Le pubblicità più imbarazzanti degli anni ’80 e ’90


Quando ripensiamo al passato, a quando eravamo più giovani, di solito tendiamo a farlo con un misto di nostalgia e malinconia, che tinge di rosa anche aspetti che proprio così positivi non erano. E’ il caso, ad esempio, delle pubblicità degli anni ‘80-’90, rimaste nel cuore di molti. Sfido chiunque di quella generazione a non lasciarsi sfuggire neanche un sorriso alla frase “Ambrogio, la mia non è proprio fame, è più voglia di…qualcosa di buono” o “Mira el ditooo!”. Sono sufficienti un paio di esempi di pubblicità iconiche a far scattare un sospiro nostalgico al pensiero di “Ma come erano belle le pubblicità di una volta!”. E’ indubbio che con l’avvento delle televisioni private negli anni ‘80, gli spot pubblicitari si sono fatti più variegati, meno scontati e decisamente più audaci. Tuttavia, basta soffermarsi un attimo a riflettere sui contenuti per accorgersi che pullulano di messaggi razzisti e sessisti che fanno quasi rabbrividire.

 

Pubblicità Tabù – 1986

Il motivetto dell’iconica pubblicità anni ‘80 delle famose caramelle alla liquirizia è sicuramente tra i migliori jingle pubblicitari mai composti: orecchiabile, accattivante e pieno di energia. Peccato che il personaggio sia chiaramente tratto dai minstrel show americani, in cui i neri venivano rappresentati in maniera stereotipata e caricaturale come ignoranti, pigri, superstiziosi e, manco a dirlo, ossessionati dalla loro musica.

 

Morositas – 1988

Un’altra caramella, un altro jingle accattivante corredato da balletti a ritmo, ennesimo messaggio razzista e pure sessista. Nonostante la scena in cui l’uomo inciampa tra le curve della protagonista, che ovviamente lo accoglie con un sorriso smagliante, faccia alquanto rabbrividire, l’idea di pubblicizzare una caramella nei panni di una sensualissima e “morbida” donna nera dev’essere sembrata vincente. Lo spot ha avuto infatti tanto successo che negli anni successivi ne sono stati fatti altri sempre sullo stesso stampo:

 

Estathé – 1997

L’iconica pubblicità dell’Estathé degli anni ‘90 ha avuto talmente successo che l’espressione “Mira el dito” era diventata di uso comune all’epoca. Certo è che i due messicani, rappresentati come pigri, dediti solo alla siesta e incapaci di fare delle frasi più complesse di “Mucho calor”, sono lo stereotipo per eccellenza.

 

Pista di macchinine da corsa per bambini, lavatrici e aspirapolveri per le bambine

In questa doppia pubblicità degli anni ‘90, se per i bambini c’è una pista da corsa con garage elettronico per un “divertimento non stop”, le bambine sono entusiaste dei loro “regali per donnine di casa”, una lavatrice AEG e un aspirapolvere Folletto, entrambi rigorosamente regalati dal marito. Nessun riferimento al gioco o al divertimento per loro, ciò che conta è che “il bucato non è più un problema”.

 

La fabbrica dei mostri vs. la fabbrica delle bambole – anni ’90

Chiaramente il sessismo insito nella separazione dei giochi “per maschi” e quelli “per femmine” esiste tuttora, ma all’epoca era particolarmente eclatante. Frequenti erano infatti i giochi in due versioni: una per le bambine e una per i maschietti. E’ il caso, ad esempio, della “Fabbrica dei mostri” e e la sua versione al femminile “La fabbrica delle bambole”. Per sottolineare maggiormente che erano riservate a due target ben diversi, nello spot della Fabbrica delle bambole un bambino chiede entusiasta: “Ehi, è qui che fanno bambole?”, seguito dalla pronta risposta all’unisono di due bambine: “Sì, ma per noi!”. Non ci è dato sapere la reazione del povero bambino.

Sarebbe bello poter dire che questo tipo di messaggi è sparito dalla nostra televisione e appartiene ormai al passato, ma purtroppo non è così. Anzi, oggi prevale sempre più la donna rappresentata solamente in due modi: perfette casalinghe o bombe sexy utilizzate per catturare l’attenzione. Basta guardare questo spot delle sottilette Kraft del 2008/09 o questo della Bialetti del 2012 per rimanere inorriditi. E in questi casi non vi è nemmeno la consolazione di un jingle ben fatto.

 

In copertina: Graffiti in Shoreditch, London (foto di Graffiti Lif/Wikipedia/CC BY 2.0)

Lucia Ghezzi

Lucia Ghezzi

Classe ’89, nata in un paesino di una valle bergamasca, fin da piccola sento il bisogno di attraversare i confini, percependoli allo stesso tempo come limite e sfida. Nel corso di 5 anni di liceo linguistico sviluppo una curiosa ossessione verso i Paesi dal passato/presente comunista, cercando di capire cosa fosse andato storto. Questo e la mia costante spinta verso “l’altro” mi portano prima a studiare cinese all’Università Ca’ Foscari a Venezia e poi direttamente in Cina, a Pechino e Shanghai. Qui passerò in tutto due anni intensi e appassionanti, fatti di lunghi viaggi in treni sovraffollati, chiacchierate con i taxisti, smog proibitivo e impieghi bizzarri. Tornata in patria per lavoro, Pequod è per me l’occasione di continuare a raccontare e a vivere la Cina e trovare nuovi confini da attraversare. Sono attualmente responsabile della sezione di Attualità, ma scrivo anche per Internazionale.
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Classe ’89, nata in un paesino di una valle bergamasca, fin da piccola sento il bisogno di attraversare i confini, percependoli allo stesso tempo come limite e sfida. Nel corso di 5 anni di liceo linguistico sviluppo una curiosa ossessione verso i Paesi dal passato/presente comunista, cercando di capire cosa fosse andato storto. Questo e la mia costante spinta verso “l’altro” mi portano prima a studiare cinese all’Università Ca’ Foscari a Venezia e poi direttamente in Cina, a Pechino e Shanghai. Qui passerò in tutto due anni intensi e appassionanti, fatti di lunghi viaggi in treni sovraffollati, chiacchierate con i taxisti, smog proibitivo e impieghi bizzarri. Tornata in patria per lavoro, Pequod è per me l’occasione di continuare a raccontare e a vivere la Cina e trovare nuovi confini da attraversare. Sono attualmente responsabile della sezione di Attualità, ma scrivo anche per Internazionale.

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