Celebrare le differenze per creare inclusività: la cooperativa Il Cortile e il progetto Kirikù


Ci sono storie che è necessario narrare per trasmettere a chi le ascolta gocce di ispirazione, con cui innaffiare quotidianamente le idee per poi vederle fiorire; storie che dissemini lungo la strada come farebbe Pollicino con la mollica di pane, per non perderti nel buio, ritrovare la retta via e permetterti di guardare sempre avanti ricordandoti da dove sei partito. Come la trama di un tessuto, le storie si intrecciano e si tingono di significato: le più coinvolgenti sono quelle che parlano delle persone, dell’arricchimento costante come frutto di un contatto umano autentico, fatto di incontri fra differenze e abbattimento di barriere. Per ascoltare una simile storia mi sono affidata alla voce gentile della dott.ssa Sandra Sesenna, referente dell’area integrazione della cooperativa “Il Cortile” di Salsomaggiore Terme; Sandra è anche la coordinatrice del centro CABAS-based©” Kirikù, finalizzato all’abilitazione di bambini e ragazzi con autismo e disabilità rare: grazie alla sua collaborazione ho potuto comprendere più a fondo la dimensione in cui lavora.

Sandra, la Cooperativa il Cortile nasce quasi trent’anni fa dall’iniziativa di pochi, ma nel corso del tempo è andata strutturandosi sempre di più ed è arrivata a coprire realtà e progetti diversi, di cui Kirikù è solo uno fra i tanti. Qual è stata l’idea che ha permesso che si creasse questo progetto?

L’idea è nata dall’osservazione dei bisogni del territorio: Il Cortile nasce infatti nel 1990 con l’obiettivo preciso di lavorare con minori e disabili. Come dicevi, abbiamo diversi tipi di servizi presenti per rispondere a diverse necessità. Kirikù è piuttosto recente: nel 2010 ho seguito un corso di perfezionamento organizzato dall’Università di Modena e Reggio Emilia, relativo allo studio delle nuove metodologie di approccio per lavorare nell’ambito dello spettro autistico. All’epoca avevamo già attivo il centro disabili Why not e il servizio di assistenza scolastica; tuttavia volevamo impegnarci ulteriormente e crescere ancora di più. Alla fine del corso Angela Volta, presidente di ANGSA (Associazione Nazionale Genitori Soggetti Autistici), una realtà bellissima attiva dal 1985 che coinvolge le famiglie di persone affette da disturbo dello spettro autistico, ha proposto di ragionare insieme per aprire sul nostro territorio un servizio di interventi abilitativi a persone con autismo. La realizzazione del progetto Kirikù è stata sostenuta anche dall’intervento della Fondazione Cassa di Risparmio di Parma. Siamo partiti in pochissimi: appena quattro bambini e sei educatori. Attualmente contiamo ventuno ragazzi solo nel progetto Kirikù.

Kirikù è un centro CABAS-based©: cosa significa questo?

Si tratta di un protocollo importato nel nostro Paese dalla Columbia University: la dott.ssa Fabiola Casarini, che tuttora supervisiona i nostri progetti a livello scientifico, si è fatta garante per l’Italia di questa metodologia. Il metodo Cabas© cerca di coniugare la rigorosa metodologia riabilitativa dell’analisi applicata del comportamento (ABA) a contesti naturalistici il più possibile vicini alla vita di tutti i giorni.

 

Una delle stanze adibite alle attività del progetto Kirikù (foto di Sandra Sesenna©).

Di quali fasce anagrafiche vi siete occupati più frequentemente?

Da quando è attivo Kirikù abbiamo intercettato soprattutto bambini piccoli; in particolare il progetto coinvolge minori che hanno appena ricevuto la diagnosi (dall’anno e mezzo ai due anni) fino ad arrivare a ragazzi di diciotto, diciannove anni. Si lavora in tutti gli ambiti di sviluppo della persona, a seconda dei casi che si affrontano e della situazione del singolo individuo.

Secondo quanto hai visto nella tua esperienza, quali sono stati i pregiudizi legati alla percezione delle persone con autismo che hai trovato più difficili da scardinare?

Posso dire che nel corso del tempo le persone con autismo hanno acquisito sempre più spazio e voce: fino agli anni ’90 la diagnosi era molto differente rispetto ad oggi, all’epoca c’era sicuramente meno informazione e meno materiale disponibile. Trent’anni fa era diffusa la tendenza a individuare come causa principale dell’autismo dei bambini l’anaffettività delle madri: fortunatamente, quest’assurda teoria delle “mamme frigorifero” è stata poi smentita del tutto. Inoltre mi sto accorgendo con sollievo che anche la correlazione tra vaccini e autismo sta venendo sempre più frequentemente screditata dalla scienza: si tende ad avere delle convinzioni distorte in merito a questo tema, semplicemente perché i primi segnali di autismo percepibili a persone non esperte emergono in una fascia d’età che è coincidente con quella prevista per le prime vaccinazioni. Ancora una volta, l’informazione scientifica e la conoscenza si rivelano essere alleati fondamentali.

Materiale per le strategie d’intervento (foto di Sandra Sesenna©).

Parliamo della prospettiva delle nuove generazioni: nella coscienza dei più giovani, come viene percepito l’autismo vissuto dai loro coetanei?
È una percezione relativa, dipende dai contesti: dove questi sono stati precedentemente preparati, c’è una sensibilità maggiore. Solitamente l’inclusione risulta semplice se gli utenti sono piccoli: da questo punto di vista Kirikù è unico nel suo genere perché, da quando siamo nati, siamo sempre stati un’unica struttura legata ad un centro di aggregazione giovanile, anch’esso posto sotto l’ala della cooperativa Il Cortile. Il fatto di inserire i più piccoli all’interno delle attività del centro di aggregazione, favorisce indubbiamente l’inclusione. Man mano che si cresce, però, la gestione del tempo libero diventa spesso molto più complessa: una criticità che ci rilevano le famiglie dei ragazzi più grandi è che difficilmente una persona con autismo viene inserita a contatto con coetanei normotipici. Su questo aspetto c’è ancora molto lavoro da fare per raggiungere una completa inclusione.

I dati ISTAT rivelano che le scuole adattate alle necessità di alunni con bisogni educativi speciali sono il 18% e che solo il 32% degli istituti italiani risulta accessibile dal punto di vista delle barriere fisiche. Cosa ne pensi?

Per la mia esperienza, legata alle scuole del nostro territorio ed in particolare agli istituti di Fidenza e Salsomaggiore Terme, posso dire che la Regione Emilia Romagna si è attivata in maniera davvero incredibile. Al momento, tra l’altro, sta formando un gruppo di docenti specializzati sulla formazione dell’autismo. Dove il sistema è farraginoso e complesso, la differenza la fanno le persone: se l’ambiente è ricco di ostacoli ma ci sono la giusta consapevolezza e sensibilizzazione, le barriere fisiche passano in secondo piano, perché al primo posto viene la solidarietà. Anche dal punto di vista del personale educativo, credo che per lavorare a contatto con soggetti caratterizzati da disturbi dello sviluppo o bisogni educativi particolari non sia necessaria solo la competenza professionale, ma soprattutto un inesauribile desiderio di imparare attraverso il confronto e il contatto umano.

In copertina: momenti di gioco alla scoperta dei sensi (foto di Sandra Sesenna©)


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