L’Everest nello zaino


Non ho mai sognato l’abito bianco, sapete. Nonostante abbia accolto la proposta di matrimonio del mio compagno con una sincera esplosione di gioia, ammetto di esser stata una sposina davvero pigra e reticente per quanto riguarda l’organizzazione del ricevimento. Ho però investito una notevole mole di tempo nella pianificazione del tanto desiderato regalo di nozze: un viaggio alle pendici del tetto del mondo, l’Everest Base Camp.

In quanto figlia di un fornaio alpinista, cresciuta sotto le Orobie e zompettante in montagna sin dall’età di tre anni, ho sempre visto il Sagarmatha come un’esperienza da vivere, come un universo da esplorare, per diventare io stessa protagonista di quei libri d’avventura che divoro da quando ho imparato a leggere. Quello sull’Everest BC sarà il mio primo trekking extraeuropeo; questo articolo non vuole assolutamente essere esaustivo né tantomeno tecnico: lascerei agli esperti i consigli riguardanti l’abbigliamento specifico, la pianificazione del percorso o le norme e i permessi necessari per intraprendere questo viaggio. Ciò che segue, ossia il contenuto dello zaino che trascinerò in Nepal, è piuttosto l’insieme di oggetti, sogni e aspettative di una neofita che sta per affrontare il viaggio della sua vita.

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Cosa non deve mancare nello zaino di un trekker che decide di affrontare l’Everest BC:

  • tanti kilometri nelle gambe

Nonostante l’Everest BC non sia un trekking particolarmente difficile o con tratti molto tecnici, l’altitudine è notevole e se siete appassionati di “divaning”, forse è il caso di valutare qualche escursione “d’allenamento”.  Non vorrei infrangere i sogni di nessuno, ma difficilmente quindici giorni di cammino ansimante a oltre 4000mt trasformano Homer Simpson in Simone Moro.

Nel mio caso, ho intensificato le uscite in montagna, a dire il vero già piuttosto frequenti, dedicando alle salite anche le mie ferie estive. In questo modo, giorno dopo giorno, sto trasformandomi in un centauro: se dalla vita in su sembro una sposina, sotto esibisco due polpacci ipertrofici che neanche Cristiano Ronaldo!

Everest2 (inalto.org)
Ho elaborato questo articolo mentre sgambettavo contenta giù per il sentiero che porta alla Croce di Pizallo in Valassina. Questa valletta, spesso non considerata, è vicinissima a Milano ed è piena di percorsi suggestivi tra pascoli e boschi di castagno, adatti a tutti e perfetti per “farsi le gambe” approcciando qualche salita. [ph. inalto.org]
  • gli scarponi

Partire per un trekking impegnativo con gli scarponi nuovi significa disintegrarsi i piedi e far sorridere Charles Darwin.

Partire per un trekking impegnativo con gli scarponi del vostro numero esatto, senza nessuno spazio supplementare, significa disintegrarsi i piedi, perdere le unghie e far sorridere Charles Darwin.

Partire per un trekking impegnativo con gli scarponi primo prezzo significa rimanere a piedi scalzi in mezzo al nulla e far sorridere Charles Darwin.

In qualsiasi negozio specializzato troverete decine di scarponi di ogni marca e modello e commessi competenti pronti a consigliarvi. Sul percorso verso il campo base non ci sono ferrate, quindi possono bastare dei classici backpacker boots, purché impermeabili, COMODI e robusti. Anziché intossicarvi di inutili recensioni sul web, provatene a decine e fate scegliere al vostro piede, stressando qualche commesso ma lasciando in pace il buon Charles Darwin.

  • il rispetto per chi ci ospita

Se noi occidentali possiamo permetterci di folleggiare sull’Himalaya o piantare la nostra bandierina sul tetto del mondo è grazie agli Sherpa, i veri Proletari della Montagna. Per questa povera gente, umile, mite e lavoratrice, i pochi dollari guadagnati come porters possono garantire uno spiraglio nella miseria, un corso di studi per un figlio o le cure mediche per un familiare anziano… Un futuro migliore, insomma, così difficile da raggiungere se nasci nella valle del Khumbu!

Il termine corretto sarebbe “bharya”, portatori; “Sherpa” identifica soltanto l’etnia proveniente da est, mentre questo difficile lavoro è svolto da una multicolore varietà di popolazioni, spesso provenienti dalle zone più povere del paese. E’ grazie a loro se possiamo dormire comodamente nei caldi lodges lungo il percorso, se possiamo bere sempre acqua in bottiglia, camminare agili con le spalle libere o glorificare il nostro orgoglio nazionale piantando la bandierina sul cucuzzolo, dopo aver scalato grazie a corde, chiodi e scale precedentemente piantati da nepalesi coraggiosi.

Camminare verso il Campo Base con una guida e un porter, non solo vi garantirà un trekking tranquillo e sicuro, vi svelerà i mille segreti di questa terra fantastica, raccontati in prima persona da chi ci è nato e la ritiene sacra, ma vi permetterà anche di sostenere concretamente le microeconomie locali, provate tra l’altro dal grave terremoto del 2015.

Siate quindi cortesi, gentili e rispettosi con coloro che vi ospiteranno. Vi capiterà di vedere porters carichi all’inverosimile, con decine di materassi o porte o bombole legate sulla schiena, con un paio di infradito ai piedi lungo sentieri scoscesi… Ricordatevi di cedere SEMPRE il passo!

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Sherpa o portatore [ph. Aaron Huey, The Return]
  • un buono zaino

Non risparmiate sullo zaino! Scegliete piuttosto un buon modello resistente e non eccessivamente grande, sia per rispetto delle spalle nepalesi, sia perché a 4000mt nessuno baderà al vostro outfit. Se partite in gruppo, pensate alla possibilità di condivisione dell’attrezzatura, quando possibile, dividendo il peso equamente. Nella quasi totalità dei casi, grazie alla mitezza e al buon carattere dei nepalesi, tra guida, porter e trekker si crea un bellissimo rapporto, continuo nel tempo. Ragionamenti come “chissenefrega dello zaino, tanto lo porta lo sherpa e lui è abituato vi creeranno (almeno si spera) dei sinceri e meritatissimi sensi di colpa.

  • letteratura

Un e-reader, leggero, pratico e facilmente ricaricabile, può essere un buon compagno durante le fredde notti nei lodges (magari insonni: l’altitudine fa questi scherzi!); sconsiglierei invece di riempire il vostro zaino di volumi. Piuttosto, potrete coltivare la vostra smania di Ottomila con un allenamento perfettamente gestibile anche in orizzontale, leggendo le decine di libri dedicate all’argomento e agli eroici alpinisti che hanno sfidato La Montagna. “Aria Sottile” di Krakauer, la biografia di Scott Fisher “Mountain Madness”, “Everest 1996” di Bukreev, “Il Mio Mondo Verticale” di Kukuczka, “La Seconda Morte di Mallory” di Messner, la biografia di Walter Bonatti sono solo alcuni dei testi che potrebbero appassionarvi.

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“Chi più in alto sale, più lontano vede. Chi più lontano vede, più a lungo sogna” Walter Bonatti
  • nozioni di microbiologia

A una conferenza sentii un tale sostenere al 100% la bontà microbiologica di ogni torrente sull’Himalaya, poiché “altissimo e purissimo”. Se il vostro scopo, sempre come sopra, è quello di far sorridere il buon Darwin, ristoratevi pure nelle chiare fresche e dolci acque nepalesi, dentro le quali, magari solo qualche metro a monte di voi, ha appena cagato uno yak. In ogni caso, essendo il trekking ben attrezzato, è sempre possibile trovare acqua in bottiglia.

  • spirito di adattamento

Una passeggiata verso l’Everest BC non è esattamente come il lungomare di Bibione. Spesso vi troverete a dormire in gruppo dentro il camerone di un lodge affollato. Un paio di tappi potrà difendervi dal sempiterno vicino russatore. Prendete questa esperienza così come viene, con positività, ben sapendo che difficilmente vi ricapiterà di entrare in contatto con così tante vite e storie diverse, in un bailamme umano colorato e notevole, sotto il tetto del mondo.

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Francesca Delcarro
Francesca Delcarro

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