Machu Picchu, la meraviglia perduta


La subida

Ore 4:30. Iniziamo a camminare ancora avvolti dall’oscurità. Come noi altre centinaia di persone sono già in cammino per raggiungere la città di Machu Picchu prima dell’alba, per ammirare il sole sorgere da lassù. Dicono sia meraviglioso.

Saliamo il sentiero incaico formato da migliaia di scalini scolpiti nella roccia della montagna. La foresta è silenziosa, si sentono solo i passi e gli affanni della lunga fila di persone che sale insieme a noi. Siamo in tanti, ognuno con una lanterna che a malapena illumina i passi lenti e ordinati di una moltitudine proveniente dai più lontani angoli di mondo. La salita è faticosa, si parla appena, si condivide l’acqua, si scambiano parole di incoraggiamento, ci si congeda da chi si ferma a riposare. Si parla in inglese e castellano, sentiamo qualche parola con sfumature romane e sorridiamo. Siamo in molti, ma non ci conosciamo. Immaginiamo la storia del nostro vicino. Fantastichiamo sul perché sia qui, sul perché abbia deciso di intraprendere la strada più difficile, di notte, nella foresta amazzonica. Immaginiamo, ma non chiediamo. Restiamo in silenzio, rispettiamo la sacralità del luogo e ne percepiamo il mistero.

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Ore 5:30. Dopo vari e brevi riposi continuiamo a camminare. Siamo a metà, la salita è sempre più irta, ma la luce inizia a irradiare il cammino e ne svela timidamente l’incredibile bellezza. La montagna del Machu Picchu, con i suoi 3082 metri, è davanti a noi. L’imponenza delle montagne che recintano il sentiero, l’esuberanza della natura, il silenzio di un passato eterno regnano sovrani. La luce ci connette con ciò che ci circonda, ci sentiamo lontanissimi, passeggeri di una storia antica. La città è sempre più vicina, ma di essa non vi è ancora traccia. E’ remota, nascosta, racchiusa dalla maestosità delle montagne. Capiamo perché venne “scoperta” soltanto il secolo scorso, nel 1911. La città di Machu Picchu rappresenta una sfida dell’uomo nei confronti della natura e della storia. E’ la fortezza di una cultura violentata, colonizzata e fatta scomparire per molti anni. Ma è qui, nel sentiero al Machu, che si respira l’intelligenza, l’ingegnosità e la grandezza del popolo Inca.

Ore 6:30. Arriviamo in cima. Il cielo è coperto di nuvole, non vedremo sorgere il sole. Siamo esausti, camminiamo ancora qualche minuto per raggiungere l’ingresso alla città. Arriviamo su un terrazzamento, ci sporgiamo e… Eccola! E’ lì, di fronte a noi, appollaiata sul dorso arcuato di una montagna. Il corpo trema e l’anima vibra. Ci lasciamo avvolgere dal mistero della storia.

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Ciudadela de Machu Picchu

Non sappiamo ancora con certezza quale fosse il reale motivo per cui gli Inca costruirono questa città sulla sommità del Batolino di Vilcabamba, nella Cordigliera Centrale delle Ande Peruviane. Chi ipotizza fosse una residenza reale, chi un villaggio di esiliati, chi un luogo sacro abitato principalmente da sacerdoti e uomini di culto oppure che fosse parte della federazione Ayamarca rivale dei primi Inca della regione di Cusco.

La città è divisa in due parti: il settore agricolo e quello urbano. La parte agricola è composta da centinaia di terrazzamenti destinati un tempo alla coltivazione di mais e patate e si estende in tutta la parte sud-orientale della città. Il tutto è circondato da un efficientissimo sistema di scolo dell’acqua piovana, attraverso canali idraulici costruiti dagli abili ingegneri Inca. Il settore urbano comprende un’ampia area in cui sono presenti tutti gli edifici funzionali alla vita del villaggio: la zona abitativa, le botteghe degli artigiani, le zone ludiche e di ritrovo e gli edifici sacri. Il tutto appare come un fitto labirinto cosparso da migliaia di scalini che si diramano per tutta la città in un fitto reticolo di saliscendi. Subito si rimane colpiti dall’abilità con cui gli edifici sono costruiti con pietre grezze ma perfettamente incastrate tra loro. A seconda del livello di levigatura e lavorazione del granito si capisce la diversa importanza dei vari edifici.

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Il Tempio del Sole (conosciuto come “El Torreón”), costruito nel centro della cittadella era il più importante osservatorio e solo i sacerdoti vi avevano accesso. Il Tempio ha pianta semicircolare e le due finestre sono orientate perfettamente una verso Est e l’altra verso Nord ed è possibile osservare con precisione il solstizio d’inverno dalla roccia centrale. Rimaniamo affascinati dalla profonda conoscenza del cielo e delle stelle e in altri edifici notiamo come la struttura sia perfettamente orientata coi punti cardinali e le varie posizione del sole nelle varie stagioni.

La giornata passa senza rendercene conto, persi nella magia di questa città che sembra essere di un altro mondo. Quel mondo di un popolo perduto, sterminato e cacciato dalla propria terra. Siamo  sulle loro montagne e la spiritualità di questi luoghi fa scaturire domande e interrogativi. Continuiamo a chiederci come avrebbe potuto svilupparsi questa incredibile civiltà. Chissà quali differenti strutture sociali e economiche avremmo potuto ereditare. Chissà come sarebbero oggi questi posti se l’ignoranza e la crudeltà coloniale non avesse sterminato il popolo Inca. Non abbiamo risposte e continuiamo a fantasticare.

 

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Fotografie di Emilia Marzullo

Livio Amigoni

Livio Amigoni

Vissuto a Bergamo fino all’età di diciannove anni, mi trasferisco a Padova per studiare Psicologia senza troppe pretese e idee chiare sul futuro. Ispirato da un viaggio in Etiopia e vivendo le travolgenti mobilitazioni universitarie contro la riforma Gelmini mi iscrivo l’anno dopo a Scienze Politiche. Iniziano qui anni di attività politica dentro e fuori l’Università, prima con il collettivo Reality Shock e poi con il nascente Bios lab. Citando Foucault posso dire che l’obiettivo che mi ha guidato in questi anni non è stato quello di “scoprire cosa siamo, ma piuttosto di rifiutare quello che siamo. Dobbiamo immaginare e costruire ciò che potremmo diventare”. Sempre ispirato dallo stesso, mi sono laureato nell’estate del 2014 con una tesi sulla Parresia e il coraggio della verità riattualizzando i classici Greci. Amo viaggiare e stupirmi, da un anno sono vagabondo fuori dall’Italia e mi piacerebbe riportare qualcosa a casa tramite la nave di Pequod.
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Vissuto a Bergamo fino all’età di diciannove anni, mi trasferisco a Padova per studiare Psicologia senza troppe pretese e idee chiare sul futuro. Ispirato da un viaggio in Etiopia e vivendo le travolgenti mobilitazioni universitarie contro la riforma Gelmini mi iscrivo l’anno dopo a Scienze Politiche. Iniziano qui anni di attività politica dentro e fuori l’Università, prima con il collettivo Reality Shock e poi con il nascente Bios lab. Citando Foucault posso dire che l’obiettivo che mi ha guidato in questi anni non è stato quello di “scoprire cosa siamo, ma piuttosto di rifiutare quello che siamo. Dobbiamo immaginare e costruire ciò che potremmo diventare”. Sempre ispirato dallo stesso, mi sono laureato nell’estate del 2014 con una tesi sulla Parresia e il coraggio della verità riattualizzando i classici Greci. Amo viaggiare e stupirmi, da un anno sono vagabondo fuori dall’Italia e mi piacerebbe riportare qualcosa a casa tramite la nave di Pequod.

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