Frammenti di una Berlino ante-spread

Berlino. Ci son stato nel novembre 2011, durante gli ultimi sussulti del governo Berlusconi IV, in piena atmosfera di ancien régime: non ci fregava niente di spread, della “culona” Merkel, della Banca Centrale Europea, e i tecnocrati ancora non sapevamo bene cosa fossero (dal cilindro di Napolitano, stava per uscire un bel coniglio).

Berlino non era ancora diventata la tana del Lupo tedesco, una grotta di austerità e inflessibilità europeista, efficientemente antipatica, ma continuava a essere la città-utopia dei giovani italiani delle belle speranze: grafici, artisti, musicisti, dottorandi emigrati lassù in cerca di uno stipendio dignitoso.

Ci andavo dunque curioso e spensierato, quasi incosciente, come una piccola Cappuccetto Rosso italiana alla ricerca del genius loci. Del Lupo, nessuna traccia visibile.

Berlino e il Novecento, Berlino e il muro, Berlino e la Wende.

Come non farsi aspettative, come partire a mente lucida? A differenza di tante altre città, a Berlino non arrivi mai neutro. Sei, anche involontariamente, carico di un bagaglio di storie. Cerchi i riflessi di queste storie negli edifici, nei visi delle persone, nei residui di un passato ingombrante. Inutilmente. Berlino non si lascia raccontare.…

Puoi affidarti a Benjamin, che ti parla della sua infanzia a Charlottenburg, lo storico quartiere ovest, rifugio dei borghesi. Ti riempie dei suoi ricordi, trasporta il lettore su una giostra proustiana – la Siegessäule coperta di neve come un dolcetto natalizio, i parchi, la vita lenta di un tempo, le buone maniere –, ma nulla rimane di quel mondo. Leggendo le pagine di Benjamin impari una prima lezione: la dimensione di Berlino è il tempo. Dopo l’azzeramento del dopoguerra e più di qualsiasi altra città al mondo, Berlino ha dovuto fare i conti, più che col suo passato, col suo futuro.

Tutte le guide, come per tacito accordo, parlano male dell’architettura di regime. Come non dar loro ragione? Criticano l’impersonalità degli enormi edifici della DDR (Alexanderplatz e la Fernsehturm), biasimano le scelte di regime: i restauri (la parte est di Unter den Linden ne è un esempio), le demolizioni (il vecchio Berliner Schloss), le ricostruzioni (l’immenso set cinematografico del Nikolaiviertel) – e nello stesso tempo si affrettano a cantare le lodi dei neubauten postmoderni, sorti come funghi dalle ceneri di una città depressa, firmati dai più grandi architetti mondiali.

Al centro della nuova luccicante Potsdamer Platz, ai piedi di grattacieli colorati, non mi senso meno spaesato di prima. E il viale di Ku’damm, questo immenso cugino teutonico degli Champs-Élyseés, non mi pare meglio della comunista Berlino est. Ma neppure l’intellettuale Museuminsel, così chic, così demodé, assicurata alle fotocamere dall’UNESCO, riesce ad evocarmi i neoclassici disegni originali del suo creatore, Schinkel, e rimane come sospesa in quella aura posticcia da sito turistico che noi italiani conosciamo bene.

Potsdamer Platz
Come verranno giudicati questi nuovi edifici tra 50 anni? Saranno ancora di moda, o scivoleranno inesorabilmente verso l’obsolescenza? Non potrebbero forse correre lo stesso rischio dei loro speculari comunisti? La ricostruzione di una città deve tenere conto del suo passato, o può permettersi di scavalcarlo per reinventarsi?
Cammino per lo Scheunenviertel, il vecchio quartiere ebraico, a nord del Mitte, appena dopo la Sprea. Sotto una sinfonia quasi parigina, si possono apprezzare squarci gotici, improvvisazioni popolari anni ’50, nonché esotiche rivisitazioni come la Neue Synagoge. Procedo ammirando i negozi, pensando all’incredibile capacità che hanno avuto queste persone di reinventarsi un futuro da grande paese.

Inciampo. Guardo a terra: un piccolo sanpietrino dorato, leggermente più grande degli altri attira la mia attenzione. Scoprirò solo più tardi che si tratta delle Stolpersteine, le “pietre d’inciampo” che ricordano gli ebrei sterminati dai nazisti. È raro che un’opera d’arte (come chiamarla altrimenti?) riesca nell’ingrato tentativo del ricordo senza cadere nel banale e senza essere troppo personale o univoca. Le piccole lapidi dorate rimangono come un monito, silenziose e discrete. La memoria come inciampo, come errore collettivo che interessa anche il turista distratto; presenza permanente e diffusa.

Un’altra presenza, bella quanto inquietante, è la Fernsehturm. Questo immenso totem priapico auto-elogiativo, simbolo di un regime al suo apogeo, orienta la città. Appare improvvisamente agli occhi del visitatore: minacciosa, come dietro al Berliner Dom, misteriosa, eterea nelle nebbie notturne. È come l’ago della bussola per chi si è perso. Una Tour Eiffel tedesca: pulita, essenziale, funzionale, lontana dall’eleganza frivola e dalla leggerezza della sorella francese.

 

Alle 9 di mattino non c’è nessuno al cimitero di Dorotheenstadt. Percorro un vialetto in terra battuta, gli alberi sono spogli, scheletrici. In fondo una statua di Martin Lutero. Non potrebbe esserci nulla di più gotico. Il silenzio è impressionante: sono al centro del quartiere alla moda di Berlino, a due passi dall’affollata Oranienburger Straße, e il cimitero è piccolo. Non si sente nulla. Percorro i sentieri interni, percorro la storia di Berlino: qui c’è Schinkel, l’architetto ufficiale della grande Prussia classica; qui, sotto una semplice pietra ruvida, trovo Brecht e consorte, testimoni del primo Novecento tedesco: dai fermenti degli anni ’20, per le follie del nazismo, fino alla divisione.

Ma la tomba di Hegel non riesco a trovarla. Giro e rigiro, torno sui miei passi: trovarlo è più difficile che leggerlo. Finalmente compare, in un vialetto secondario oscurato da abeti, una tozza forma squadrata, in marmo rossiccio – sembra quasi la torre degli scacchi. Una magnifica ghirlanda votiva della Humboltd Universität ai suoi piedi. La semplicità sconcertante della tomba del più grande (e più egocentrico) filosofo classico tedesco risalta sulla ridicola pomposità di quella di Fichte, al suo fianco. Un obelisco mangiato dal tempo, nome e viso, scolpiti sulla pietra bianca, ormai illeggibili. Per ironia della sorte, si capisce che è Fichte solamente leggendo la tomba della moglie, alla sua sinistra.

Tomba di Hegel, cimitero di Dorotheenstadt

Ne Il cielo sopra Berlino Marion, la trapezista dice che a Berlino non ci si può perdere, perché «alla fine si arriva sempre al muro». Oggi il Mauer non c’è più, ci si perde molto più facilmente ed è difficile capire dove finisca la vecchia Berlino Est e dove cominci la Ovest. Il Muro come esercizio di relativismo: da una parte lo chiamavano muro, Mauer; dall’altra antifaschisticher Schutzwall, barriera di protezione antifascista.

Infine il Muro come reliquia. Conservato, curato, neutralizzato, può svolgere la sua funzione istituzionalizzata di ricordo collettivo. «La più grande mostra all’aperto di arte di strada!», acclamano le guide. Ma se il Muro, per essere visto, deve essere mostrato, allora vuol dire che non esiste più, è solo un’invenzione.

La pace di Viktoriapark, assonnata collinetta nel cuore di Kreuzberg. Ancora una volta il disegno è di Schinkel: i sentieri all’inglese cedono il posto nella salita ad una simmetria più nordica, fino ad arrivare alla sommità, dove le linee s’incontrano, il progetto si palesa e si apre davanti agli occhi il grande sipario della città. Il sole si riflette sulle guglie lontane, indora il tempietto gotico pieno di eroi e di allegorie, esalta la silhouette marziana della Fernsehturm.

A Kreuzberg ovest, la parte più agiata del grande quartiere turco, entro in questo famoso negozio di dischi, Spacehall. Dovrebbe essere il maggiore centro di spaccio della nuova produzione elettronica tedesca. Mi aspetto di trovare anche un nutrito reparto dedicato al krautrock. Niente. Sotto l’etichetta un po’ slavata dal tempo rimangono solo, quasi fossero anch’essi residuati bellici, un classico dei Popol Vuh, una raccolta di b-sides dei Can, e lavori minori dei Cluster. Chiedo alla commessa, magari c’è qualcosa in più in magazzino. Mi guarda in modo strano, risponde che quello che c’è, è tutto in mostra.

Le chiedo allora di indicarmi la sezione della nuova elettronica tedesca: mi accompagna davanti a dieci scaffali ricolmi degli artisti più sconosciuti e improbabili, in eleganti edizioni cartonate, minimaliste, vinili e ristampe di lusso. Capisco che il tempo del krautrock, il tempo della kosmische musik è finito. Allora, in una nazione divisa e occupata, la necessità era forse quella di evadere: uscire dai propri limiti, assaggiare il cosmo attraverso musiche “progressive”, sperimentali, suites infinite e allucinate. Oggi il suono di Berlino (New Sound of Berlin, come è fieramente scritto sul divisorio) è quello delle discoteche, delle sperimentazioni in laboratorio, figlie del lavoro – artistico e scientifico – di Stockhausen, dei Kraftwerk e di Schulze.

Un suono pulito, rivolto al futuro, fatto di rumori e ritmi sghembi, ricalcato sulla nevrosi della grande città. Oggi lo Zeitgeist è sul cavallo di Alva Noto: nervoso, frenetico, eccitante. Una selva di fischi, di rumori, di richiami, come in un grande tiergarten meccanico.

architettura, berlino, frammenti, musica tedesca, stolpersteine

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Reg. Tribunale di Bergamo n. 2 del 8-03-2016
©2013 Pequod - privacy policy - admin - by Progetti Astratti