Diario di un pomeriggio con Spike Lee

The 49th minute – Una vita tra cinema e sport, ospite: Spike Lee. Oltre a proporne una diretta Twitter, ho pensato che fosse una ghiottissima occasione per vedere, da abbastanza vicino, come è una star di Hollywood. Nemmeno una a caso, in verità. Devono averlo pensato in molti, perché il luogo dell’incontro – l’aula magna dell’Università Bocconi – è sostanzialmente piena.

Sul palco ci sono due poltrone, probabilmente si sarebbe trattato di una di quelle conversazioni che tendono ad annoiare, dove si incensa il famoso ospite e scrosciano gli applausi. Spike si fa attendere per un accademicissimo quarto d’ora, in sala è un twittare febbrile. Personalmente, ho passato parecchio tempo a chiedermi se tra i convenuti ci fosse qualcuno nella mia condizione, che di film dell’atteso ne ha visti giusto un paio e di scenate al Madison Square Garden di New York, tifando per i Knicks, un altro paio ancora, o sono tutti veri appassionati?

L’attesa si esaurisce consumando quei pensieri mentre sale sul palco Shelton Jackson Lee, accompagnato da un paio di persone e una squadra di, indovinate un po’, basket. Lee è vestito in modo parecchio informale, ma porta su di sè tanti dettagli, pare rilassatissimo. Tutto intorno, invece, regna una sorta di tensione. Il marmo della sala di certo non aiuta.

L’intervento introduttivo è tragicomico, letto ed interpretato da…(da chi?) in un inglese pre-elementare, dove sono inserite piccole situazioni di recita anche peggiori. La tensione diventa imbarazzo, anche perché la performance si dilunga per qualche minuto. Spike sembra ascoltare, ha un piccolo sussulto quando, alla pronuncia, Jungle Fever diviene “iunglefivar”, ma alla fine c’è un applauso anche per l’introduttore. O forse era solo liberazione.

L’intervistatore è un altro signore, dotato di fluency migliore. Il tema dell’incontro è senz’altro succulento, specialmente in giorni come i presenti, dove la narrazione sportiva sta assumendo una certa dignità. Comincio a pensare cosa chiederei io a Spike, lui che nel suo campo è ed è stato Obama prima di Obama. Invece si assiste a una serie di domande quasi lapalissiane, del genere: «Chi sono i tuoi sportivi preferiti?». Spike pare quasi svogliato, le risposte sono poco più che monosillabi. Il fondo viene toccato su: «Perché gli sport americani sono così popolari in America?». La conversazione è bloccata, sta diventando noiosa, come avevo temuto e il senso di spreco è tangibile. Arrivo quasi a sperare che il tutto si concluda presto, quasi vergognandomi di essere parte di una situazione tanto scintillante quanto scialba.

A un certo punto finiscono, però, i 48 minuti della partita (nel basket americano tanto dura un match). Si arriva al quarantanovesimo e allora sì che il regista si accende per davvero. Arriva una domanda circa i recenti fatti di cronaca negli USA, che vedono coinvolti la polizia e alcuni afroamericani. Il tono della voce di Lee si fa più alto, la montatura dei suoi occhiali comincia ad animarsi, i dettagli arancio delle Jordan che porta ai piedi a frullare. Potete bene immaginare quale sia la sua posizione. Decide di mostrare la sequenza completa, girata da un brother (sic), dell’uccisione di Eric Garner, della durata di oltre 10 minuti. I dialoghi si sono rivelati ostici da capire, ma si assiste a un film nel film – paradossale, perché è realtà nella realtà – Spike, per tutta la durata del video resta in piedi, osservando lo schermo, come se lo stesse vedendo per la prima volta. Non si risiederà mai più.

In seguito al video si susseguono una serie di domande dalla platea, tutte attorno al tema del razzismo, dell’integrazione, dell’immigrazione, della cittadinanza. L’imbarazzo si è sciolto, tutti gli occhi sono attratti dalla gravità che emana l’ometto e le sue parole, pesate e pesanti sono un flusso di energia. Perfino il marmo della sala quasi freme ad un «mothafuckers» rivolto a certi brutti ceffi oltreoceano. A questo punto vorrei davvero non smettesse mai.

Ma ecco che la partita ricomincia, altri 48 minuti per non curarsi di cosa c’è fuori. Credo sia questa la ragione di tanta passione per lo sport di Spike Lee: dal quarantanovesimo in avanti c’è solo realtà.

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Ivan Tomasoni

Studente di ritorno in marketing, osservatore felicemente timido, di poche parole e troppe virgole. Sono stato stregato dal planisfero in terza elementare. Ringrazio Alvaro Recoba per il genio, Audrey Tautou per la finezza e J Dilla per la sintesi. Amo le stazioni di servizio in autostrada, detesto il bianco-o-nero. Sono salito a bordo nel novembre 2014 e sono il discutibile responsabile della sezione di attualità, che cerco di coordinare nell’ottica del più ampio e capace respiro possibile.

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