Se fare antimafia diventa un affare

Partiamo da una storia. Un racconto che testimonia, ancora una volta, l’imperdonabile assenza dello Stato e spiega la conseguente sfiducia dei suoi cittadini. Parliamo della famiglia Cavallotti. Gente che all’inizio degli anni ’90 aveva costruito un impero sul metano in Sicilia. I fratelli che ne erano a capo avevano intrapreso un percorso di project financing attraverso il quale ottenere appalti da tutti i comuni che avevano deciso di “metanizzarsi”. Un metodo che risultava conveniente per i comuni e garantiva profitti all’azienda. Una favola del capitalismo siculo costretta, ben presto, a contaminarsi nelle torbide acque della criminalità. L’impresa per poter lavorare senza patemi doveva pagare il pizzo. Fino a quando, a un certo punto della storia, gli inquirenti rintracciano il nome dei fratelli su alcuni “pizzini” del boss Bernardo Provenzano.

Mettere a posto i Cavallotti”

La magistratura scoprirà molto dopo il vero significato delle parole di quel pizzino – un promemoria criminale per estorcere denaro alla società – nel frattempo mettono agli arresti tutti i fratelli che ne facevano parte, con l’accusa di associazione mafiosa. Due anni e mezzo di reclusione e tutto il patrimonio posto sotto sequestro. I beni che, secondo la legge, dovevano rimanere sotto sequestro per sei mesi (prorogabili per altri sei), sono stati restituiti soltanto sedici anni più tardi e in una situazione economico-aziendale disastrosa.

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Beni sequestrati alle mafie

E qui inizia la seconda parte del nostro racconto. Quella che ci porta dentro ai meccanismi, alle volte poco chiari, dell’applicazione pratica delle normative antimafia. Ricordiamo, a tal proposito, che la normativa in materia di sequestro dei beni è regolata, tra gli altri, dal decreto legislativo 159 del settembre 2011. Al suo interno vengono specificate anche le modalità di amministrazione del bene sottoposto a sequestro.
Un bene può essere sequestrato preventivamente perché appartenente a soggetti che si sospetta essere mafiosi o comunque “in odore di mafia”: parliamo di case, aziende o attività commerciali riconducibili alla criminalità: il nostro codice penale prevede che, qualora ci fossero fondati sospetti, il giudice possa disporne il sequestro anche se non ci sono prove certe di colpevolezza; starà poi al titolare dimostrare l’infondatezza e l’estraneità, sua e del suo lavoro, rispetto alle accuse (la cosiddetta inversione dell’onere della prova).
Ora, nel periodo in cui si decide se confiscare o restituire il bene al legittimo proprietario, lo stesso è gestito da un amministratore giudiziario. Secondo la legge L’amministratore giudiziario riveste la qualifica di pubblico ufficiale e deve adempiere con diligenza ai compiti del proprio ufficio. Egli ha il compito di provvedere alla custodia, alla conservazione e all’amministrazione dei beni sequestrati nel corso dell’intero procedimento, anche al fine di incrementare, se possibile, la redditività dei beni medesimi. Cioè, la legge dice: l’amministratore deve, in ogni caso, mantenere sana l’azienda, per due motivi fondamentali: se, alla fine delle indagini, il bene rimane allo Stato, lo stesso avrà in mano un’azienda sana a beneficio della comunità, in caso contrario il proprietario si vedrà restituito il bene così come lo aveva lasciato. Questo in teoria. Nella pratica, molto spesso, non è così.

Pino Maniaci è direttore della piccola tv indipendente TeleJato che trasmette da San Giuseppe Jato (PA), nota per raccontare la realtà in terra di mafia e, per questo, aver subito più volte le minacce e le intimidazioni della criminalità (l’ultima in ordine di tempo riguarda l’impiccagione dei suoi due cani). Maniaci tempo fa ha lanciato una petizione sul web, tutt’ora attiva, con la quale chiede un’audizione presso la commissione parlamentare antimafia per denunciare una situazione insostenibile.
Scrive Maniaci (https://www.change.org/p/il-business-dell-antimafia): «
Purtroppo la legge non viene applicata: il bene non viene mantenuto nello stato in cui viene consegnato alle autorità, né vengono rispettate le tempistiche. In media il bene resta sotto sequestro per 5-6 anni, ma ci sono casi in cui il tempo si prolunga fino ad arrivare a 16 anni». TeleJato, infatti, sta portando avanti un’inchiesta in cui si è osservato, per esempio, come spesso la scelta degli amministratori giudiziari ruoti sempre attorno alla solita «trentina di nomi». E non è un caso che l’inchiesta parta proprio dalla Sicilia: nell’isola si contano infatti oltre 5000 beni sequestrati (dei 12000 sparsi in tutta Italia): «Un business – scrive Maniaci – di circa 30 miliardi di euro». Molte di queste falliscono, a dimostrazione che, forse, quella trentina di nomi non sono scelti in base alle capacità espresse. Non solo: «La dichiarazione di fallimento e la messa in liquidazione dei beni confiscati è la strada più facile per gli amministratori, perché li esonera dall’obbligo della rendicontazione e consente loro di “svendere” mezzi, attrezzature, materiali, anche con fatturazioni non conformi al valore reale dei beni, girando spesso gli stessi beni ad aziende collaterali legate agli amministratori giudiziari».

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E allora torniamo lì dove avevamo iniziato. Alla famiglia Cavallotti. Una famiglia che oggi, a 16 anni dal sequestro e a poco più di un anno dall’assoluzione in Cassazione per tutti i coinvolti, si ritrova con un’azienda distrutta dallo Stato. Quello stesso Stato che avrebbe dovuto proteggere quel bene anche (e soprattutto) se la legge avesse dato loro torto. Si è scoperto che l’amministratore giudiziario a cui era stata affidata l’azienda ha venduto alcuni rami della stessa per avvantagiarne altre riconducibili a lui stesso o ai suoi familiari.
Una storia che vede la sconfitta di tutti: dell’azienda, dei suoi operai e tutti gli altri dipendenti, ma soprattutto la sconfitta delle istituzioni e dello Stato. Una riforma strutturale di queste misure, così come chiede Maniaci, e controlli costanti potrebbero rilevarsi salvifici per la nostra intera economia. Sarebbe utile pensarci ogni qual volta si evocano crisi economiche, tagli nel settore pubblico e intravediamo all’orizzonte un futuro carico di incertezze.

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