Alla ricerca della fama dall’underground ai social network


È luogo comune dell’immaginario che ruota attorno alla cultura underground   l’idea che gli artisti che si sono inseriti all’interno di questo movimento siano stati sempre disinteressati all’entrare nelle schiere della cultura popolare, ufficiale e di successo: obiettivo delle loro opere era infatti proprio quello di schierarsi contro le regole che fino alla prima metà del Novecento avevano imbrigliato le diverse forme di produzione artistica, creando una rete semiclandestina di attività che opponessero resistenza alla massificazione della cultura che avanzava nelle società capitaliste.

I movimenti di questa controcultura, che dall’America degli anni ’50 si diffuse presto nel resto del mondo, sembrano impensabili da riprodurre oggi. Non solo molte delle rivendicazioni portate avanti dalla cultura underground e spesso scontratesi con processi per indecenza, oscenità e malcostume, sono oggi comunemente accette a buona parte delle società occidentali; ancora più complessa sembra l’idea di una clandestinità e una segretezza del lavoro degli artisti attuali, facilmente esposti tramite la rete dei social network.

Ma quanta distanza di fatto si trova tra le personalità di spicco della controcultura e la vanità sovraesposta nell’era dei selfie? Quanto dell’attuale attitudine a innalzare a icone certe figure passate e moderne è possibile ritrovare nei modi della cultura underground?

 

Locandina promozionale di Gioventù Bruciata, diretto da Nicholas Ray nel 1955.[/

Sebbene la spontaneità fu alla base tanto dell’esistenza quanto delle produzioni degli artisti underground, è lampante che anche il loro stile di vita, improntato a ogni tipo di eccesso, divenne presto un must generazionale, coronato dal successo della pellicola Gioventù bruciata, che nel 1955 promuoveva l’immagine dei “belli e dannati”.

Un’immagine che conserverà il suo fascino negli animi adolescenti delle generazioni successive e che sarà alla base del successo di una consistente fetta di industria cinematografica, non da ultimo quella che, favorita dall’avvento della moda hipster ( che non a caso prende nome dal gergo dei giovani beat, che così chiamavano negli anni ‘50 gli appassionati di jazz e bebop) ha in tempi recenti ripreso questo filone in veste biografica, contribuendo alla recente mitizzazione di alcuni dei protagonisti della controcultura: da Urlo di Epstein e Friedman, che nel 2010 racconta la vita del poeta ebreo e omosessuale Allen Ginsberg; a Boom for Real: L’adolescenza di Jean-Michel Basquiat di Sara Driver, uscito lo scorso anno incassando 22,5 mila dollari.

 

Locandine di Howl (in italiano Urlo) diretto da Rob Epstein e Jeffrey Friedman nel 2010 e Boom for Real. L’adolescenza di Jean-Michel Basquiat diretto da Sara Driver nel 2017.

 

Un’attenzione che più che focalizzarsi sulle opere, sembra rispecchiare quel desiderio un po’ morboso, tipico della condivisione social, di entrare nella quotidianità delle persone, in questo caso artisti dediti a vite fuori dagli schemi, spesso caratterizzate dal massiccio consumo di alcol e droghe.

Un’attenzione che in alcuni casi arriva alla falsificazione, come è successo a Vivian Maier, protagonista nel 2013 dell’opera di Siskel e Maloof: Alla ricerca di Vivian Maier. Dopo aver ritrovato stampe e negativi in un magazzino acquistato all’asta, Maloof si dedicò infatti alla creazione di un’immagine della Maier come di una bambinaia misantropa, segretamente dotata di un’innata capacità di anticipare la street photography. Per ottenere questo effetto avanguardistico, lo scopritore si dedicò alla selezione e alla stampa di quei negativi che potevano rispettare l’ideale estetico che si voleva proporre, ma che forse l’autrice non avrebbe apprezzato: si sa, ad esempio, che la Maier riquadrava tutte le fotografie che stampava per rispettare il formato rettangolare della carta, mentre a noi sono per lo più offerte stampe a pieno negativo. L’artista stessa, del resto, pare aver avuto presentimento del destino della sua opera, quando spiegò a un datore di lavoro che «se non avesse tenuto nascoste le sue fotografie, qualcuno le avrebbe rubate o usate male».

Se possiamo ipotizzare che la fotografa della Chicago degli anni ’50 e ’60 non avrebbe probabilmente apprezzato i metodi e l’estetica dell’era dei social, non possiamo sostenere con la stessa certezza che gli artisti underground a lei contemporanei avrebbero avuto la stessa opinione. Né è così facile convincersi che sia stata la rete informatica a distruggere i canoni della cultura alternativa: se infatti l’obiettivo era liberarsi da schemi preimpostati, ottenere libertà espressiva e trovare lo spunto narrativo nella vita quotidiana e in quella dei bassifondi, allora i social network possono essere considerati un mezzo e non un ostacolo alla controcultura, a patto certo di dedicarsi non alla mitizzazione del passato, ma a una nuova spontaneità artistica.

 

Copertina del DVD di Alla ricerca di Vivian Maier di John Maloof e Charlie Siskel del 1013 e un’opera della fotografa.

 

Del resto, al giorno d’oggi moltissimi artisti underground utilizzano i social network come principale canale di comunicazione; esempio eclatante sono gli street writers, che spesso tutelati dalla garanzia di anonimato offerta dalla rete informatica, riescono a dare risalto e rivendicare come proprie le opere con cui colorano le vie cittadine. Le piattaforme informatiche diventano così vetrine e musei, raddoppiando lo spazio urbano e offrendo un nuovo palcoscenico a quell’arte che rifiuta la propria canonizzazione e mercificazione. Proprio il fattore economico diventa così elemento critico nel rapporto, in origine di aperta opposizione, tra gli artisti che si riconoscono come underground e la realtà del mainstream: il diritto a fruire l’arte diventa pubblico e gratuito; di contro un campanello d’allarme suona a ricordare che quello di artista è pur sempre un lavoro e va pagato.

È probabilmente proprio per evidenziare queste innumerevoli contraddizioni interne al mondo dell’arte che la scorsa settimana all’Asta di Sotheby’s si è assistito alla performance autodistruttiva di Banksy, che tramite un tagliacarte inserito nella cornice, ha ridotto in strisce la stampa Girl with Balloon, appena venduta per un milione di sterline. Nonostante le precauzioni dell’artista siano state tutte indirizzate a vanificare la vendita all’asta della sua opera, gli ingranaggi del sistema dell’economia di mercato non sembrano essersi bloccati: delle 600 copie originali dell’opera, 598 mantengono il loro valore originale (attorno le 40 mila sterline), mentre quella tagliuzzata, dal cui pagamento l’acquirente non è retrocesso, pare aver ora raddoppiato il valore di mercato raggiunto in sede d’asta. Unica copia a perdere valore economico (sceso a 1 sterlina) è quella di un anonimo che, convinto di poter accrescere il valore della stampa in suo possesso, ha operato gli stessi tagli visti nel video di Sotheby’s, guadagnandosi un’accusa di vandalismo mossa dalla casa d’aste stessa.

In contemporanea, anche grazie alla pubblicazione di Banksy stesso del video che spiega i meccanismi inseriti nella cornice della stampa sul suo profilo instagram, canale preferenziale dell’autore, il successo dell’artista continua la sua ascesa e sempre più libri e mostre si concentrano su questo autore; sarà forse un caso, ma proprio Girl with Balloon è l’opera rappresentata sulla locandina di The Art of BANKSY. A VISUAL PROTEST, personale non autorizzata dall’artista, che dal 21 Novembre sarà in mostra al MUDEC di Milano.

 

Banksy, Girl with Balloon, sul muro di Londa, South Bank, dove apparve nel 2002, accanto alla scritta “THERE IS ALWAYS HOPE” (C’è sempre speranza).

 

In copertina: Basquiat, Notary, 1983. Acrilico, pittura a olio e collage di carta su tela montata su supporti in legno. Collezione Famiglia Schorr; in prestito a lungo termine al Princeton University Art Museum.

Sara Ferrari

Sara Ferrari

Nata e cresciuta nelle valli bergamasche a fine anni 80, con una gran voglia di viaggiare, ma poca possibilità di farlo, ho cercato il modo di incontrare il mondo anche stando a casa mia. La mia grande passione per la letteratura, mi ha insegnato che ci sono viaggi che si possono percorrere anche attraverso gli occhi e le parole degli altri; in Pequod faccio sì che anche voi possiate incontrare i mille volti che popolano la mia piccola multietnica realtà, intervistandoli per internazionale. Nel frattempo cerco di laurearmi in filosofia, cucino aperitivi e stuzzichini serali in un bar e coltivo un matrimonio interrazziale con uno splendido senegalese.
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