La rete solidale di Progetto 20k a Ventimiglia e oltre


Negli ultimi anni la questione dell’immigrazione si è imposto come tema focale del dibattito politico in Italia e in Europa. Diversi partiti e movimenti in tutto il continente hanno fatto della lotta all’immigrazione il cardine dei propri programmi elettorali, inneggiando alla chiusura delle frontiere e alle espulsioni forzate, senza elaborare delle proposte serie per la gestione adeguata del flusso migratorio e per favorire l’integrazione. A questo clima di populismo opportunista e immobilismo politico, tuttavia, si contrappongono realtà come 20k, progetto nato del 2016 che fornisce supporto ai migranti che gravitano intorno alla frontiera di Ventimiglia (IM). A un anno e mezzo di distanza dalla nostra prima intervista ai volontari del Progetto, li abbiamo ricontattati per capire com’è la situazione al confine di Ventimiglia oggi e come stanno vivendo questo clima politico. Ne abbiamo parlato con Stefano Quaglia, studente di Scienze Politiche a Bologna, che per 20k si occupa dell’organizzazione e coordinazione di eventi e di gestire le relazioni con altre realtà e associazioni esterne.


Come è cambiato il Progetto 20k nell’ultimo anno e mezzo?

20k è un progetto, non un collettivo, e in quanto tale è in continua evoluzione, grazie proprio ai diversi contributi delle persone che man mano vi prendono parte. Nell’ultimo anno e mezzo, infatti, diversi nuovi volontari, di cui un gruppo già facente parte di Non una di meno Genova, hanno iniziato a collaborare al progetto, portando quindi con sé le proprie idee ed esperienze.
La svolta principale per 20k è stata la decisione di organizzare una grande manifestazione a Ventimiglia per l’estate 2018, Ventimiglia Città Aperta, che ha avuto luogo lo scorso 14 luglio. Questo evento, che ha visto la partecipazione di quasi 10.000 persone, è stato un vero salto di qualità per il Progetto, perché ha rappresentato il coronamento degli sforzi compiuti negli ultimi due anni, dandoci un riscontro tangibile del nostro lavoro. La manifestazione ci ha inoltre permesso di allargare la nostra rete di relazioni sia a livello nazionale che locale. Abbiamo ricevuto l’appoggio di piccole associazioni del territorio, studenti delle superiori e anche di privati, cioè in generale della società civile cosciente della questione migratoria e che cerca e vuole essere un’alternativa alle politiche attuali. Diverse realtà locali sono ora partner del Progetto e partecipano attivamente alle nostre iniziative.

Il corteo della manifestazione Ventimiglia Città Aperta del 14 luglio 2018.

Com’è quindi la situazione a Ventimiglia oggi? Il clima politico ostile ha peggiorato la situazione?

Noi di 20k ci teniamo sempre a far presente che dal 2015 a oggi Ventimiglia è sempre stato un laboratorio di pratiche repressive (ma fortunatamente anche di pratiche solidali). Il Sindaco PD Enrico Ioculano, infatti, non ha mai favorito le attività a sostegno dei migranti, vietando ad esempio la distribuzione di cibo e altre iniziative di solidarietà ben prima che anche altri comuni in Italia si muovessero in tal senso.

Detto ciò, sicuramente le posizioni ostili e intolleranti dell’attuale governo Lega-Movimento 5 Stelle hanno contribuito ad accrescere le tensioni sociali e le tendenze xenofobe e razziste anche a Ventimiglia. Grazie alla manifestazione del 14 luglio, infatti, avevamo guadagnato sostegno nel territorio e godevamo quindi di un po’ più di tolleranza anche da parte delle istituzioni; tuttavia, in seguito al Decreto Sicurezza presentato dal governo a settembre e alla circolare del 1° settembre del Ministero degli Interni che chiedeva ai prefetti di intensificare i controlli delle occupazioni, abbiamo subito percepito un inasprimento della repressione nei nostri confronti. La polizia ultimamente si è presentata sempre più spesso al nostro infopoint Eufemia, che ha sede presso un ufficio da noi regolarmente affittato, chiedendo i documenti e cacciando i migranti dall’area. Questi controlli e rastrellamenti su base etnica avvenivano regolarmente anche ben prima di settembre, ma è innegabile che negli ultimi mesi si siano intensificati.


Qual è invece la posizione della popolazione dell’area di Ventimiglia nei confronti dei migranti e del vostro progetto?

Una componente della popolazione di Ventimiglia rimane purtroppo fortemente ostile ai migranti presenti sul territorio; è filo-leghista e in alcuni casi anche filo-fascista, date le minacce di morte inneggianti a Traini (l’autore dell’attentato di Macerata del 3 febbraio 2018, ndr) ricevute dal Sindaco lo scorso marzo. Il resto della comunità sostiene invece il Sindaco PD Ioculano, considerandolo come il salvatore umano che in realtà non è.

Nell’ultimo anno siamo comunque riusciti a instaurare collaborazioni e portare avanti attività con varie realtà locali di tutto il territorio che da Nizza arriva fino a Sanremo e Imperia. L’eccezione è proprio Ventimiglia, dove riscontriamo ancora difficoltà nel creare una rete di collaborazioni, in quanto le associazioni principali, come ad esempio l’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani Italiani, ndr) e la Spes (associazione a sostegno delle famiglie di disabili, ndr), sono fortemente legate all’amministrazione Ioculano. Abbiamo invece un buon riscontro dalla popolazione civile, in particolare da parte degli studenti e di diverse famiglie, che hanno aderito con entusiasmo al nostro progetto e ci supportano nelle nostre iniziative.

Il corteo della manifestazione Ventimiglia Città Aperta del 14 luglio 2018.


Sulla base della vostra esperienza sul campo, qual è secondo voi nella pratica la strada giusta da percorrere per opporsi al razzismo e all’intolleranza?

Noi riteniamo che l’autodeterminazione e la possibilità di decidere della propria esistenza siano  fondamentali. Per questo motivo, non pensiamo che iniziative come l’ “Accademia per l’integrazione” di Bergamo, che ha la stessa impostazione di una scuola militare, siano soluzioni valide.

Per noi la strada da percorrere è quella di fare pratiche di solidarietà attiva creando più sinergie e alleanze possibili. Anche per questo motivo il movimento di Non Una di Meno rappresenta per noi un modello da seguire, perché è riuscito a creare una rete e un lessico globale. Noi stiamo cercando di fare lo stesso, cioè di rendere la soluzione del problema migratorio una questione transnazionale, costruendo alleanze diversificate e coinvolgendo più realtà e persone possibili.


Quali sono i vostri progetti e obiettivi per il prossimo futuro?

In questi mesi vorremmo innanzitutto organizzare dei momenti di “monitoraggio collettivo”, cioè coinvolgere anche piccole organizzazioni e persone locali nelle nostre attività usuali di monitoraggio del territorio, finalizzate a dare informazioni ai migranti, denunciare abusi e testimoniare e comunicare quanto accade al confine.

Oltre a questo, il nostro obiettivo è di organizzare per fine dicembre o inizio gennaio un grande evento pubblico informativo culturale, che coinvolga come detto molte realtà, figure e associazioni diverse tra loro, per raggiungere e sensibilizzare un pubblico più vasto possibile.

 

L’intervista è stata ridotta e riadattata per maggiore chiarezza.

Foto tratte dalla pagina Facebook di Progetto 20k, tutti i diritti riservati.

Lucia Ghezzi

Lucia Ghezzi

Classe ’89, nata in un paesino di una valle bergamasca, fin da piccola sento il bisogno di attraversare i confini, percependoli allo stesso tempo come limite e sfida. Nel corso di 5 anni di liceo linguistico sviluppo una curiosa ossessione verso i Paesi dal passato/presente comunista, cercando di capire cosa fosse andato storto. Questo e la mia costante spinta verso “l’altro” mi portano prima a studiare cinese all’Università Ca’ Foscari a Venezia e poi direttamente in Cina, a Pechino e Shanghai. Qui passerò in tutto due anni intensi e appassionanti, fatti di lunghi viaggi in treni sovraffollati, chiacchierate con i taxisti, smog proibitivo e impieghi bizzarri. Tornata in patria per lavoro, Pequod è per me l’occasione di continuare a raccontare e a vivere la Cina e trovare nuovi confini da attraversare. Sono attualmente responsabile della sezione di Attualità, ma scrivo anche per Internazionale.
Lucia Ghezzi

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Classe ’89, nata in un paesino di una valle bergamasca, fin da piccola sento il bisogno di attraversare i confini, percependoli allo stesso tempo come limite e sfida. Nel corso di 5 anni di liceo linguistico sviluppo una curiosa ossessione verso i Paesi dal passato/presente comunista, cercando di capire cosa fosse andato storto. Questo e la mia costante spinta verso “l’altro” mi portano prima a studiare cinese all’Università Ca’ Foscari a Venezia e poi direttamente in Cina, a Pechino e Shanghai. Qui passerò in tutto due anni intensi e appassionanti, fatti di lunghi viaggi in treni sovraffollati, chiacchierate con i taxisti, smog proibitivo e impieghi bizzarri. Tornata in patria per lavoro, Pequod è per me l’occasione di continuare a raccontare e a vivere la Cina e trovare nuovi confini da attraversare. Sono attualmente responsabile della sezione di Attualità, ma scrivo anche per Internazionale.

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