Charango, il simbolo di un ideale


Il charango è uno strumento caratteristico della musica sudamericana, in particolare dell’altipiano andino (ovvero l’area che comprende Bolivia, Equador, Perù e la parte settentrionale di Argentina e Cile).

Quando gli spagnoli introdussero nelle loro colonie l’antica vihuela de mano (italianizzato: viella. Era uno strumento musicale della famiglia dei liuti diffusosi verso la fine del Quattrocento), il termine distingueva lo strumento dalla vihuela de arco, sinonimo della viola da gamba o della viella medievale. Assomigliava molto alla chitarra e come questa, veniva suonata pizzicando le corde con le dita.

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Una volta arrivata in Sudamerica, insieme a liuti e mandolini, attirò moltissimo l’attenzione delle popolazioni locali tanto che gli indios, adattandola alle proprie esigenze espressive, iniziarono a costruirla utilizzando come cassa armonica la corazza del quirquincho: l’armadillo.

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Oggi, la corazza degli armadilli, essendo animali a rischio estinzione, viene sostituita con il legno. Lo stesso discorso vale per le corde: se prima erano realizzate in budello, ora si preferisce il nylon (che oltretutto permette di avere maggior precisione dell’accordatura). Inoltre, negli altipiani andini, è diffuso e caratteristico l’uso di charangos con corde metalliche sottilissime che danno allo strumento una sonorità molto particolare.

È uno strumento a cinque corde doppie (che non vuol dire dieci, ma “cinque coppie”; sulla scia del mandolino) che possono essere suonate con la tecnica punteada, a pizzico, o con la tecnica rasgueada, eseguendo delle ritmiche con accordi.

Nella tradizione boliviana e peruviana lo strumento viene suonato durante i corteggiamenti: i giovani suonatori attraverso un particolare rituale, apportano delle modifiche allo strumento per migliorarne il suono. In questo modo aumenterebbero le probabilità di conquistare il cuore della ragazza in questione.

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La popolarità del charango in Cile assume significato di simbolo: rappresenta la cultura stessa del popolo, i suoi aneliti di libertà, il desiderio atavico di restaurazione di una giustizia sociale.

Questo fatto ha procurato da parte del regime di Pinochet una censura contro chiunque suonasse questo strumento: nella prima settimana dopo il colpo di stato, l’esercito organizzò un incontro con i musicisti folk ai quali annunciarono che gli strumenti tradizionali (charango e quena – il flauto indio) erano, d’ora in avanti, vietati.

Per esempio, uno dei gruppi cileni più famosi, gli Inti Illimani, venne costretto all’esilio dopo il golpe del 1973: esuli forzati che in quell’anno fecero la loro prima tournèe europea dal sapore dolceamaro. Durò fino al 1888. Per tutto questo arco di tempo, ai membri del gruppo, l’Italia riconobbe il diritto di asilo politico: i musicisti vivevano a Roma, da dove continuarono ad appoggiare le campagne per la restaurazione della democrazia nella loro patria.

Si può quindi parlare del charango come di un “perseguitato politico” e ciò lo fa diventare ancor più il simbolo di un ideale che, se vogliamo, trascende la semplice cultura musicale.

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In copertina ph. Pugliesig [CC BY-SA 4.0/Wikimedia Commons]

Sara Alberti

Nata sulle colline bergamasche nel 1989, percuoto dall’età di otto anni, quando ho iniziato a studiare batteria e percussioni da orchestra nel Corpo Musicale Pietro Pelliccioli di Ranica (W la banda!). Dopo essermi barcamenata tra le varie arti, la Musica ha avuto la meglio e mi è valsa una laurea in Musicologia. Profondamente affascinata dal vecchio e dall’antico, continuo a danzare e suonare nella Compagnia per la ricerca e le tradizioni popolari “Gli Zanni” e per il mio grande amore balcanico Caravan Orkestar. Su questa nave di pirati sono la responsabile della sezione Nuove Premesse, della cambusa e della rubrica musicale.
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