Coltivare la memoria: il Giappone di Nagasaki e Hiroshima


8:15, 6 agosto 1945, la prima bomba atomica della storia esplode sulla città giapponese di Hiroshima; si chiama “Little boy” e tre giorni dopo (il 9 agosto) sarà seguita da “Fat Man”. Due nomi quasi ridicoli per le armi più distruttive della storia: Nagasaki e Hiroshima vengono rase al suolo in pochi minuti, i feriti sono centinaia di migliaia.

Dopo quell’evento niente sarà lo stesso: cambieranno le sorti della guerra, è ormai la fine del secondo conflitto mondiale, e cambierà l’animo del Giappone. I sopravvissuti portano addosso la memoria degli ordigni, anche il Giappone come Paese, nella politica, nella cultura e nella società, ha incorporato il segno di quello che accadde. Da quell’esperienza tragica la politica giapponese ha posto un netto rifiuto alla guerra diventando una delle culture più pacifiste al mondo.

C’è chi dice che il Giappone stia ancora provando a fare i conti con il proprio passato, chi afferma che lo abbia riconosciuto e, se non totalmente accettato, almeno messo da parte, senza per forza rispolverarlo continuamente. In mezzo a tutto questo, c’è una memoria fisica che persiste. Se vi capita di passeggiare per Nagasaki e Hiroshima, infatti, sicuramente noterete una serie di monumenti, statue, targhe commemorative.

La memoria è concretizzata in parchi, installazioni e statue che sono veri e propri “luoghi del ricordo”. Il Peace Park di Nagasaki, ad esempio, un’imponente area che comprende due parchi e un memoriale. Imponente ma silenziosa presenza, luogo di commemorazione solenne e di inequivocabile rifiuto a tutte le armi nucleari.

Fotografia di Antonella Succurro. Tutti i diritti riservati.

Al centro dell’area si trova l’Hypocenter Park, un monolite scuro che si posiziona sull’epicentro dell’esplosione. Il museo è un luogo di approfondimento per chiunque voglia informarsi sull’accaduto. Ma è il pilastro della Cattedrale di Urakami il punto più impressionante. Intenzionalmente lasciato nelle sue macerie, è simbolo e monito dei danni causati.

Acqua e luce sono gli elementi fondanti del memoriale, posto quasi interamente sottoterra. “Commemorare la bomba atomica” è lo scopo. O meglio commemorarne le vittime, attraverso quei due elementi che, in quanto assenti durante un’esplosione, rimandano alla tragedia per contrasto.

Fotografia di Antonella Succurro. Tutti i diritti riservati.

Infine, forse il monumento più famoso del parco: la Statua della pace ideata dall’architetto Seibo Kitamura. Le mani dell’uomo indicano rispettivamente la minaccia delle armi nucleari, la destra, e la pace eterna, la sinistra.

Fotografia di Antonella Succurro. Tutti i diritti riservati.

All’interno dell’area del parco sono presenti monumenti donati da varie nazioni del mondo, celebranti la pace universale. La Peace Symbols Zone (zona dei simboli della Pace) fu istituita dal comune di Nagasaki nel 1978 e raccoglie gli omaggi dalle città di Porto, Pistoia, Middleburg, Ankara e da nazioni quali Cecoslovacchia, Bulgaria, Nuova Zelanda. C’è naturalmente anche il contributo di Cina e Corea, i cui cittadini si trovavano a combattere in Giappone al momento dello sgancio della bomba atomica.

“Pace” è la parola che ricorre più spesso, proprio perché è un profondo senso di pacifismo la grande eredità di questa memoria. È facile capire che esiste una volontà di ricordare ma che allo stesso tempo questa non è urlata, e si accompagna alla voglia di andare avanti ma soprattutto alla promozione attiva di politiche pacifiste.

Il memoriale intero si prefigge tre missioni principali: commemorare le vittime, raccogliere ed elaborare informazioni relative alle radiazioni nucleari e promuovere la cooperazione internazionale. Lo fa attraverso disparate iniziative: raccolta delle storie delle vittime, speciali esibizioni e traduzione delle testimonianze, perfino un forum di film sulla pace. Addirittura è possibile visitare parte del memoriale e ricevere informazioni da parte di un sopravvissuto, in forma video, attraverso il portale Peacenet.

 

Fotografia di copertina: Antonella Succurro. Tutti i diritti riservati.


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