I giornali del carcere: L’Oblò e Oltre gli Occhi del San Vittore di Milano

«Fermare la fantasia»: questo l’imperativo con cui Goliarda Sapienza, scrittrice riscoperta solo dopo la sua morte, si ammonisce all’ingresso del carcere di Rebibbia. «Da oggi per me la fantasia è nemica», perché troppo frustrante sarebbe stato, poi, affrontare il silenzio innaturale e gli spazi claustrofobici della cella.

Era il 1980 quando la Sapienza trascorse un breve periodo di reclusione per furto di gioielli. Solo cinque anni prima in Italia si approvavano le “Norme sull’ordinamento penitenziario e sull’esecuzione delle misure privative e limitative della libertà” (legge 354/75) nella convinzione che la tutela della democrazia e della dignità umana passasse anche per la riforma delle carceri, ora luoghi per attuare «un trattamento rieducativo che tenda, anche attraverso i contatti con l’ambiente esterno, al reinserimento sociale». «Il proprio paese si conosce conoscendo il carcere, l’ospedale e il manicomio», disse la Sapienza a un perplesso Enzo Biagi.

A guardar bene, oggi il carcere diventa “notiziabile” solo se si parla di sovraffollamento suicidi.

L’attenzione discontinua dei media, che alterna senza mezze misure l’allarmismo a lunghi silenzi, porta alla radicalizzazione di stereotipi negativi sulla vita carceraria, rafforzandone la distanza dalla società civile.

Per rompere questo circolo vizioso era necessaria un’inversione di rotta: se i quotidiani non si avvicinano ai detenuti, saranno i detenuti a riappropriarsi della scrittura per comunicare al di là delle mura. Così sono nate le prime riviste a circolazione interna e così oggi possiamo leggere i periodici distribuiti in città e i rispettivi blog.

La sintesi non inganni: è la partecipazione della comunità esterna all’azione rieducativa a garantire un rapporto più equo tra informazione sul carcere e comunicazione dal carcere.

 

Sul territorio nazionale, Milano spicca per numero e novità di iniziative. Pensiamo alla “Carta di Milano”: presentata nel 2011, è dal 2013 un protocollo deontologico obbligatorio per i giornalisti italiani, affinché i detenuti non siano identificati con il reato commesso, ma con il percorso che affrontano.

Al contempo, i penitenziari milanesi producono diverse riviste di informazione che aprono la realtà carceraria al mondo esterno. Non è un caso che la prima sala stampa per la redazione di giornali venne aperta nel carcere di San Vittore (1989); sempre al San Vittore nasce il primo net magazine delle carceri italiane, Ildue.it, che vanta una gran varietà di rubriche e approfondimenti.

 

Tra gli ultimi progetti editoriali della Casa Circondariale, conquistano visibilità le pagine de L’Oblò e la neonata rivista Oltre gli occhi, testimonianze del desiderio non solo di scrivere, ma di comunicare. Che si tratti dei propri trascorsi o di opinioni sul mondo del e dal carcere, in queste redazioni la scrittura è sempre diretta a un ideale lettore, detenuto o cittadino libero che sia. Mettere al centro l’altro aiuta a migliorare se stessi e a sfuggire al vittimismo.

Questa è la dichiarazione d’intenti del blog de L’Oblò, il mensile della “Nave”, reparto a custodia attenuata per il trattamento di ex tossicodipendenti e alcolisti. Inevitabile pensare che, tra poesie e pensieri sulle attività del reparto, ospiti soprattutto riflessioni sull’assunzione di stupefacenti, filtrate dalle esperienze passate e dal nuovo senso di responsabilità maturato alla Nave.

Ma si parla anche di legalizzazione e della legge Fini-Giovanardi, temi di interesse pubblico sui quali anche gli esterni si fanno un’opinione.

Guardando da un oblò, infatti, i detenuti lasciano aperta una finestra sul proprio mondo, quello più intimo e quello lontano e segreto della reclusione, coscienti di essere osservati da chi legge i loro racconti. Il giornale del carcere è quindi strumento per riaffermare la propria umanità, offesa dagli eventi della vita e da una parte della comunità esterna, e la partecipazione alla vita sociale, sancita nel 2005, con la pubblicazione della rivista per l’editore Apogeo e la distribuzione presso sei punti vendita Feltrinelli a Milano. «Un passo decisamente importante nella storia del giornale» – dichiara Renato Pezzini, giornalista de Il Messaggero e direttore de L’Oblò, che segue dagli esordi con Paolo Foschini (Corriere della Sera), perché l’incontro con la città motiva, responsabilizza e gratifica i detenuti.

 

Le nuove edizioni si aprono con “finte elezioni”-sondaggio che hanno coinvolto 45 su 1500 detenuti: «Elezioni in fac-simile a San Vittore: l’Italia dietro le sbarre è radical shock». L’idea è nata dopo la diffusione dei dati sull’alto astensionismo delle ultime amministrative e riportavano alla memoria «un passato più o meno recente in cui – spiega Alberto Oldrini, uno dei detenuti-redattori – in cui ognuno poteva partecipare liberamente al più classico dei reality-show, che periodicamente vanno in onda sul grande schermo democratico a suffragio universale».

È la provocazione di uomini che con ironia allontanano ogni tentazione vittimistica per avvicinarsi a un altrove reale, spesso cercato nei sogni. Come nell’incontro onirico con papa Giovanni Paolo II, in cui Luca Negri si sente dirgli: «Caro Papa, non ti preoccupare di me, le tue parole non sono state ascoltate, non solo in parlamento, ma in tutto il mondo e a tutti i livelli […] Tieni duro Carol e ricordati che il Papa è un po’ in ogni uomo […] Il tuo pianto è uguale al mio».

Come nel sogno di Sabrina, che riassapora l’Egitto in un buon tè verde e in un piatto di tajin: «Com’è bella la vita nella sua semplicità».

Sabrina e Cinzia, Mirna, Dana, Patricia, Violeta e altre ancora sono le detenute del reparto femminile del San Vittore che nel 2011 iniziano a frequentare il laboratorio di giornalismo tenuto da Simona Salta, editor di La7, e a progettare un giornale che possa rappresentarle. La loro è una storia ancora poco conosciuta, ma dal 2013 il bimestrale Oltre gli occhi sembra aver trovato le risorse per confrontarsi con il pubblico.

Grazie alla piattaforma web Quartieri Tranquilli arrivano la visibilità, l’incontro con Marco Predari e  Chiara Bramani e quindi i fondi necessari per l’impaginazione, la stampa e la distribuzione presso la libreria Feltrinelli di piazza Duomo.

Una sfida, ammette Renata Discacciati, responsabile editoriale di Oltre gli occhi, perché non si tratta di un giornale di attualità, ma di «una raccolta di racconti», versi o riflessioni su temi diversi, dal cibo ai ricordi d’infanzia alla vita in cella, difficile in queste “carceri a misura d’uomo”.

Oltre gli occhi, allora, permette un doppio riscatto: dalla monotonia del carcere, spesso raccontato con amarezza, e da un sistema che tende ad appiattire la percezione di sé, per attenersi «solo ai gesti e ai pensieri che mi possono aiutare a superare tutto con il minimo di sofferenza».

Così scrisse la Sapienza, un tempo detenuta come loro, che nel carcere scoprì un’Università di vita, un grande bisogno di emozioni, ma soprattutto «persone come noi».

In copertina: immagine dal sito oblodelanave.blogspot.com

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Alice Laspina

Nata nella bergamasca da famiglia siciliana, scopro che il teatro, lo studio e la scrittura non sono che piacevoli “artifici” per scoprire e raccontare qualcosa di più “vero” sulla vita e la società, sugli altri e se stessi. Dopo il liceo artistico mi laureo in Scienze e Tecnologie delle Arti e dello Spettacolo e sempre girovagando tra nord e sud Italia, tra spettacoli e laboratori teatrali, mi sono laureata in Lettere Moderne con una tesi di analisi linguistica sul reportage di guerra odierno. Mi unisco alla ciurma di Pequod nel 2013 e attualmente sono responsabile della sezione Cultura, non senza qualche incursione tra temi di attualità e politica.

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