello che ti capiterà, stai andando benissimo!!

Articolo scritto da Nicholas e Thuban

Fonte: Il Grande Colibrì

Scatti di luce dall’Accademia Carrara di Belle Arti

L’atto creativo di Thomas Edison, che 127 anni fa scopriva la lampadina, fu all’origine di una rivoluzione epocale. La sua invenzione ha modificato l’uso del tempo, l’esplorazione di spazi e ispirato alle generazioni successive altre creazioni, altre invenzioni, fino all’odierna ricerca di fonti di luce alternative.
Non solo un’applicazione pratica, ma spesso una fonte d’ispirazione estetica: la luce artificiale si è presto inserita tra i soggetti privilegiati dell’arte, divenendo elemento determinante d’innumerevoli opere.

Pequod ha chiesto a tre giovani artisti, frequentanti l’Accademia Carrara di Belle Arti di Bergamo di regalarci una loro interpretazione della tematica “LUCE”; interagendo, giocando e creando con essa. Loro ci hanno portato le combinazioni più estreme, tra dissolvenze e sovraesposizioni.

Gaia Boni, Emilia Regina e Lorenzo Urbani presentano i propri lavori fotografici.

Esposta, è come mi sentivo al momento dello scatto, esposta al pericolo di un dolore probabilmente, alla possibilità di non essere in grado di incassarlo, di scomparire dietro ad esso. La fotografia mi aiuta a guardare in faccia i miei dubbi e a combatterli, a farne uno scudo o un’arma con cui difendermi. 

Gaia Boni

Ph. Gaia Boni
Ph. Gaia Boni
Ph. Gaia Boni
Ph. Gaia Boni

Mi affascina la Luce perché è grazie a lei che c’è visibile il mondo, tramite di essa  percepiamo la vastità delle gamme cromatiche, ma è anche in lei che ci si può dissolvere diventando sostanze gassose o addirittura scomparire se diventa prepotente e intensa.

Emilia Regina

Ph. Emilia Regina
Ph. Emilia Regina
Ph. Emilia Regina
Ph. Emilia Regina
Ph. Emilia Regina
Ph. Emilia Regina

Il progetto è sviluppato con la tecnica del lightpainting: in una stanza priva di luce il soggetto, che rimane immobile per una manciata di secondi, viene illuminato in distinti punti con una torcia guarnita di un filtro del colore desiderato. Ad ogni colore viene assegnata una posa, caratteristica di una sensazione che scaturisce nella mente dell’autore. Le fotografie proposte sono tre: giallo, verde e rosso. Queste esprimono rispettivamente: estroversione, calma e sensualità.

Lorenzo Urbani

Ph. Lorenzo Urbani
Ph. Lorenzo Urbani
Ph. Lorenzo Urbani
Ph. Lorenzo Urbani
Ph. Lorenzo Urbani
Ph. Lorenzo Urbani

 

In copertina, immagine tratta da una fotografia di Gaia Boni

Arte da mangiare

Parlando di estetica e cibo, impossibile non citare il cake design!

Negli ultimi anni abbiamo assistito a un’incredibile ascesa di questa pratica culinaria, attraverso cui realizzare torte dalle forme più incredibili e disparate, ricoprendo il pandispagna con pasta zucchero colorata e modellata. Dai programmi televisivi, ai corsi privati, fino agli innumerevoli tutorial di youtube, la moda del cake design è entrata nelle nostre case e nei nostri palati.

Pequod è andato a casa di un’appassionata di cucina che per qualche tempo si è cimentata in quest’arte, scoperta nella Francia del ‘500 e diventata negli anni 2000 il punto di forza di moltissimi pasticceri, soprattutto d’oltreoceano, ma anche europei.

Paola, la nostra ospite, ci ha regalato qualche scatto delle sue creazioni!

Ma cosa si nasconde sotto quei veli di pasta zucchero?

Abbiamo chiesto a Paola di mostrarci i passaggi necessari per la realizzazione di alcuni suoi dolci.

Tutta questa fatica per la realizzazione di splendidi dettagli, ma quanto poi si gusta di queste torte?

«La torta vera e propria – risponde Paola – rimane sotto la pasta zucchero, che per quanto buona possa essere, risulta sempre troppo dolce per essere mangiata in grandi quantità. Ci si può comunque sbizzarrire sul gusto da dare al pandispagna e alle creme che vi si possono spalmare; oltre alla possibilità di inserire frutta, canditi, cioccolato, croccante… e tutto ciò che la fantasia vi suggerisce!

Uno dei modi in cui io preferisco usare la pasta zucchero è per piccole decorazioni su torte semplici e tradizionali, come la mimosa».

Quando le chiediamo di mostrarci la sua torta preferita, Paola però non indica le decoratissime torte che ci ha mostrato, bensì esibisce la fotografia di una splendida crostata di frutta di stagione!

 

Dimmi dove vai e ti dirò che fotografo sei

L’estate è ormai inoltrata, si avvicinano le ferie, si danno gli ultimi esami della sessione. Il vostro viaggio è già pianificato da tempo, i biglietti sono pronti, l’itinerario è segnato sulla cartina, le Lonely Planet sono tutte sottolineate.

Rimane solo un ostacolo tra voi e la vostra vacanza: la valigia. Ogni viaggio ha la sua, ma in nessuna può mancare una fotocamera, pronta ad immortalare vedute e momenti che potrete ricordare per sempre. Per non partire impreparati, ecco una piccola guida alle fotocamere adatte ad ogni tipo di viaggio!

La vacanza da backpacker

Zaino in spalla, mappe e chilometri da percorrere: se per le vacanze hai in programma un viaggio itinerante e in solitaria nel tuo zaino non può mancare, oltre ad un diario, una fotocamera analogica. La pellicola è l’ideale per imprimere ogni traccia dei nuovi territori che scoprirai e della strada che percorrerai per raggiungerli – e poi è il tocco vintage che completa il look da flâneur!

La vacanza sotto palco

L’estate, si sa, è la stagione delle vacanze al mare, ma se sei un appassionato di musica per te significa qualcos’altro: festival! Per immortalare la tre giorni di feste e concerti, la tua fotocamera deve saper resistere agli urti dei poghi, essere abbastanza piccola da non ostacolare i tuoi salti in transenna e di valore direttamente proporzionale alla resistenza del lucchetto con cui assicurerai la tua tenda: l’ideale è una Lomo, da usare esclusivamente secondo la sua poetica del “non pensare, scatta!”

La vacanza da ricordare

Oltre che di luoghi, colori ed incontri, un bel viaggio si compone anche di tanti piccoli momenti da ricordare per sempre: il miglior modo per immortalarli è una fotocamera istantanea! Dalla classica Polaroid quadrata alle stampe rettangolari della sua “nipotina” prodotta dalla Fujifilm, quello che ottieni scattando un’istantanea non è solo un’immagine ma un vero e proprio oggetto, unico e prezioso – e sta anche molto bene su Instagram!

La vacanza in fondo al mar

Quest’estate vai al mare? Avrai l’occasione di fare un tuffo in piscina? Perché non provare a scattare qualche foto sott’acqua! Ci sono tanti modi per farlo, custodie per fotocamere e per smartphone, ma se non vuoi correre il rischio di annegare il tuo dispositivo esiste un’alternativa economica e divertente: un’usa e getta subacquea! Si trovano con facilità nei negozi e online: portala con te a fare il bagno, scatta e fai stampare le tue fotografie per vedere come vieni sott’acqua!

La vacanza estrema

Se alle vacanze da pennichella spalmati sotto il sole preferisci l’adrenalina di uno sport estremo, la soluzione per le tue fotografie è una sola: armati di tavola da surf, mountain bike o snowboard e porta con te una Gopro per immortalare le tue imprese estive!

Fotografare fotografi: ritratti di turisti asiatici a Milano

Il turismo asiatico in Italia e in Europa sta acquisendo anno dopo anno una fetta sempre più ampia del turismo globale. L’importanza economica del fenomeno non è affatto marginale: molti Paesi europei hanno infatti scelto di investire in questo ramo del turismo, snellendo le procedure burocratiche per i viaggiatori e aumentando il personale parlante cinese-mandarino.

E fra le tante città europee visitate, Milano è da tempo una delle mete favorite. Un giro nel centro della capitale meneghina e si ha subito la conferma di questo trend, con insegne in giapponese e cinese nelle vetrine e commessi multilingue. Infatti, se in generale la Lombardia è la meta più ambita per lo shopping dagli stranieri, cinesi e giapponesi  fra tutti sono quelli che spendono di più durante le loro visite, specialmente nell’alta moda.

Ma a contraddistinguere il turista asiatico medio a Milano come altrove non sono soltanto le mille borse e pacchetti, frutto dello shopping nei negozi più costosi delle vie della moda, ma anche l’immancabile macchina fotografica. E soprattutto chi viene dal Giappone, patria di Nikon e Canon, sfoggia un’attrezzatura professionale da fare invidia, spesso impiegata per fotografare ogni singolo dettaglio, dal piccione di fronte al Duomo ai piatti di spaghetti. Questa frenesia nello scattare non è da imputare, come spesso si è detto malignamente, alla volontà di appropriarsi delle amenità occidentali per riproporle in patria attraverso l’imitazione: semplicemente lo sviluppo di rullini e l’acquisto di apparecchi fotografici è da sempre meno costoso in Asia, mentre in Europa soltanto l’avvento del digitale ha reso la fotografia meno proibitiva.

Abbiamo fatto un giro in Piazza Duomo a Milano, per immortalare i turisti asiatici intenti nella loro attività preferita. Che si tratti di una reflex o di uno smartphone con tanto di bastone per i selfie, la missione rimane sempre la stessa: scattare a più non posso per non dimenticarsi neanche un istante del proprio viaggio.

 

Le maschere del Duce

«Mussolini crea un grande scenario, dove l’entusiasmo si trasmette attraverso la sapiente energia di una mobilitazione continua che culmina poi con l’apparizione del Duce dal balcone e molti quando vedono apparire Mussolini scrivono, anche i ragazzi nei diari o nei compiti di scuola: “E’ come se apparisse Dio”».

[Emilio Gentile, E fu subito regime, 2012]

«Quando prende a parlare, dagli occhi si sprigionano faville e dalla bocca escono frasi concitate e rotte nella piena della passione e della foga oratoria […] È grande, è bello di quella bellezza che la superiorità dello spirito plasma nei visi degli apostoli e degli eroi».

[Luigi Vicentini, Mussolini veduto all’estero, 1924, Barion editore]

Questi gli sguardi di chi osservava il Duce. Eppure Benito Mussolini era alto 1,67 m per un peso di 70 kg circa.
Com’è possibile una tale discrepanza tra le misure del Duce, non certo colossali, e il modo in cui veniva percepita la sua immagine, la sua fisicità?
Qual è il vero volto di Mussolini?

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Parlare dell’immagine del Duce vuol dire riflettere su come una tale personalità abbia voluto mostrarsi, attraverso volti diversi, per ottenere un ampio consenso. Piuttosto che cercare un’unica sembianza e fisionomia del gerarca fascista, sarà quindi opportuno parlare delle maschere e dei costumi che indossava. Mussolini fa della sua estetica e dei suoi tratti i contorni del fascismo stesso: la mascella serrata, metallica e imponente, il passo deciso e determinato, l’occhio folle e visionario, il petto e le spalle larghi, corazzati, fieri. Il Duce è il primo dei fascisti, il modello cui rifarsi, il corpo-corpus studiato nelle scuole.

A ben vedere, lui non è il soggetto osservato, bensì colui che mette in mostra se stesso perché l’importante è esserci, sempre. Esserci per mostrarsi. Mostrarsi per essere osservati. Essere osservati per essere ammirati, emulati, seguiti.

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Mussolini si mostra innanzitutto membro del popolo che guida, anche attraverso la propria immagine. Con l’obiettivo di radicare il potere della sua dittatura su tutta la nazione, intraprende una serie di viaggi assieme a una troupe fotografica da lui stesso preparata, nelle diverse regioni della penisola, fino a raggiungere i suoi conterranei nelle aree di maggior migrazione.

Ecco allora la figura del giovane maestro di scuola romagnolo emigrato in Svizzera, povero e malmesso, che riesce a salire nella società altoborghese e aristocratica per rompere gli equilibri. Il Duce contadino con le sue quarantaquattro ferite della prima guerra mondiale esibite in parte a busto nudo sotto il sole cocente, che grida promettendo il pane al popolo. Il Mussolini sportivo e praticante delle piste da sci, sprezzante delle basse temperature. Vicino ai minatori piemontesi nella visita alle cave di Cogne nel Maggio del 1939, con un’insolita veste, che sembra calzare con disagio e inadeguatezza. Ma anche, una figura bohèmien che passeggia sul lungomare di Osta nel 1928 o un aitante borghese che con sguardo sfrontato esprime tutto l’arrogante spirito del “me ne frego” fascista.

Anche nel rapportarsi ai popoli dell’Africa imperale, Mussolini volle dimostrare di saper parlare il medesimo linguaggio culturale, indossando abiti folkloristici e integrando i costumi fascisti alle culture delle colonie.

 

 

Mussolini non è solo la voce della borghesia e le braccia del popolo; era osservato anche da occhi stranieri. Nel 1932 il giornalista americano Lowell Thomas realizzò il film Mussolini speaks per la Columbia e definì il Duce “il moderno Cesare”, apprezzando l’iconografia che era riuscito a realizzare.

Un uomo che è diventato immagine, tanto attraverso l’espressività facciale quanto attraverso l’abbigliamento, facendo della sua figura strumento di divulgazione e comunicazione verso ognuno, plasmandosi secondo l’appartenenza di ceto, della nazionalità, della cultura dei suoi interlocutori.

Un uomo divenuto emblema, mascherato da personaggio e finito vittima di quest’ultimo.

Quasi per un’amara legge del contrappasso alla fine la maschera è stata distrutta brutalmente da una morte violenta; l’immagine si è capovolta e il volto chiaro, netto che non lasciava spazio al dubbio e all’incertezza ha ceduto il passo alla carneficina e al misterioso senso di una vendetta, di una morte che ha fatto tacere ogni personaggio, ogni costume, ogni volto di Benito Mussolini.

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In copertina: Busto di Mussolini di Adolfo Wildt, copia di quello posto a ornamento della Casa del Fascio di Milano e distrutto a picconate nel 1945; Profilo Continuo di Renato Bertelli, creato la prima volta nel 1933 e poi riprodotto per sedi del Partito Nazionale Fascista, Gruppi Regionali, Case del Fascio e abitazioni private; Dux di Thayaht (Ernesto Michahelles), donato nel 1929 dall’artista a Mussolini.

California roadtrip: viaggio tra cliché fotografici naturali

Attraversare la California on the road è sicuramente una di quelle esperienze immancabili nel curriculum ideale di un viaggiatore e lo è in modo particolare quando si viaggia con una macchina fotografica.
È l’esperienza che hanno fatto quest’estate Giulia e Alice, conosciutesi qualche anno fa proprio grazie alla passione comune per la fotografia e diventate, viaggio dopo viaggio, grandi amiche.
Entrambe studentesse, Alice a Milano e Giulia a Edimburgo, hanno trovato il modo di incontrarsi visitando insieme diverse città europee. Quest’estate sono riuscite ad allargare le loro rotte e conquistare una meta che era tra i sogni di entrambe: la California.

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In due settimane hanno viaggiato sulle strade californiane in compagnia di Henry, un amico americano che le ha ospitate nella loro prima tappa a Los Angeles e ha poi proseguito con loro il roadtrip fino a San Francisco, la meta finale.
Lungo il viaggio hanno sostato in diverse città, ma hanno anche incontrato la natura americana: dalla mattinata spesa a conoscere San Diego, fino a vedere il confine col Messico; spostandosi a Mission Bay per un’uscita in barca, per poi raggiungere Jade Cove, una località nella regione del Big Sur famosa per la presenza di leoni marini. A Santa Barbara hanno visitato il Karpeles Manuscript Library Museum, la più grande collezione privata di documenti e manoscritti originali, e han poi percorso la costa fino a giungere a Hearst Castle, un palazzo sulle colline che si affaccia sull’Oceano Pacifico.

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Tra tutte le tappe e i luoghi visitati, il più interessante fotograficamente è senza dubbio il Parco nazionale di Yosemite: un’area naturale protetta che copre un’estensione di oltre 3000 km quadrati e arriva a raggiungere la catena montuosa della Sierra Nevada. Nel 1984 è entrato a far parte del Patrimonio dell’Unesco per la sua ricchezza naturale, fatta di cime granitiche, cascate, enormi sequoie e un’incredibile biodiversità.
Nella storia della fotografia, questo Parco nazionale è stato il soggetto degli obiettivi di molti grandi fotografi: primo tra tutti l’americano Ansel Adams, che proprio a Yosemite contribuì a porre le basi della straight photography, una fotografia diretta ed estremamente oggettiva, e rese artisticamente celebre l’imponenza della natura di questo Parco.
Giulia e Alice descrivono così il posto nello Yosemite che più di tutti le ha colpite: «Taft Point – l’alto promontorio che permette una vista panoramica del Parco – è il posto più mind-blowing che abbiamo visto: essere letteralmente ad un passo dal vuoto più totale dà i brividi e un senso di libertà incredibile».
Yosemite continua ad essere, comprensibilmente, un cliché per la fotografia. Alice racconta di aver per un po’ rubato il posto ad un gruppo di fotografi durante uno shooting ad una coppia di sposi: «Quando siamo tornate a casa, li ho cercati su internet e ho scoperto che erano tra i fotografi di matrimonio più famosi al mondo».

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Lasciato il Parco, lungo il loro tragitto, Alice e Giulia hanno incontrato diversi altri spettacoli naturali tipicamente americani: Lake Tahoe, ad esempio, un grande lago di acqua dolce tra le montagne della Sierra Nevada; o Point Reyes, famoso promontorio nord della costa californiana.
Tappa finale la città di San Francisco, la metropoli più ecofriendly d’America.

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Picwant: a caccia di fotografie

Per la sezione nuove premesse, questa settimana Pequod vi porta a conoscere Lucia Sabatelli, senior photo editor per Picwant.

Lucia si appassiona alla fotografia molto presto. È lei stessa a raccontarci i suoi primi approcci con la materia: «Mio padre aveva dei vecchi numeri di Epoca e di Storia illustrata; leggevo dello sbarco in Normandia e osservavo con grande attenzione le foto di Capa, o delle conseguenze dell’inquinamento da mercurio documentate da Eugene Smith.»
Lucia decide così di dedicarsi completamente a questa sua passione per la fotografia, seguendo quanti più corsi possibile per accrescere le sue capacità e abilità, e per nutrire il suo desiderio di imparare il più possibile riguardo questo suo grande interesse.
Nel 90/91 segue un corso annuale presso la fondazione Marangoni di Firenze, seguito da un corso di ritratto nel reportage, fotogiornalismo e sviluppo in bianco e nero al London College of Printing. Sempre a Londra, segue anche un corso presso la scuola Fotofusion, su fotografia di studio, photoshop, sviluppo e stampa a colori.

Fotografia di Ahmed Alkhalifa

È a questo punto che, nel 2001, inizia a lavorare nel settore:«Ho iniziato a collaborare con Mission Studios, agenzia fotografica fondata da Dave Hogan, fotografo del Sun, occupandomi della ricerca delle foto pubblicate su quotidiani e magazine, della distribuzione immagini ai clienti, e di lavorazione immagine e captioning».
Dopodiché, nel 2003, Lucia passa a WireImage, agenzia americana, dove si occupa, fra le altre cose, di supportare i fotografi dell’agenzia ai diversi eventi a cui partecipano.
Dal 2005, invece, è iniziata la sua collaborazione con Getty Images, prima come field editor, poi come assignment editor.

Fotografia di Howard Treeby

Dal 2014 inizia una nuova avventura per Lucia. Comincia infatti la sua collaborazione con Picwant (link), giovane agenzia dedicata alla mobile photography. Picwant permette a tutti quanti noi di inviare foto e video scattati con un semplice smartphone. L’agenzia offre aiuto sia agli utenti che ai professionisti: Picwant aiuta gli utenti a vendere le proprie fotografie ai professionisti, ed è utile, per questi ultimi, per comprare fotografie a buon prezzo.
In particolare, Lucia seleziona materiale iconografico per l’archivio in base a qualità e vendibilità di immagini e video, ma non solo: il suo compito è anche quello di scoprire nuovi talenti, facendo attività di scouting, e quello di curare le relazioni con i fotografi. All’interno di Picwant, inoltre, Lucia contribuisce alla crescita dell’agenzia curandone i contenuti, e collaborando con i fotografi per la realizzazione di servizi e storie.

Fotografia di Francesco Platania

Per quanto riguarda il futuro, l’obiettivo di Lucia è far diventare Picwant un punto di riferimento nel campo dell’editoria nazionale ed internazionale. In particolar modo, il progetto “storie e reportage”, sviluppando un team di fotografi presenti in tutto il mondo, che realizzi servizi solo e soltanto attraverso smartphone.

 

In copertina, fotografia di Hans Borghorst

Steve McCurry: oltre lo sguardo di chi?

Quando si parla di Steve McCurry il rimando automatico è al celeberrimo ritratto di Sharbat Gula, la ragazza afgana dai penetranti occhi verdi, curiosi e al contempo spaventati, dietro ai quali si cela una storia di povertà e voglia di riscatto, pubblicato sulla copertina del National Geographic nel giugno 1985. Una mostra dedicata agli scatti di uno dei fotografi più apprezzato al Mondo non poteva che intitolarsi “Oltre lo sguardo”.

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Oltre lo sguardo del fotografo.

Steve McCurry, classe 1950, fotoreporter statunitense, viaggiatore cosmopolita instancabile più volte premiato con il World Press Photo Award. Una carriera trentennale condensata nelle esperienze fotografiche tra India e Birmania, Cambogia e Afghanistan, ma anche Giappone, Africa, Brasile, Italia, America.

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È proprio in India che ha imparato a guardare e aspettare la vita: «se sai aspettare le persone si dimenticano della tua macchina fotografica e la loro anima esce allo scoperto». Una professione avviata e successivamente consolidata tra i conflitti internazionali di maggiore rilievo storico; l’innovazione congenita di McCurry è la prospettiva dalla quale osserva, non si sofferma sulla devastazione dell’ambiente piuttosto su quella del volto umano.

«Cerco il momento in cui si affaccia l’anima più genuina, in cui l’esperienza s’imprime sul volto di una persona. Voglio trasmettere il senso viscerale della bellezza e della meraviglia che ho trovato di fronte a me, durante i miei viaggi, quando la sorpresa dell’essere estraneo si mescola alla gioia della familiarità».

Un artista magistrale che si plasma al mondo che lo circonda con naturalezza, lingue, culture e tradizioni diverse, distanti, che diventano ponti paralleli da percorrere con umiltà.

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Oltre lo sguardo dei protagonisti.

Dietro ad ogni singolo scatto una storia intera che aspetta solo di essere raccontata. – Ritratto di un ragazzo della tribù Suri (Ethiopia); Operai su una locomotiva a vapore (India); Un uomo anziano della tribù Rabari (Rajasthan). –

Un assaggio dei titoli dai quali non emergono nomi propri, l’ignoto contribuisce a rendere tutto ancora più straordinario. Se vuoi entrare nelle vite di queste persone, nel loro quotidiano, devi farlo in punta dei piedi, con la stessa leggerezza con la quale loro entrano nella tua.

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Oltre lo sguardo del visitatore

Dall’India all’Italia più di 150 scatti fotografici che sembrano fermare il tempo tra i corridoi della mostra. Un percorso studiato per condurre il visitatore tra i primi volti indigeni e modesti presentati al grande pubblico, passando per la guerra del petrolio tra Iran, Israele e Arabia Saudita, una parentesi sulle catastrofi naturali degli ultimi decenni, arrivando infine ad eventi più recenti come l’attentato alle torri gemelle dell’11 settembre.

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Le audio-guide ed i video documentari studiati nei minimi dettagli contribuiscono a trasportare lo spettatore in luoghi lontani e avventurosi, avvolgendolo con scatti, espressioni, paesaggi mozzafiato.

 

Se ve la siete persi a Palazzo Reale a Monza, lo Studio 1 di Cinecittà aspetta solo voi.

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