Perchè l’Europa non conosce crescita


Le più recenti notizie economiche dipingono il nostro paese come una realtà profondamente depressa, in recessione da 13 trimestri consecutivi. Queste difficoltà hanno visto montare una certa tensione sociale, poiché la questione centrale è il lavoro; la sua mancanza, la sua precarietà, la sua impari retribuzione. In una situazione del genere le disparità sociali vengono fisiologicamente a crescere. Fondamentale è capire se si tratti di una condizione riguardante il mondo intero o meno. Come descritto da Romano Prodi nella lezione “Le crescenti disparità in un mondo ancora in crisi”, tenuta presso l’Università di Milano Bicocca lo scorso 26 novembre, fuori dal nostro paese e dal nostro continente, lo scenario si presenta decisamente migliore: la Cina è un paese che continua a correre – anche se a tassi leggermente minori rispetto al passato recente – gli USA, il luogo dove “la crisi” così come la conosciamo ha avuto la sua origine, vedono luci rinfrancanti all’orizzonte, i paesi africani conoscono, per la maggioranza, crescita comune unita ad un forte aumento demografico ed età mediana molto giovane (17 anni contro i 45 dell’Italia), i BRICS, acronimo di Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, cioè le giovani economie rampanti, si stanno affermando con sempre maggiore autorità. Ogni realtà continentale è rappresentata in questo panorama, tranne una: la vecchia Europa.

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L’Unione Europea ha agito con un certo ritardo ed in direzione contraria rispetto alle strategie che le altre realtà hanno approntato: è lo scontro fra l’oscura politicadi austerity e il sostegno immediato e molto poco soggetto a condizioni da parte delle entità pubbliche extracomunitarie. Come sopra descritto, pare che questa ultima sia la via migliore alla soluzione, ma le criticità permangono, soprattutto nell’ottica del lungo termine.

La Cina affronterà nei prossimi anni la più grande sfida della sua storia recente, l’apertura e spinta ai consumi interni prevista nel nuovo piano quinquennale abbinata alla continuazione della politica di urbanizzazione forzata già attiva da alcuni anni; paesi BRICS risultano ancora grandi incognite in ottica futura; ad esempio la Russia non fa corrispondere solidità interna e aspirazioni in politica estera, ancora, il Brasile, dove programmi come Bolsa Família sono stati sì molto efficaci, ma non sufficienti a sanare le complesse questioni domestiche. I paesi africani conoscono un’urbanizzazione selvaggia che risulta dannosa, favorendo l’emigrazione di moltissime persone; gli Stati Uniti si avviano al raggiungimento dell’autonomia energetica grazie allo sfruttamento di nuove fonti (non necessariamente rinnovabili) come lo Shale Oil, che resuscita sopite aspirazioni isolazioniste.

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Come detto, l’Europa rimane esclusa perché ferma sulle sue posizioni di ristrutturazione economica che, nel breve termine, sembrano affossare ulteriormente la posizione dei propri cittadini. Non è dato sapere se tale schema sia futuribile; se lo fosse sarebbe certamente un forte vantaggio, anche nei confronti di chi ha preferito misure immediatamente efficaci ma non completamente risolutive per chi verrà.

Così è come si configura il mondo oggi, dal freddo punto di vista dell’analisi che risulterebbe perfino disumana se non si flettesse al servizio di chi, nel mondo, vive. Inizialmente si sono citate le disparità come fonte principe dell’incertezza percepita: dentro a politiche di, progetti per, (de)crescita e istituzioni si declina la vita delle persone, che sembrano vedere tutto il sistema, gradualmente, sempre più lontano e truffaldino. Le tasse sono demonizzate, così come lo sono gli stati o, addirittura, le istituzioni sovranazionali (come l’Unione Europea). Ma, altrimenti, come sopravvivrebbe il gravoso welfare di stampo europeo? Lo sviluppo tecnologico ha, a livello quantitativo, una funzione negativa per la componente umana del lavoro, sempre meno necessaria dentro alla macchina produttiva, andando a rendere molto più complessa la figura del lavoratore, sia a livello di riconoscimenti che di oneri; banalizzando occorre molta più formazione e competenza che paia di braccia. Si è poi rilevato che chi non ha accesso al lavoro per lungo tempo, esce dai radar delle istituzioni, che non possono intercettarne le necessità ed attuare (almeno in linea teorica) le misure per soddisfare tali bisogni.

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In un quadro simile, calando nello spazio e nel tempo quanto descritto, l’esistenza dell’UE sarebbe da percepire come una benedizione, in quanto organismo abile in un ambiente di entità di portata al minimo subcontinentale. La realtà è ben diversa, l’unità economica è in discussione invece che essere letteralmente usata come vantaggio e punto di partenza. La leadership, invece che essere civilmente politica, è legata ad un solo paese che agisce esclusivamente dal proprio punto di vista e frenato dalle proprie responsabilità – anche storiche -.  La sfida, per il nostro paese e, giocoforza, per il nostro continente, è doppia, chiede a cittadini e politici di essere responsabili oggi e lungimiranti per domani, in modo da sanare per quanto possibile le disparità e alzare l’asticella ad un livello sempre più alto.

Ivan Tomasoni

Studente di ritorno in marketing, osservatore felicemente timido, di poche parole e troppe virgole. Sono stato stregato dal planisfero in terza elementare. Ringrazio Alvaro Recoba per il genio, Audrey Tautou per la finezza e J Dilla per la sintesi. Amo le stazioni di servizio in autostrada, detesto il bianco-o-nero. Sono salito a bordo nel novembre 2014 e sono il discutibile responsabile della sezione di attualità, che cerco di coordinare nell’ottica del più ampio e capace respiro possibile.
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