Suicidi. Come ne parlano i giornali e come dovrebbero parlarne: un rapporto dell’OMS rivolto ai media

Molti giornalisti sono in parte responsabili di numerosi suicidi. Questa affermazione potrebbe sembrare eccessiva, ma se continuerete a leggere, capirete che non lo è. Nel trattare situazioni delicate, come per esempio il suicidio di un attore famoso o anche quello di un noto imprenditore, per rendere “più accattivante” la notizia, spesso certi giornalisti vanno alla ricerca del particolare inaspettato o del dettaglio intimo e privato: tutti elementi che non dovrebbero essere divulgati (e non solo per motivi di privacy). Come se non bastasse, alcuni si spingono oltre, fino a ricostruire meticolosamente e morbosamente la scena del crimine, illustrando per filo e per segno le dinamiche dell’accaduto.

Oltre alle numerose violazioni della privacy ai danni delle vittime e dei parenti, si presta poca attenzione alla sensibilità del pubblico e, in particolare, alle conseguenze che una narrazione così costruita, comporterebbe su soggetti psicolabili e potenzialmente in grado di imitare l’episodio. A qualcuno tutto ciò sembrerà, ancora una volta, un’esagerazione, ma in realtà è una questione fondamentale del giornalismo. Tuttavia per capire quanto sia attuale e importante, occorre prendere coscienza che il suicidio è un fenomeno grave e diffuso, pertanto sarebbe preferibile cercare di prevenire queste situazioni, anche con accortezze di carattere editoriale.

Il suicidio, un piaga globale

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha recentemente diffuso dei dati riferiti all’anno 2012, riguardo ai suicidi nel mondo: ogni anno sul nostro pianeta circa 804mila persone si tolgono la vita – una ogni quaranta secondi. Nel 2012 il suicidio è stato la seconda causa di morte tra le persone di età compresa tra i 15 e i 29 anni. Dai dati in possesso risulta che il Paese con il minor numero di suicidi al mondo è l’Arabia Saudita, seguita da Siria e Kuwait. I Paesi con il tasso più elevato sono invece Guyana, Corea del Nord e Corea del Sud. In Europa, Azerbaijan, Armenia e Georgia risultano essere meno colpite dal problema. L’Italia è al sesto posto. Lituania, Kazakistan e Turkmenistan, i Paesi con il triste primato su scala europea. Come emerge da questa analisi, è un morbo che affligge tutto il mondo e dal quale il nostro Paese non è immune.

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L’influenza dei media e gli errori più comuni

Da anni si discute sulla modalità di racconto di queste notizie in relazione alla sensibilità degli utenti, ovvero i lettori. Moltissimi studi (tra cui quello di Pirkis e Blood del 2010) hanno ormai comprovato che una relazione c’è ed è molto pericolosa: parlare nel modo sbagliato dei suicidi porta certamente alcune persone all’emulazione. Ma chi sono i soggetti a rischio? I più vulnerabili fanno parte di una fascia di popolazione giovane e che soffre di depressione; tuttavia questo genere di notizie, se affrontate nel modo sbagliato, possono essere pericolose anche per altre categorie di persone. Molti fattori hanno notevole influenza. Anzitutto il linguaggio: ha effetti disastrosi se non è adeguato, se si sensazionalizza il suicidio (vedi titoli che parlano di “epidemia di suicidi”) oppure lo si normalizza (usare il termine fuori contesto, come per “suicidio politico”); se si ricorre alla formula “commettere suicidio”, con l’uso del verbo commettere che suggerisce l’idea del suicidio come reato, lo criminalizza, cosa che allontana i potenziali suicidi dal chiedere aiuto.

Il modo poi di trattare le varie tragedie è, a tratti, scandaloso: spesso il fatto è sbattuto in prima pagina. Si crea una narrazione che ogni giorno si arricchisce di nuovi elementi e allunga a dismisura i tempi della vicenda; si cerca di ricostruire fin nel minimo dettaglio cosa è successo al momento della fatalità, giungendo a dar vita, seppur inconsapevolmente, a una “guida” che indica passo passo come attuare l’estremo gesto. A volte, poi, la ricerca dello scoop porta a reperire quanto più materiale possibile, allegando anche video o immagini della scena del crimine, cosa che rende ancor più chiara l’idea o il metodo usato, facendo visualizzare meglio come il gesto è stato compiuto e, dunque, come si può compiere. Infine, il modo di parlare dei suicidi delle persone famose spesso ingloba i difetti precedentemente elencati, aggiungendo un ulteriore elemento da evitare assolutamente: glorificare la scelta della persona, avvicinando il gesto a un atto di disperata liberazione e renderla, pertanto, una scelta giustificabile e quasi ragionevole.

Il modo migliore per trattare l’argomento

L’OMS ha stilato un rapporto molto chiaro e pratico: Preventing suicide – a Resource for Media Professionals («Prevenire il suicidio – Una risorsa per i professionisti dei media»), dove sono date precise indicazioni, riassumibili in pochi punti:

  • Cogliere l’opportunità di educare il pubblico riguardo al suicidio;
  • Evitare un linguaggio che sensazionalizzi o normalizzi il suicidio, o lo presenti come una soluzione ai problemi;
  • Evitare la descrizione del metodo usato in un suicidio completato o tentato;
  • Evitare di fornire informazioni dettagliate che riguardino il luogo;
  • Usare la parola “suicidio” attentamente nei titoli;
  • Esercitare estrema cautela nell’uso di foto e video;
  • Usare particolare cura nel riporta i suicidi di persone note o celebrità;
  • Mostrare la dovuta considerazione per le persone toccate dal suicidio;
  • Provvedere a dare informazioni su dove cercare aiuto;
  • Riconoscere che anche i professionisti dei media possono essere colpiti dalle storie di suicidi.

Adottare questo approccio, e in particolare segnalare associazioni o siti che aiutano le persone a rischio o chi è stato toccato dalla tragedia, può davvero fare la differenza. Molti giornalisti si sono già espressi a favore di questo rapporto, anche in Italia. Eppure, ancora, non di rado capita di leggere sui nostri giornali notizie che trattano un argomento così delicato in maniera superficiale e, dunque, pericolosa. Forse per la fretta o per esigenze commerciali o, più banalmente, per la gloria dello scoop, c’è chi continua sulla strada sbagliata… e non vorremmo pensare a una forte inconsapevolezza dell’importanza delle parole e del mezzo che usa.

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Alessio Scalzo

Sono cresciuto in Sicilia, nella terra di Pirandello e Sciascia, ma dal 2009 mi sono traferito a Milano. Studio Lettere e sono il responsabile redazionale di Dudag srl (www.dudag.com), dove metto in pratica le innovazioni che vorrei portare nel mondo dell’editoria. Da sempre leggo, scrivo e ascolto musica per capire meglio il mondo e me stesso. Per Pequod mi occupo di attualità e cultura.

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