Congo: l’arruolamento spontaneo dei bambini e dei giovani

A inizio mese, il 7 novembre, apparve sulle homepage dei maggiori siti di informazione internazionale la notizia della resa del Movimento 23 marzo, conosciuto ai più con la sigla M23, gruppo di ribelli composto da ex militari dell’esercito congolese che ammutinarono nell’aprile 2012; la scelta del nome cadde sulla data 23 marzo 2009, momento in cui avvenne un accordo di pace fra milizie e forze armate che quest’ultime violarono.

Subito dopo questa resa, il pensiero dominante fu prevalentemente ottimistico, ma la realtà è che tale risoluzione è l’ultimissimo tassello di una rete di conflitti internazionali e di guerre civili che, sin degli anni Settanta dell’Ottocento, momento in cui avvennero i primissimi tentativi di colonizzazione da parte di Henry Morton Stanley, ha distrutto completamente la società civile del Paese. Difatti, il fallimento delle idee di sviluppo e modernità da un parte, portate avanti da coloni e missionari prima e dalle Ong dopo, e il collasso della cultura e dell’organizzazione sociale tradizionale dall’altra hanno creato un vuoto istituzionale che negli anni è stato colmato da modelli inediti di organizzazione economica e politica: i Signori della Guerra.

La maggior conseguenza di questa situazione è stata ed è tuttora la «democratizzazione della violenza» (Generazione Kalashnikov, Luca Jourdan) portata avanti su due livelli della società: in primo luogo fra le diverse comunità locali, dove i differenti gruppi etnici competono per le risorse, e in secondo luogo fra giovani e bambini, che si arruolano volontariamente nelle milizie per essere accettati nella società civile. Seguendo questa prospettiva, la dicotomia vittima/carnefice relativa al mondo dell’infanzia ingannato e sfruttato dal mondo degli adulti, comincia a perdere consistenza, a sfuocarsi, in favore di un’analisi più approfondita del fenomeno.

Secondo l’antropologo Jourdan, difatti, l’arruolamento spontaneo è da imputare alla volontà da parte dell’adolescente di uscire da una condizione di marginalità. In Congo le scuole vengono chiuse o distrutte e il mondo del lavoro è quasi del tutto assente poiché la competizione per la coltivazione della terra è un problema che dura sin dagli anni ’80 – causando numerosi conflitti civili – e l’industria è completamente assente. Di conseguenza, i giovani si mettono a fare i mestieri più disparati, dai cercatori d’oro ai trafficanti di diamanti, per poi trovare come unica soluzione l’entrata nelle milizie: «sono entrata […] a tredici anni perché gli ugandesi invadevano e saccheggiavano il mio villaggio. […] Sono entrata perché volevo magiare senza lavorare, volevo andare in macchina e fumare la chanvre (canapa indiana)» (Generazione Kalashnikov, Luca Jourdan, p. 93).

La testimonianza riportata, oltre a sottolineare come anche le bambine aderiscano alla ribellione, è significativa in quanto mostra come il periodo da combattente non sia stato vissuto come un periodo negativo, ma anzi, esaltante, di indipendenza e riconoscimento sociale, tramite il quale il combattente, da disoccupato, diventa consumatore di quegli oggetti materiali caratteristici della modernità.

3- infanzia negata dei bambini soldato, immagine sito UNICEF

In Congo, difatti, la violenza è diventata un’opportunità: il pillage, il saccheggio, ne è uno degli esempi più significativi. Siccome i combattenti non ricevono stipendio dai loro Signori della Guerra, quest’ultimi lasciano che i loro miliziani saccheggino le abitazioni delle popolazioni civili, come una concessione paternale, altro atto di violenza funzionale al loro potere di capi. Una volta concluso il pillage, spesso i combattenti vendono subito il bottino ai mercati, ma in altri casi tengono i beni acquisiti per farne sfoggio: così il saccheggio possiede anche il valore simbolico di accesso alla modernità e ai suoi simboli. Solo in questi termini si potrebbero dunque spiegare i cellulari appesi alle cintole in luoghi in cui non c’è un’effettiva copertura di rete.

In questo contesto l’immagine del bambino soldato vittima degli adulti perde parte del suo significato poiché  i kadogo, i bambini soldato, diventano attori sociali attivi. Ma non solo. In Congo è avvenuta una sovversione di ruoli sociali, nella quale il mondo dell’infanzia riesce a prevalere su quello degli adulti: «Ho visto un piccolo Mayi-Mayi (una delle milizie più potenti nel Kivu, regione orientale del Congo, n.d.r.), era alto così [con la mano indica un’altezza di circa un metro e venti], ha fatto inginocchiare un papà, gli ha legato le mani dietro la schiena e lo ha portato via» (Generazione Kalashnikov, Luca Jourdan, p. 97).

Un’ultima importante riflessione dell’antropologo Jourdan riguarda la storia della concezione occidentale dell’infanzia. Nel Medioevo, il bambino veniva considerato un adulto in formato ridotto, mentre dal Rinascimento si cominciò a porre le prime attenzioni sull’educazione dei giovani. In questo modo cambiarono anche i rapporti affettivi fra genitori e figli, dove i primi si predisponevano a diventare modelli spirituali e morali per i secondi. Durante l’Ottocento, invece, avvenne la rimozione del bambino dal mercato del lavoro, mentre nel Novecento il mondo dell’infanzia si accosta all’ambito del diritto (ad esempio, nel 1989 la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia). Da questo breve excursus Jourdan afferma come la storia dell’infanzia occidentale sia caratterizzata da una «progressiva perdita di autonomia», dove il bambino viene considerato un soggetto da tutelare e dove, in caso contrario, si parla di infanzia negata.

Ma tale prospettiva è una categoria morale e occidentale, formatasi dalla nostra storia sociale e non adatta ad essere attribuita alla realtà africana, non adatta ad essere una categoria universale. Difatti, in Africa lo status di bambino viene attribuito alle persone che non si sono sposate e non hanno avuto figli (di conseguenza anche un anziano può appartenere al mondo dell’infanzia); mentre l’adulto è colui che è «dotato di potere generativo», e quindi in grado di trasmettere l’essenza vitale tramandatagli dagli antenati.

 

In copertina, fotografia di Ed Ou pubblicata su SETTE CORSERA, vincitrice del premio giornalistico internazionale ”Mario Luchetta ”.

antropologia, bambini soldato, Congo, Luca Jourdan


Francesca Gabbiadini

Nata in valle bergamasca nell’inverno del 1989, sin da piccola mi piace frugare nei cassetti. Laureata presso la Facoltà di Lettere della Statale di Milano, capisco dopo numerosi tentavi professionali, tra i quali spicca per importanza l’esperienza all’Ufficio Stampa della Longanesi, come la mia curiosità si traduca in scrittura giornalistica, strada che mi consente di comprendere il mondo, sviscerarlo attraverso indagini e ricomporlo tramite articolo all’insegna di un giornalismo pulito, libero e dedito alla verità come ai suoi lettori. Così nasce l’indipendente Pequod, il 21 maggio del 2013, e da allora non ho altra vita sociale. Nella rivista, oltre ad essere fondatrice e direttrice, mi occupo di inchieste, reportage di viaggio e fotoreportage, contribuendo inoltre alla sezione Internazionale. Dopo una tesi in giornalismo sulla Romania di Ceauşescu, continuo a non poter distogliere lo sguardo da questo Paese e dal suo ignorato popolo latino.

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