Ge(n-)eri, una ricerca sulle variabili umane


Una curiosità istintiva che muove una ricerca, una ricerca che non è ancora un progetto: Ge(n-)eri è il titolo provvisorio di un’avventura alla scoperta dell’altro intrapresa da Giacomo Arrigoni Gilaberte, classe ’91, giovane transessuale di cui su Pequod abbiamo raccontato il percorso per la transizione da un corpo femminile a uno maschile. Oggi lo incontriamo per scoprire un progetto in fase embrionale, al suo primo stadio di raccolta di riflessioni “sul campo”, che ha per tematica i generi intesi nelle loro declinazioni più diverse e variabili. Ge(n-)eri è un’occasione per ripensare alla propria identità e interrogarsi su alcune tematiche universali attraverso un mezzo di comunicazione alla portata di tutti, discreto e a suo modo sorprendentemente rivelatore: un messaggio vocale su WhatsApp. Così semplice che potrete farlo anche voi: se vorrete contribuire a questa ricerca sui generi, alla fine di questo pezzo troverete il recapito per contattare Giacomo. Ma prima scopriamo più precisamente di cosa si tratta…


Giacomo, ci racconti come è nata questa ricerca?
«Da qualche anno mi sono appassionato alle arti performative, faccio parte di Figli maschi, giovane gruppo teatrale bergamasco, e della realtà milanese Atopos, ma soprattutto ho l’esigenza forte di parlare di identità di genere perché sono un ragazzo trans, perciò è nato il bisogno di portare avanti un progetto in autonomia. Inizialmente pensavo di partire da un testo di riferimento, ma ho sentito da subito che non mi bastava: avevo il limite di un’unica idea-guida, mentre avrei voluto unire tantissimi testi e prendere spunto da tutti. A un certo punto, non so bene come, ho pensato che poteva essere più utile far parlare altre persone. Non volevo raccontarmi in prima persona per una creazione ex novo. Non ho idea della forma che prenderà, ma sono sicuro che si tratta della traccia giusta per la mia ricerca».

Dev’essere stato complicato chiedere ad altri di rivelarsi raccontando di sé…
«In realtà sto ricevendo una risposta molto attiva, perché alla fine quando si chiede a una persona di raccontarsi ricevi tendenzialmente una risposta positiva. Coinvolgere tante persone e dar voce a loro mi sembra il punto di partenza giusto perché, per quanto possa raccontarmi a livello biografico, credo che non saranno mai davvero le mie parole a raccontare quello che voglio raccontare. A volte penso che basta il mio corpo nudo sulla scena, “attraversato” da queste voci che raccontano quello che vorrei raccontare io, perché su genere, corpo e sessualità abbiamo tutti gli stessi pensieri, seppur declinati in altri vissuti».

Foto di scena dallo spettacolo Figli maschi del gruppo teatrale omonimo; in primo piano Giacomo Arrigoni Gilaberte (Ⓒ Giovanni Chiarot/ Zeroidee).

Un’urgenza di base forte ed estremamente personale come base di partenza: con quali mezzi hai deciso di concretizzare questa “raccolta di fonti”?
«Ho scritto una traccia indicativa di punti di riferimento che ho fatto girare a tutti i miei contatti su WhatsApp. Non si tratta di vere e proprie domande, ma una proposta di sette temi che mi interessano di più: “corpo, vestiti, sesso, specchio, capelli/peli, famiglia, tu (chi sei, chi sei stat* finora, chi vorresti continuare ad essere)”. A tutti chiedo di inviarmi preferibilmente un file audio perché il parlato è più spontaneo e perché, chissà, potrebbe diventare materiale da utilizzare (ovviamente se autorizzato). In ogni caso chiedo di sviluppare un racconto in totale libertà. E ho constatato subito che è magico: schiaccio play e in un attimo sento voci diverse, punti di vista totalmente diversi; immagino come potrebbero essere le persone dall’altra parte del telefono».

Il messaggio vocale è un mezzo “ambiguo”: può schermare la propria identità, mettere una distanza, ma anche offrire una possibilità per “esporsi senza esporsi”, confidarsi senza l’imbarazzo dell’incontro di persona.
«Ti dico la verità: ho un’avversione per i messaggi vocali [ride, ndr], ma ho pensato: “E se fosse la cosa che più odio e che mi è lontana a darmi un aiuto? Ho provato a vederla come la forma che potesse rendere più liberi di esprimersi – mi immagino tutti a casa propria, o in macchina, in un momento di riflessione e di condivisione… e poi l’audio puoi farlo durare quanto vuoi. Un limite? A volte le persone possono rimanere disorientate, forse perché devo essere più chiaro nella mia proposta (ed è per questo che correggo di volta in volta il tiro sulle mie tracce scritte), forse perché anche la totale libertà di espressione può lasciare spiazzati».

Giacomo durante un’intervista, un’alternativa allo scambio di riflessioni tramite messaggio vocale per la sua ricerca su identità, generi e corporeità.

Stai pensando a un nuovo metodo per raccogliere le riflessioni e di incontrare la voce dell’altro?
«Nel mio file sottolineo che ognuno può sentirsi libero di raccontare qualsiasi cosa e per molti si sta rivelando un modo per lasciarsi andare: conosco persone che se avessi avuto davanti a me si sarebbero imbarazzate e trattenute. Però sto sperimentando la forma dell’intervista, mi sta aprendo opportunità di incontro con persone che non pensavo di poter avvicinare. Qualche sera fa in un bar ho conosciuto un gruppo di ragazzi che possiamo definire punk e a un certo punto uno di questi mi racconta dei suoi tatuaggi, mi dice di essersi tatuato una svastica sulla gamba. È una persona lontana dal mio modo di pensare, e forse proprio per questo ho voluto accennargli il mio progetto con parole che potesse accettare. Ed è stato lui a chiedermi di raccontarsi in un’intervista. Abbiamo parlato per un’ora e mezza. La cosa che più mi ha emozionato è il fatto che, tra quattro chiacchiere su vestiti e capelli, la persona che ha dichiarato apertamente che non trova ammissibile l’unione tra un nero e un bianco è la stessa che racconta un’idea di famiglia dolce e tenera. Siamo tutti essere umani, siamo fatti della stessa carne, e in una stessa storia puoi trovarti ora in accordo ora in disaccordo. Quello che appartiene a me in realtà appartiene anche agli altri».

Stiamo parlando di un progetto in fase embrionale…
«Direi che siamo alla nascita, sono passati solo due mesi…».

… e già si sta sviluppando, attraverso la ricerca di nuovi strumenti di indagine.
«Ho deciso di partire da chi conoscevo per semplicità, ma vorrei raggiungere un’ampia varietà di persone per avere uno spaccato dell’umanità: vorrei ampliare questo confronto a persone di età diverse, di etnie lontane, a persone con disabilità… Far parlare gli altri al posto mio, di qualcosa che mi riguarda e che mi interessa nel profondo, sta dando dei risultati più grandi di quanto mi aspettassi».

Semmai un giorno elaborerai la tua ricerca in una forma (rap)presentabile pubblicamente, potrebbe letteralmente dare voce alle variabili umane, alla ricchezza delle differenze.
«Ci troviamo spesso a categorizzare le persone dall’esteriorità e da questa prima impressione diamo o meno loro la possibilità di raccontarsi. Voglio scardinare questo modo di pensare e il mezzo della voce mi sta aiutando molto, perché apre un immaginario nuovo senza esaurirlo, perché credo che sia l’elemento più caratterizzante dell’essere umano soprattutto a proposito di genere, perché sovverte l’ordine del nostro modo di identificare le persone».

Se a questo punto è venuta voglia anche a voi di mettervi in gioco con questi interrogativi, contattate il numero 346 5746344: Giacomo vi invierà la traccia elaborata per aggiungere una nuova storia e una nuova voce alla sua ricerca.

Alice Laspina

Nata nella bergamasca da famiglia siciliana, scopro che il teatro, lo studio e la scrittura non sono che piacevoli “artifici” per scoprire e raccontare qualcosa di più “vero” sulla vita e la società, sugli altri e se stessi. Dopo il liceo artistico mi laureo in Scienze e Tecnologie delle Arti e dello Spettacolo e sempre girovagando tra nord e sud Italia, tra spettacoli e laboratori teatrali, mi sono laureata in Lettere Moderne con una tesi di analisi linguistica sul reportage di guerra odierno. Mi unisco alla ciurma di Pequod nel 2013 e attualmente sono responsabile della sezione Cultura, non senza qualche incursione tra temi di attualità e politica.
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Nata nella bergamasca da famiglia siciliana, scopro che il teatro, lo studio e la scrittura non sono che piacevoli “artifici” per scoprire e raccontare qualcosa di più “vero” sulla vita e la società, sugli altri e se stessi. Dopo il liceo artistico mi laureo in Scienze e Tecnologie delle Arti e dello Spettacolo e sempre girovagando tra nord e sud Italia, tra spettacoli e laboratori teatrali, mi sono laureata in Lettere Moderne con una tesi di analisi linguistica sul reportage di guerra odierno. Mi unisco alla ciurma di Pequod nel 2013 e attualmente sono responsabile della sezione Cultura, non senza qualche incursione tra temi di attualità e politica.

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