Turismo oggi, da Thomas Cook a Airbnb


Oggi siamo tutti turisti. Forti dell’appartenenza a questo mondo aperto e globalizzato, leggermente scalfiti dalle minacce che il suddetto mondo sottintende, mentre ci sottoponiamo scalzi e volenterosi ai ligi controlli di sicurezza, dosando il bagnoschiuma in microscopiche bottigliette da bambola e valutando la grammatura del bagaglio con la precisione di un narcotrafficante, giriamo per il globo neanche fosse il nostro tinello.

La mia nonna materna era una solida contadina bergamasca: per spostarsi disponeva unicamente di un carretto in legno malfermo trainato da una cavalla raggrinzita e stanca, trattato con la cura che si riserva ad una santa reliquia poiché necessario al quotidiano lavoro nei campi. Quando, nel dopoguerra, le mie zie allora bambine si ammalarono di difterite, impiegò quasi quattro ore per percorrere i quindici chilometri che la separavano dall’ospedale (la stessa strada, adesso, è tranquillamente percorribile in automobile in circa quindici minuti). I ritmi della terra e della miseria rendevano impossibile qualsiasi viaggio.

Questa è la ragione per cui la mia nonna materna non ha mai visto il mare mentre io, senza infamia e senza gloria, ho appena prenotato un aereo che mi porterà, in poco più di tredici ore, proprio sotto l’Himalaya e mi destreggio, senza difficoltà, dentro questa umanità che si sposta come un proiettile da una parte all’altra della Terra.

Anche il turismo “di massa” ha il suo santo patrono e la sua data sul calendario: Thomas Cook, modesto pastore battista; 5 luglio 1841. Costui infatti organizzò l’ “Escursione di Thomas Cook da Leicester a Loughborough e ritorno”, una passeggiata di appena 11 miglia dentro scomodi vagoni scoperti, che però permetteva ai modesti operai dell’industria laniera del tempo di godersi “viaggio, pranzo e spettacolo di gran galà” al modico prezzo di uno scellino.

Thomas Cook
Thomas Cook

Fu una rivoluzione: si passò dal Grand Tour classico, ovvero quel lunghissimo viaggio di formazione tra Asia ed Europa riservato ai più avventurosi, giovani aristocratici europei, al “pacchetto” turistico economico e completo.

Se ci pensate bene, dentro l’”Escursione di Thomas Cook” c’era già tutto il moderno baraccone sotteso alla vacanza organizzata: l’”agente di viaggio”, ovvero il demiurgo del tour, in grado di pianificare e rendere accessibile a tutti, sulla base dell’ovvia disponibilità economica; la scoperta del luogo da parte del turista; il piacere calcolato dell’evasione dalla routine e il conseguente status sociale; la possibilità, rassicurante, di affrontare “il nuovo” senza ansie di sorta.

La vacanza, quindi, è diventata un bene di consumo, messa diligentemente a bilancio familiare e i commercianti sanno perfettamente come rendere “edibile” il loro prodotto, riuscendo incredibilmente a modificare addirittura la natura intima delle mete stesse. Ecco quindi “il villaggio”, una realtà mediata e posticcia che dà modo anche agli individui meno avventurosi di calarsi in realtà diverse, aggiungendo al tranquillo stile di vita occidentale qualche falsificazione esotica messa ad hoc per solleticare il palato. Seriamente, a quanti mariti di famiglia, il tuareg perfettamente abbigliato a capo dell’escursione su dromedario organizzata dal villaggio Club Med, ha proposto uno scambio tra la moglie e una manciata di camelidi? Quanti mariti di famiglia hanno sinceramente pensato di mollare la consorte in mezzo al deserto, senza rendersi conto di essere soltanto gli ignari personaggi di una recita rodata, montata ad arte per aumentare l’esotismo del luogo? Quanti si sono resi conto di essere stati fregati, irrisi e derisi, dal momento che la sostanza del loro viaggio è passata dalla “scoperta dell’altrove” all’ennesima esperienza mediata da denaro e tecnologia, una vera e propria mistificazione turistica?

campomarino di maruggia

Oggi, Thomas Cook è passato dai “charity trips” ad essere un’agenzia di viaggi globale, una company illimitata in grado di organizzare viaggi all inclusive per qualsiasi meta e qualsiasi portafogli, in grado di adeguare il proprio prodotto agli standard collettivi e alle possibilità individuali.

Secondo una statistica condotta dalla Thomas Cook nel 2015, il 25% degli intervistati esprime la volontà di trascorrere vacanze differenti, meno mediate e più immerse nella cultura del luogo. Da qui nacque il gemellaggio storico tra TC e Airbnb India, il matrimonio consensuale tra la borghesia e il proletariato delle vacanze.

Airbnb è un portale che mette in contatto coloro che cercano un alloggio per brevi periodi con chi ha spazio extra da affittare. È possibile prenotare una camera, una villetta, un’isola, un igloo oppure una casa su un albero in oltre 26000 città in 192 paesi.

Airbnb è stato fondato da Brian Chesky, Joe Gebbia e Nathan Blecharczyk che, nel 2007, non riuscendo a far fronte alle spese del proprio canone, decisero di affittare parte della loro casa ai viaggiatori arrivati a San Francisco per la conferenza annuale dell’Industrial Design Society of America.

Esattamente come per Thomas Cook, sembrerebbe che gli imperi nascano da intuizioni banali: attualmente Airbnb è una società valutata oltre un miliardo di dollari, riuscendo ad attirare coloro che, per ragioni etiche o economiche, preferiscono essere “host”, piuttosto che turisti.

Questo nuovo modo “social” di intendere il viaggio, che crea connessioni virtuali e personali tra ospiti ed anfitrioni, entrambi protagonisti ai danni del tour operator, tuttavia nasconde delle insidie. Nella sola città di Milano, per esempio, nell’anno di Expo, a fronte di 12.841 inserzioni, soltanto 505 (poco meno del 4%) sono state iscritte al registro del Comune, lasciando le altre nel vuoto normativo. Affittare una stanza, oppure l’intera abitazione senza pagare alcuna tassa, può portare ad un introito netto annuale di circa 15mila euro e diventare la principale fonte di reddito familiare. Sempre a Milano, alcuni inquilini sono stati denunciati perché sorpresi a locare su Airbnb alloggi popolari a canone calmierato.

Brian Chesky, tra i fondatori di AirBnb
Brian Chesky, tra i fondatori di Airbnb

Gli albergatori, ovviamente, hanno issato vessilli di guerra: Federalberghi stima a 73,8 milioni le presenze in Italia riferite all’anno 2014 in alloggi non registrati, con guadagni di circa 2,4 miliardi di euro e un’evasione fiscale superiore ai 110 milioni, senza contare i 57 milioni di tasse di soggiorno non versate; anche se, al momento della registrazione sul portale, AirBnb ti avverte che l’unico responsabile della gestione delle tue tasse e dei tuoi obblighi fiscali, sei tu.

A Berlino, invece, i legislatori hanno stretto i controlli, imponendo unicamente l’affitto di singole stanze, anziché di intere case tramite la piattaforma. Chi vorrà affittare l’intera abitazione dovrà munirsi di licenza e diventare un b&b a tutti gli effetti, con conseguente comunicazione degli elenchi degli ospiti alle autorità competenti. Tutto ciò è stato pensato per riassestare la folle situazione immobiliare berlinese, frenando gli speculatori: tra il 2009 e il 2014 gli affitti della capitale tedesca sono cresciuti del 56% rispetto alle altre capitali europee.

Insomma, villaggio turistico o Airbnb? Cocktail sulla spiaggia o colazione preparata dentro la caffettiera di un altro? Trolley o zaino in spalla? Qualunque sia il vostro modo di viaggiare, qualunque siano i vostri pensieri mentre pigiate i vestiti nella valigia, sappiate che avete pagato per vedere altro e tornare diversi, proprio come gli operai che partirono con Thomas Cook oltre un secolo fa.

Francesca Delcarro
Francesca Delcarro

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