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Riflessioni sul COVID-19 al tempo della Democrazia

Se la democrazia è una questione di gradi, possiamo immaginarla come una scala che tende a infinito, ossia il modello ideale di democrazia pura. Quello dove nessuno resta escluso, dove il dissenso trova libertà di espressione e il partecipare alla vita politica è un diritto, dovere e piacere di tutti. Quello che non esiste.

Una lezione di democrazia (quasi) pura ci viene data dall’emergenza in atto: il dilagare del COVID-19 ci mette tutti sulla stessa grande barca.

Comunemente detto Coronavirus, il COVID-19 continua a espandersi a macchia d’olio. Che l’uomo sia un animale errante è appunto dimostrato dalla celerità della diffusione, che secondo i dati in continuo aggiornamento riportati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha raggiunto rapidamente 203 tra stati e territori su un totale di 206 in tutto il mondo.

Dalle ultime indagini dell’OMS, emerge che ogni persona può generare un numero medio di contagi (o numero di riproduzione detto “R0” o “R naught”) tra 2 e 2,5. Significa che una persona che ha contratto il virus può contagiarne almeno altre due. Un numero soggetto a variazioni, ma relativamente più alto di una normale influenza il cui grado di contagio si assesta intorno all’1,3.

Si potrebbe essere tentati di dire che le ineguaglianze strutturali della società non giochino alcun ruolo nella diffusione del virus. Ma lo scenario cambia radicalmente se si tiene conto di alcuni fattori, tra i quali:

  • La possibilità o meno di osservare le misure di distanziamento sociale: come non accade ad esempio all’interno delle carceri, dove il sovraffollamento cozza con i provvedimenti presi dal governo;
  • La sussistenza o meno delle condizioni per l’isolamento e per il rispetto delle norme preventive: il caso dei senza tetto (circa 55.000 in Italia), impossibilitati non solo a rispettare i provvedimenti che impongono di restare a casa, ma spesso anche a seguire misure di prevenzione basilari come lavare spesso le mani;
  • La gravità della manifestazione del virus che ha decimato le generazioni più anziane, insieme alle persone affette da altre patologie o con un sistema immunitario già indebolito;
  • La presenza di uno stato sociale e l’accesso alle cure necessarie che non è scontato laddove la sanità non gratuita e il welfare risulta iniquamente distribuito. Ne sono un esempio gli Stati Uniti dove l’8,5% della popolazione non possiede alcuna assicurazione sanitaria.

Il panorama variegato di disuguaglianze sociali di cui soffre la democrazia moderna è ben visibile quando si tiene conto dei fattori che vanno oltre al semplice, bio-democratico, meccanismo di contagio. Quest’ultimo non è infatti influenzato se non marginalmente da fattori come l’età, il sesso o l’estrazione sociale. Dall’Upper East Side ai paesi in via di sviluppo, dal vicino di casa al calciatore, dal Principe Carlo a Boris Johnson, il virus colpisce tutti: anziani, giovani e persino neonati. Nessuno escluso, come dovrebbe accadere in democrazia.

Non è follia dunque voler trarre una lezione politica dall’emergenza sanitaria in corso. Il diffondersi del COVID-19 offre degli spunti riflessivi e anche il tempo necessario per rifletterci su. Mostrandoci cosa democratico sia per davvero, ci obbliga ad aprire gli occhi sui nostri sistemi democratici rivelandoli in tutta la loro fragilità e ci offre un’occasione per chiederci su quali basi vogliamo costruire la società del domani.

Mostrandoci cosa democratico sia, il dilagare del virus ci spinge a riflettere su cosa sia diventata e se il risultato corrisponde ancora all’idea iniziale. Ci interroga sulla solidità delle fondamenta del nostro vivere, e ci trova impreparati. Mostrandoci cosa democratico sia, ci chiede se i sistemi democratici ci piacciono ancora.

Il crescere dei consensi per l’adozione di misure sempre più restrittive e di punizioni sempre più severe verso i trasgressori nelle democrazie europee è un atteggiamento incontrovertibile. Significa che l’emergenza sanitaria ci spinge ad apprezzare quello che fino a ieri respingevamo e ci fa dubitare di cose di cui eravamo certi. Fino a rafforzare ulteriormente il dualismo tra le democrazie liberali e il colosso cinese che la crisi economica e i problemi in seno ai sistemi democratici hanno accentuato negli ultimi anni, a scapito di trasparenza e libertà.

Il rischio è quello di una deriva antidemocratica che vada oltre la fine dell’emergenza. Un esempio da tenere d’occhio è l’Ungheria, dove il primo ministro Viktor Orbán ha assunto i pieni poteri senza restrizioni temporali. Mentre il sogno europeo vacilla, l’apprezzamento verso il governo Conte schizza alle stelle toccando il 56% dal suo secondo insediamento. Allo stesso tempo, i sistemi autoritari iper-controllati come quello cinese non sembrano più così male. Cosa sta accadendo?

Dopotutto, la Cina sembra aver vinto la battaglia contro il virus, tanto da avviare un cordone solidale con altri paesi in piena emergenza. Negli anni il modello cinese sembra aver funzionato, soprattutto in termini di crescita economica. Eppure, non basta. Proteggere trasparenza e libertà avrà sempre un senso.

 

Immagine di copertina: Content Provider, CDC/Dr. Fred Murphy.

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