L’umanità di Bodrum, dai commercianti greci ai migranti siriani


Basta sedersi al porto, lasciarsi alle spalle il chiasso dei locali notturni di Gümbet, affinare la vista e si è subito in Grecia, in un altro Paese, in un altro continente. Bodrum è un crocevia di diverse culture: per la sua posizione strategica nell’ Egeo ha visto camminare per le sue vie greci, bizantini, ottomani, curdi e turchi, senza dimenticare quell’umanità migrante che scappa dalla guerra in cerca di un posto migliore, scolando verso l’Europa e usando Bodrum come fosse un imbuto. Ciascuno vi ha lasciato qualcosa: un anfiteatro, un mausoleo, un castello. Vite umane.

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Erodoto, lo storico che qui nacque attorno al 400 a.C., l’avrebbe chiamata Alicarnasso: è qui che il re Mausolo dal 377 alla sua morte nel 353 a.C. vi fece costruire la sua tomba, il Mausoleo, termine che oggi è addirittura entrato nel nostro vocabolario per indicare un sontuoso monumento funebre costruito in memoria di una o più persone. Non è un caso: il Mausoleo di Mausolo è annoverato tra le sette meraviglie del mondo antico, anche se oggi, dopo millenni di scorrerie, rimangono solo pochi rocchi di colonne. Molta più soddisfazione dà invece il teatro, costruito nel II sec. a.C. e posizionato sulle colline che da Göktepe guardano verso il porto: qui non mancano i mulini a vento, che sono diventati il simbolo nazionale della ventosa città. A pochi passi dal porto, invece, sorge il castello medievale di San Pietro, risalente all’epoca in cui la città cambiò nome in Petronium: oggi diventato Castello di Bodrum, venne costruito attorno al XV sec. d.C. ed è stato nel tempo trasformato in Museo d’Archeologia Subacquea, dove sono esposti reperti dell’Era del Bronzo.

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La cittadina di mare vive oggi di una forte presenza turistica, sebbene non sia meta di turisti da villaggio e tour organizzati; piuttosto vi si incontrano viaggiatori europei e la ricca borghesia turca. Non è difficile, infatti, vedere passeggiare per strada bellissime donne che vestono l’al-Amira, il velo tipico che copre la testa e il collo, appena scese coi loro mariti dagli yatch parcheggiati nel porto, o bianchissime famigliole belghe appena sbarcate a bordo dei tradizionali Tirhandil con la prua e la poppa a punta. Assieme si addentrano nel mercato coperto che si apre sulla strada principale, dove è possibile acquistare chincaglierie varie di scarsa qualità, ma anche bellissime borse di pelle pregiata. In pochi si inerpicano sulle vette più alte della città: ad andarci a piedi viene il fiatone per quanto le strade sono in salita, mentre con il taxi devi essere esperto e conoscere bene la cittadina. Io ho avuto la fortuna di salirci con un amico e, da là sopra, guardare verso il golfo: l’emozione è indescrivibile! La musica commerciale dei tanti locali del porto è ovattata, mentre le luci che ne escono giocano a rincorrersi in cielo, per le strade, nel mare. Indifferente ai loro movimenti artifciali, la luna dall’alto si specchia nel mare, dividendosi in mille lamelle bianche e riflettendo un’immagine che ricorda proprio quella impressa sulla bandiera della Grecia, un paese su cui da secoli, nonostante il passaggio di tante civiltà, brillano le stesse stelle.

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Clara Amodeo

Clara Amodeo

Classe 1989, nasco a Milano dove frequento il Liceo Classico Parini. Forse con la benedizione del mio ben più noto predecessore compagno di scuola, Walter Tobagi, intraprendo la sua stessa strada lavorativa iniziando a collaborare con una testata giornalistica di Sesto San Giovanni, proprio quando, nel 2008, mi iscrivo al corso di laurea triennale in Scienze dei Beni Culturali. Da quattro anni sono pubblicista all’Ordine dei Giornalisti di Lombardia, e, per non farmi mancare nulla, conseguo anche la laurea magistrale nel corso in Storia e Critica dell’Arte nel 2014. Attualmente frequento la Scuola di Giornalismo Walter Tobagi di Milano, forte di un’esperienza non solo redazionale ma anche direttiva: sono infatti vicedirettrice del sito Pequod rivista.
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