Confessioni di una viaggiatrice in solitaria


Quando parlo con qualcuno dei miei viaggi da sola, mi imbatto spesso in due tipi di reazioni: il sospetto mascherato da preoccupazione (“Sola? Ma sei pazza? Non hai paura?”) o l’ammirazione per il mio “coraggio” (“Sola? Ti ammiro un sacco, sei davvero coraggiosa!”). Queste reazioni mi fanno sorridere, perché non credo di essere un’incosciente, né tanto meno un’eroina, solo perché mi reco in viaggio in qualche luogo perfettamente sicuro senza avere compagnia.

La verità è che viaggio (anche) da sola semplicemente perché mi piace ed è un’esperienza diversa dal viaggiare in compagnia. Dal lato pratico, infatti, viaggiare sola mi permette innanzitutto di non dover dipendere dalla disponibilità altrui per partire. Quante volte avete sentito le parole “Verrei volentieri, ma non ho ferie/soldi/tempo, ecc.”? Tutte motivazioni legittime e sensate, ma se voi avete la voglia e la possibilità di viaggiare è un peccato non approfittarne solo perché in quel momento nessuno può partire con voi.

La mia lezione di cucina coreana a Seoul.

Inoltre, essere sola mi consente di organizzare il viaggio in maniera perfettamente aderente alle mie esigenze e ai miei interessi, senza dover scendere a compromessi. Ad esempio, essendo io una vera e propria foodie, in ogni viaggio dedico sempre tempo e risorse a ricercare del buon cibo locale, che si tratti di street food o piatti più ricercati in ristoranti del posto. Siccome quando viaggio in compagnia non è sempre detto che gli altri condividano questa mia ossessione (che si prende anche una buona parte del mio budget), viaggiare da sola è un ottimo modo per dare libero sfogo alla mia passione. Partecipare a una lezione di cucina coreana a Seoul, gustare deliziosi spiedini di pesce in riva al Mar Giallo a Qingdao (Cina) o seguire un mini-corso sullo jamon hiberico a Madrid sono tra le esperienze dei miei viaggi in solitaria che più mi hanno entusiasmata e che non esiterei a ripetere. E quello che è il cibo per me, può essere l’arte, le spa o la corsa per qualcun altro. Ciò che conta è che si tratta di tempo solo vostro e potete dedicarlo a ciò che più vi piace senza compromessi.

Oltre a questi aspetti “pratici”, tuttavia, viaggiare da sola mi ha insegnato moltissimo su me stessa, su cosa amo davvero fare nel mio tempo libero e quali sono i miei ritmi e i miei limiti. Il mio primo viaggio da sola è stato a 22 anni durante il mio periodo di studi in Cina, quando, durante le vacanze estive, ho deciso di recarmi nello Shandong, una provincia non troppo distante da Pechino, sicura e facile da girare. I primi giorni sono stati terribili. Avevo stilato un programma di tutte le cose che volevo fare e vedere e mi ci attenevo rigorosamente. Non importa quanto fossi stanca, quanto magari quel tempio in particolare non mi facesse impazzire o quanto quel museo mi risultasse noioso, mi sentivo in dovere di vedere ed esplorare tutto, senza perdere del tempo prezioso in attività futili come riposarmi o passeggiare. Dopo qualche giorno, ho realizzato che non mi stavo divertendo per nulla e che più che un viaggio mi sembrava una missione per completare la mia check list. Ho iniziato a chiedermi che cosa mi andava davvero di fare quel giorno: volevo recarmi in visita a quel tempio sperduto? Sì? Bene! No? Allora una passeggiata senza meta per la città seguita da uno spuntino di spiedini di pesce e una birra in riva al mare sarebbe stata comunque un’ottima alternativa. Capire che dovevo seguire i miei ritmi è stata una rivelazione e una liberazione, che mi ha aiutata moltissimo anche nei miei viaggi successivi, in compagnia e in solitaria. Durante i miei viaggi da sola, ci sono giorni in cui ho voglia di visitare e vedere tutto e giorni in cui, invece, preferisco concentrarmi su un’attrazione sola per poi passare il tempo a fare people watching o leggere un libro in un caffè. 

Cena a base di enormi molluschi presso il mercato del pesce d Busan, Corea del Sud.

Con questo non voglio dire che viaggiare soli sia tutto rose e fiori. Come in tutti i viaggi, ci sono i momenti no, in cui ci si scontra con inconvenienti più o meno gravi che, quando non si ha nessuno con cui condividerli e affrontarli, possono risultare più difficili e scoraggianti. Allo stesso tempo, tuttavia, riuscire a superare i problemi contando solo sulle proprie forze può anche dare grandi soddisfazioni. Nel corso del mio viaggio in Corea, mi sono slogata una caviglia alla mia seconda tappa cadendo su un sentiero e ammetto che inizialmente ero disperata. Mi sentivo una stupida per essere stata tanto distratta da cadere e credevo di essermi rovinata l’intera vacanza per una sciocchezza. Dopo lo sconforto iniziale, però, mi sono rialzata, ho zoppicato fino alla mia guesthouse, mi sono fasciata la caviglia alla bell’e meglio guardando un tutorial su YouTube e ho iniziato a ripensare il viaggio, cercando attività più fattibili in quelle condizioni. Certo, ho dovuto escludere templi esotici zeppi di gradini e camminate che sicuramente sarebbero stati fantastiche, ma ne ho approfittato per provare esperienze che altrimenti non avrei mai fatto, come andare in una jimjilbang, la tipica spa coreana, passare del tempo a giocare con dei gattini in un cat café, fare lunghe chiacchierate serali sulla situazione della penisola con i gestori e gli ospiti delle guesthouse dove alloggiavo e, infine, rimpinzarmi di molluschi di ogni tipo al mercato del pesce di Busan (ok, forse questo l’avrei fatto comunque…). Nonostante l’inconveniente, quindi, il viaggio è stato un successo e mi ha insegnato che posso cavarmela anche con una caviglia slogata in Corea (e che non devo comprare scarpe con la suola liscia).

Viaggiare è stupendo e poterlo fare sia in compagnia che da soli, a seconda delle mete e delle situazioni, permette di avere accesso a esperienze completamente diverse tra loro, che possono essere ugualmente soddisfacenti in modi differenti. Non è detto che viaggiare da soli piaccia a tutti, ma io consiglio di provarlo almeno una volta nella vita, perché ne uscirete arricchiti e imparerete sicuramente qualcosa, fosse anche a non rifarlo una seconda volta.

 

In copertina: veduta di Gamcheon Village, Busan, Corea del Sud.

Lucia Ghezzi

Classe ’89, nata in un paesino di una valle bergamasca, fin da piccola sento il bisogno di attraversare i confini, percependoli allo stesso tempo come limite e sfida. Nel corso di 5 anni di liceo linguistico sviluppo una curiosa ossessione verso i Paesi dal passato/presente comunista, cercando di capire cosa fosse andato storto. Questo e la mia costante spinta verso “l’altro” mi portano prima a studiare cinese all’Università Ca’ Foscari a Venezia e poi direttamente in Cina, a Pechino e Shanghai. Qui passerò in tutto due anni intensi e appassionanti, fatti di lunghi viaggi in treni sovraffollati, chiacchierate con i taxisti, smog proibitivo e impieghi bizzarri. Tornata in patria per lavoro, Pequod è per me l’occasione di continuare a raccontare e a vivere la Cina e trovare nuovi confini da attraversare. Sono attualmente responsabile della sezione di Attualità, ma scrivo anche per Internazionale.
Lucia Ghezzi

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Classe ’89, nata in un paesino di una valle bergamasca, fin da piccola sento il bisogno di attraversare i confini, percependoli allo stesso tempo come limite e sfida. Nel corso di 5 anni di liceo linguistico sviluppo una curiosa ossessione verso i Paesi dal passato/presente comunista, cercando di capire cosa fosse andato storto. Questo e la mia costante spinta verso “l’altro” mi portano prima a studiare cinese all’Università Ca’ Foscari a Venezia e poi direttamente in Cina, a Pechino e Shanghai. Qui passerò in tutto due anni intensi e appassionanti, fatti di lunghi viaggi in treni sovraffollati, chiacchierate con i taxisti, smog proibitivo e impieghi bizzarri. Tornata in patria per lavoro, Pequod è per me l’occasione di continuare a raccontare e a vivere la Cina e trovare nuovi confini da attraversare. Sono attualmente responsabile della sezione di Attualità, ma scrivo anche per Internazionale.

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