La leggerezza del dolore: l’arte liberatoria di Sophie Hames

«Si usa uno specchio di vetro per guardare il viso e si usano le opere d’arte per guardare la propria anima», affermava George Bernard Shaw, intramontabile drammaturgo irlandese; rileggendo oggi le sue parole, ci si accorge di come l’arte rimanga sempre fedele a se stessa, mantenendo in ogni sua declinazione una facoltà catartica incorruttibile e pura, in grado di resistere all’inesorabile scorrere del tempo.

Dei poteri di questo specchio astratto che mette a nudo le anime e i sogni, è ben a conoscenza Sophie Hames: attrice di origine belga, una vita nel teatro, co-fondatrice del progetto itinerante Isabelle il capriolo, nato e cresciuto in una frazione della provincia bergamasca. Pequod l’ha incontrata per parlare insieme di arte e libertà, di gioia e di dolore, ma soprattutto di come il teatro abbia il potere di dar voce ai più deboli.

 

Sophie, partiamo dall’inizio. Come è cominciata la tua avventura nel mondo del teatro?

Ho iniziato a recitare da adolescente: a quattordici anni ho avuto il mio primo approccio al teatro; a diciotto capii che quella dimensione avrebbe fatto sempre parte di me, tanto che decisi di renderlo un lavoro. Partendo dalle base di teatro tradizionale, ho studiato scenografia, concentrandomi soprattutto sulla realizzazione di maschere.

 

 

Come è nata l’associazione Isabelle il capriolo?

Si tratta di un progetto ideato assieme a Luciano Togni: siamo nati come teatro di strada, abbiamo mosso i primi passi realizzando le nostre performance all’interno di spazi non convenzionali. Dopo aver lavorato con numerose compagnie locali, siamo riusciti a portare uno spettacolo all’interno di una basilica lombarda in occasione del suo centenario, inscenando uno spettacolo su San Martino per analizzarne la figura nelle sue contraddizioni. La nostra compagnia è stata il frutto del sodalizio di un piccolo nucleo circoscritto ed eterogeneo: all’inizio eravamo tre attori, di cui uno buddhista. Forse anche a causa della natura del nostro gruppo, ci siamo interessati sin da subito alle tematiche e alle tecniche più svariate, fondendo le nostre conoscenze in una commistione fatta di danze indiane, strumenti musicali, sperimentazioni con la voce.

 

Un teatro ricco di sfumature e in continua trasformazione; quali sono state le vostre evoluzioni successive e come hai contribuito a questo sviluppo?

Dalla strada siamo passati agli spettacoli con le marionette, e in questo senso ho avuto la possibilità di esprimermi a fondo. Per l’idea dei fantocci ho preso spunto dalla tecnica del bunraku giapponese: utilizzo marionette alte un metro e cinquanta, create da me; sulla scena esistono solo loro, io le muovo ma sono completamente coperta di nero. Molte delle mie creazioni sono caratterizzate da elementi surreali, quasi onirici, ma ogni spunto parte sempre dall’osservazione della realtà. Per rappresentare il personaggio di Cristo, ad esempio, mi sono ispirata a una scena del film Pianeta Verde: al posto delle ferite e del sangue sul suo corpo, ho messo alcune farfalle fissate con delle puntine. Volevo rendere un’immagine di grande umanità, leggera e opprimente allo stesso tempo.

 

Scena tratta dallo spettacolo “Isotta”

 

Credi che ci possa essere leggerezza nel dolore?

Credo che si possa fare un esercizio per vivere nonostante il dolore. Non è facile vivere, ma il dolore la maggior parte delle volte ce lo creiamo da soli. Possiamo essere pieni di ferite e allo stesso tempo avere ali di farfalla. Questo tema è una costante nel mio lavoro; lo affronto anche nel mio ultimo spettacolo: un’anziana donna apre la scena e interroga il pubblico, chiedendo cosa manca all’uomo per essere felice. Forse la soluzione è racchiusa nelle stesse parole della vecchia narratrice: «Fatevi mancare l’infelicità».

 

Con il teatro sei attiva anche nel sociale, e ti interessi di femminismo: di cosa ti occupi nello specifico?

Da qualche tempo collaboro con la professoressa Cristiana Ottaviano, docente di Sociologia all’università di Bergamo: grazie ai risultati delle sue ricerche abbiamo realizzato degli spettacoli sugli stereotipi di genere. Credo che si dovrebbe educare alla fragilità: da questo punto di vista, purtroppo, gli uomini sono ancora più prigionieri di noi, perché c’è uno stigma maggiore sulla vulnerabilità vissuta e manifestata da un uomo; è come se, nel pensiero comune, la virilità si potesse collegare solamente al concetto di forza, ma l’idea che la fragilità appartenga a un solo sesso penalizza tutti.

 

 

Pensando a un tuo personaggio femminista, quale ti viene in mente?

Sicuramente Isotta, uno dei personaggi del mio ultimo spettacolo. L’opera è una rivisitazione del mito di Tristano e Isotta: nella mia storia, Isotta non è vittima del destino, ma sceglie liberamente di far bere il filtro d’amore a Tristano. È una giovane che decide e corre rischi: perde la sua verginità con l’uomo che ama, conosce il suo corpo e lo celebra liberamente, scardinando molti tabù. Anche i protagonisti maschili in questo progetto sono profondamente femministi; il Tristano della tradizione è rappresentato come un guerriero invincibile, qui è presentato nelle sue vulnerabilità proprio perché è un personaggio lirico, così come Re Marco: è omosessuale, ma sposando Isotta si nasconde da se stesso. Emblematico è il fatto che le dica: “non possiamo vivere, possiamo solo fingere di vivere”.

 

Racconti anche storie di violenza di genere?

Certamente. Con Cristiana Ottaviano parliamo ai giovani, andiamo nelle scuole, cerchiamo di combattere gli stereotipi attraverso l’arte e il dialogo. Il mio spettacolo, Suzanne et Erik 157 jours, parla anche di questo: un amore che da idilliaco si fa distruttivo, sfociando nel controllo e nella gelosia, quindi nella violenza psicologica, la più subdola.

 

In copertina: Sophie con le marionette di Isotta e della Narratrice, da lei create.

Fotografie di Luca Capponi ©.

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