Aconcagua ’98: una spedizione alla conquista della sentinella di pietra


Partiva il 3 gennaio 1998 la spedizione alpinistica guidata da Marcello Cominetti alla conquista dell’Aconcagua, nella cordigliera andina. Mino Alberti è il nostro protagonista e narratore: nel suo diario ha raccolto le sensazioni provate in quella scalata di 7012 m, intrapresa dal versante nord-ovest, al confine tra Cile e Argentina. L’attenzione per gli orari, il cibo, le ore di sonno e lo stato psicofisico sono gli elementi dominanti del diario, che contribuiscono a rendere l’idea dello sforzo fisico in una spedizione a così alta quota, al di là della volontà personale.

Attraversata la frontiera a Mendoza, «per non farci aprire tutti i borsoni, paghiamo 50 dollari alla dogana e arriviamo a Puente del Inca: si vede l’Aconcagua. Alloggiamo a l’Hosteria dove preparo il materiale da portare e decido cosa resta». Una situazione di tensione in cui Mino si dice entusiasta e al contempo preoccupato: al rifugio arrivano due alpinisti sud coreani con la pelle bruciata dal sole, stremati dalla vetta e terrorizzati dal fatto che da tre giorni non vedono il loro compagno di spedizione.

HosteriaDeMendoza
Hosteria De Mendoza

Il quarto giorno si parte a piedi, zaino in spalla verso la località Confluencia a 3500 m di quota, con un dislivello di 750 m da affrontare in un solo giorno: il gruppo inizia a sgretolarsi. «Mi viene mal di testa, montiamo le tende e peggiora. Arriva l’ora di cena e provo a mangiare riso con carne e finalmente scompare. La compagnia ritorna compatta e incontriamo un altro italiano che ci racconta di due suoi compagni ricoverati a Mendoza: uno con le dita congelate e l’altro con il viso sfregiato dal vento! Buona notte».

L’obbiettivo successivo è Plaza de Mulas a 4230 m, il campo base: una tappa molto lunga, di circa 28 km, in cui più volte si deve attraversare il Rio Honcomes. Dopo un dislivello di circa 700 m, gli alpinisti montano le tende e riprendono fiato. «Adesso, steso, ricomincia il mal di testa, un incubo. La testa mi scoppia, mi muovo a carponi; mi sforzo e bevo un tè, mangio del pane. Arrivo a fatica alla tenda, riesco a dormire giusto un’ora: sono rinato».

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Paza De Mulas – 4230 m

Dopo un paio di giorni di acclimatamento, si parte per Nido de Condores a 5385 m. «Si sale lentamente e dopo due ore comincio a perdere le forze, dopo dieci passi mi devo sempre fermare. Sono l’ultimo. Arrivo a fatica a Plaza de Canada a 4900m, Renzo mi è venuto incontro e mi ha portato lo zaino. Sistemiamo il materiale e scendiamo al campo: sono distrutto e demoralizzato. Dov’è tutto il mio allenamento? Con grande sforzo vado a lavarmi (bidè tra i ghiacci!) e per tornare alla tenda devo fare una sosta». Nel frattempo arriva al campo la squadra dei soccorsi con il corpo del sud coreano disperso; ci sono i suoi compagni e lo lasciano disteso sulla neve per i rituali tradizionali.

La mattina, nonostante tutto, Mino è di buon umore: si preparano per partire verso Cambio de Pendente, dove han lasciato il materiale il giorno prima. Una volta arrivati vengono distribuiti i carichi e si fa un ultimo sforzo per arrivare a Nido de Condores. C’è tanta neve e tanto vento: occorre rinforzare di più le tende costruendo dei muretti di pietra. C’è entusiasmo anche se si inizia a soffrire l’altitudine. Dal diario di Mino: «Ora ho mal di testa sempre, anche di giorno. La nostra tenda fa anche da cucina: ci ho messo due ore per far bollire dell’acqua per il tè».

CambioDePendente5300m
Mino Alberti, secondo da sinistra con gli amici esploaratori a Cambio De Pendente – 5300 m

La mattina del decimo giorno si parte per il rifugio Berlin a 5930 m, ultima tappa prima di raggiungere la vetta. «C’è sempre più vento. Avanzo a fatica, non sento più le mani e mi chiedo chi me l’ha fatto fare. Ci sono dei colori stupendi ma scattare qualche foto è impossibile. Vediamo il tratto finale della vetta. Marcello torna verso di noi e ci dice che non è il caso di continuare: c’è troppo vento e siamo a rischio di caduta e di congelamento. Si torna indietro». Smontano a fatica le tende; durante la noiosa e penosa discesa, Mino è affranto, triste e arrabbiato. A Plaza de Mulas ritrova gli amici alpinisti, telefona a casa e finalmente riesce a dormire.

Lavati, sbarbati e curati ripartono per Mendoza e da lì verso casa: «Ogni tanto penso all’Acongagua, la sentinella di pietra: sono tra l’arrabbiato e il soddisfatto».

Sara Alberti

Sara Alberti

Nata sulle colline bergamasche nel 1989, percuoto dall’età di otto anni, quando ho iniziato a studiare batteria e percussioni da orchestra nel Corpo Musicale Pietro Pelliccioli di Ranica (W la banda!). Dopo essermi barcamenata tra le varie arti, la Musica ha avuto la meglio e mi è valsa una laurea in Musicologia. Profondamente affascinata dal vecchio e dall’antico, continuo a danzare e suonare nella Compagnia per la ricerca e le tradizioni popolari “Gli Zanni” e per il mio grande amore balcanico Caravan Orkestar. Su questa nave di pirati sono la responsabile della sezione Nuove Premesse, della cambusa e della rubrica musicale.
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Nata sulle colline bergamasche nel 1989, percuoto dall’età di otto anni, quando ho iniziato a studiare batteria e percussioni da orchestra nel Corpo Musicale Pietro Pelliccioli di Ranica (W la banda!). Dopo essermi barcamenata tra le varie arti, la Musica ha avuto la meglio e mi è valsa una laurea in Musicologia. Profondamente affascinata dal vecchio e dall’antico, continuo a danzare e suonare nella Compagnia per la ricerca e le tradizioni popolari “Gli Zanni” e per il mio grande amore balcanico Caravan Orkestar. Su questa nave di pirati sono la responsabile della sezione Nuove Premesse, della cambusa e della rubrica musicale.

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