Donne native e violenza: l’ombra coloniale del Canada


Il Red River, detto anche Red River del Nord, è un fiume che scorre per quasi 900 km tra aree rurali ed urbane del Nord America, concludendo il suo corso nel lago di Winnipeg, a nord dell’’omonima cittadina canadese del Manitoba. Un corso d’acqua famoso anche per un’altra, più inquietante ragione: il numero di donne e ragazze aborigene ritrovatevi morte o in fin di vita negli ultimi trent’anni.

Nel 2014 la scoperta del corpo della quindicenne Tina Fontaine nelle sue acque ha sollevato una tale ondata di indignazione pubblica da spingere il governo provinciale di Manitoba a richiedere un’indagine nazionale per identificare le dinamiche di questa e di morti simili. Per le organizzazioni indigene canadesi si tratta di un passo essenziale per fermare quella che è ormai diventata una vera e propria tragedia nazionale.

Red River del Nord, Fargo, Moorhead / Foto di Fargo-Moorhead CVB / Pequod non ha diritti sull’immagine / Alcuni diritti sono riservati / Licenza CC BY-SA 2.0 / via Flickr

La violenza di genere verso donne e ragazze aborigene in Canada ha raggiunto proporzioni allarmanti: nonostante si tratti solo del 4,3% della popolazione femminile totale, le donne native costituiscono ben il 16% delle vittime femminili di omicidio e l’11% dei casi di sparizione. In totale, dal 1980 ad oggi si stimano tra i 1.200 e i 4.000 i casi di donne indigene sparite o vittime di  morte violenta; rispetto alle donne non native, le aborigene canadesi sono 1,4 volte in più a rischio di violenza da parte di sconosciuti. Un dato particolarmente anomalo, se si considera che la maggior parte delle violenze di genere nel mondo si consuma nei nuclei familiari o relazionali (si pensi al caso dell’Italia, con il 62,7% degli stupri ad opera di partner precedenti o attuali). Secondo i dati della polizia canadese, le aggressioni ad opera di persone vicine alle vittime figurano in numeri alti, ma la testata canadese «The Star» sostiene che queste stime includono anche conoscenti superficiali, come il vicino di casa o negozianti della zona: si tratta di una precisazione molto importante per sfatare il mito per cui il problema degli abusi su donne e ragazze indigene sia un problema tutto interno alle comunità native.

Donne e bambini nativi aspettano la visita reale, Vancouver, BC, 1901 / Foto di William McFarlane Nortman / Musée McCord Museum / Nessuna Restrizione / via Wikimedia Commons

Ma perché le donne e ragazze aborigene sono così sovra-rappresentate nelle stime delle uccisioni e sparizioni femminili in Canada? Le ragioni vanno ricercate nel passato coloniale del Paese.

Nel tentativo di estinguere le comunità indigene, e con la speranza di persuaderne i membri a rinunciare allo status nativo, i governi coloniali imposero una serie di misure finalizzate a penalizzarle e spingerle ai margini della società canadese. Espropriazioni di terre, proibizione di usi e costumi tradizionali, limitazioni nella partecipazione alla vita politica ed economica, la rimozione dei minori dai nuclei familiari hanno lasciato la loro impronta nelle profonde diseguaglianze economiche e sociali che separano ancora oggi aborigeni e non, e che ancora oggi contribuiscono ad accrescere il rischio di violenza e sfruttamento sessuale sulle donne native (link).

La violenza di genere si alimenta infatti non solo di stereotipi di stampo misogino e patriarcale, ma anche di discriminazione, svantaggio economico e marginalizzazione sociale; non è un caso, infatti, che le violenze verso donne che fanno parte di minoranze sono spesso più frequenti e più gravi (sempre in Italia, secondo l’Istat, le donne straniere sono soggette a più stupri o tentati stupri, mentre per quelle con problemi di salute o disabilità il rischio è doppio).

In un contesto di razzismo ancora endemico e di diffuso disinteresse verso le popolazioni aborigene, le donne native canadesi diventano le “vittime perfette” (link): i potenziali aggressori, infatti sanno benissimo che le donne indigene non godono di protezioni istituzionali, economiche o sociali, e le scelgono di conseguenza, consci del fatto che difficilmente saranno perseguibili.

La particolare combinazione di diseguaglianza di genere, etnica e sociale ha prodotto per le native canadesi una situazione di vulnerabilità con la quale le istituzioni hanno iniziato a fare davvero i conti solo di recente. Dopo le resistenze del precedente governo conservatore, l’indagine nazionale è stata finalmente annunciata dal nuovo governo nel dicembre 2015 e si svolgerà in collaborazione con le comunità native e le famiglie delle vittime. Il governo canadese e i governi provinciali si sono inoltre impegnati a sostenere le comunità aborigene, stanziando fondi per progetti rivolti alla gioventù nativa, campagne di sensibilizzazione e servizi di supporto alle vittime.

Ciò che promette di rendere queste misure efficaci è il riconoscimento della dimensione sistemica del fenomeno e l’impegno del Paese ad affrontare le ingiustizie coloniali (link). La strada è ancora lunga, ma il percorso scelto dal Canada per fronteggiare l’epidemia di violenza verso donne e ragazze native sembra avere buone premesse, in quanto fa propria la necessità di confrontarsi con le cause economiche, culturali e sociali della violenza di genere.

Immagine di copertina: manifestazione dei diritti dei nativi (CP Léore Pujol via Le Journal International)

Sara Gvero

Nata in Jugoslavia nel 1989, a due anni mi trasferisco in Italia con i miei genitori, decisi a non farsi risucchiare dal conflitto etnico alle porte. Migrante in tenera età, divento da subito sensibile alle tematiche culturali, politiche e sociali su cui si orienteranno i miei studi successivi ed il mio lavoro. A diciotto anni mi trasferisco dalle Marche a Roma, dove mi laureo in Letterature, Linguaggi e Comunicazione Culturale. Qui approfondisco la mia passione per tutto ciò che riguarda la cultura, l’arte e la letteratura, e nasce un nuovo amore per le teorie sociali e culturali critiche, in particolare quelle di genere. Nel 2011 entro a far parte del laboratorio di studi femministi Sguardi Sulle Differenze dell’Università La Sapienza e nel 2014 completo un Master in Genere, Media e Cultura a Londra. Concluso quest’ultimo inizio a far volontariato e poi a lavorare per il Women and Girls Network, organizzazione che si occupa di contrastare la violenza di genere. Nel tempo libero mi nutro di mostre d’arte e lettura, passeggiate lungo il Tamigi e visite ad amici e parenti sparsi per l’Europa. Per Pequod mi occuperò soprattutto di questioni di genere per Attualità ed Internazionale, contribuendo alle altre sezioni su temi di politica, società e cultura.
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Nata in Jugoslavia nel 1989, a due anni mi trasferisco in Italia con i miei genitori, decisi a non farsi risucchiare dal conflitto etnico alle porte. Migrante in tenera età, divento da subito sensibile alle tematiche culturali, politiche e sociali su cui si orienteranno i miei studi successivi ed il mio lavoro. A diciotto anni mi trasferisco dalle Marche a Roma, dove mi laureo in Letterature, Linguaggi e Comunicazione Culturale. Qui approfondisco la mia passione per tutto ciò che riguarda la cultura, l’arte e la letteratura, e nasce un nuovo amore per le teorie sociali e culturali critiche, in particolare quelle di genere. Nel 2011 entro a far parte del laboratorio di studi femministi Sguardi Sulle Differenze dell’Università La Sapienza e nel 2014 completo un Master in Genere, Media e Cultura a Londra. Concluso quest’ultimo inizio a far volontariato e poi a lavorare per il Women and Girls Network, organizzazione che si occupa di contrastare la violenza di genere. Nel tempo libero mi nutro di mostre d’arte e lettura, passeggiate lungo il Tamigi e visite ad amici e parenti sparsi per l’Europa. Per Pequod mi occuperò soprattutto di questioni di genere per Attualità ed Internazionale, contribuendo alle altre sezioni su temi di politica, società e cultura.

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  • Donne native e violenza: l’ombra coloniale del Canada – The Bottom Up

    […] Articolo pubblicato originariamente su Pequod […]

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