Vanitas vanitatum et omnia vanitas


I suoi occhi profondi son fatti di vuoto e di tenebre,

e il suo cranio, artisticamente acconciato di fiori,

oscilla mollemente sulle gracili vertebre.

Oh, fascino di un nulla follemente acconciato!

 

C. Baudelaire, ‘Danse macabre’, ‘Fleurs du mal’

 

Chi è la cupa signora che ha stregato Baudelaire? È la stessa che con il suo sguardo cavo ha ammaliato Barbara Frigerio e i visitatori dell’esposizione Lovely bones, in via dell’Orso 12 a Milano. La galleria che ospita la mostra è di modeste dimensioni, ma la portata delle creazioni esposte supera ogni aspettativa.

Ispirata al racconto e film Amabili resti, Lovely bones indaga uno dei temi che sin dagli albori del pensiero lascia insonne la sensibilità umana: la morte, o meglio, ciò che resta dopo che il respiro si è spezzato.

Nessuna audio-guida, nessuna parola, sono teschi e bucrani a spiegare quello che ancora non sai dell’oscura signora incappucciata.

In realtà, il fil rouge che conduce, dall’estremo realismo di Anna Cirillo e le pennellate, così delicate e sottili di Momina Muhamamad, è la vanitas.

La vanitas, in pittura, ritrae nature morte intrise di un forte simbolismo allusivo, prediligendo teschi abbandonati su un tavolo,  tra fiori appassiti, clessidre o strumenti muti. Tutto rievoca la caducità della vita e l’immobilità dopo la morte, quando il nostro corpo sfiorisce e ciò che rimane è solo un misero mucchio d’ossa bianche.

Vanitas vanitatum et omnia vanitas’ (vanità delle vanità, tutto è vanità): sì, tutto è vanità, tutto è scorza, la pelle, le unghie rosse e il belletto, come la terracotta di Paolo Schmidlin, che ci offre una Bette Davis inghiottita dalle cavità ossee del suo volto di cera, che si differenzia dal proprio teschio solo per il rossetto e la messa in piega.

È questo, infatti, l’obiettivo di queste ossa interpretate dagli artisti scelti dalla Frigerio: mostrare il succo dell’uomo, presentare a noi stessi quello che spesso ci scordiamo di essere: tutti uguali e senza scampo.

 

Trovarsi davanti alla verità non è facile, le certezze a cui ti aggrappi non valgono più nulla quando sei messo a nudo, con le spalle al muro. Lovely bones è uno specchio, una finestra personale alla quale affacciarsi in solitaria, così che ognuno si renda conto di non essere migliore di chi gli sta accanto.

Le ultime scarpe che hai comprato ti fanno sentire cool quando passi per strada, ma tornano ad essere solo stoffa e lacci quando ti rendi conto che, sotto sotto, hai la stessa carne di chi quelle scarpe non le comprerà.

I relitti ossei di via dell’Orso diventano così un mezzo introspettivo per scoprirci e per ridere del buio che c’è dopo. Ciò che traspare infatti è anche la spiazzante ironia con cui il tema viene accolto dalla mente degli artisti: del drammatico nemmeno l’ombra, neanche una stilla di sangue, solo una clamorosa risata davanti alle porte dell’Ade.

È tipico dell’uomo sdrammatizzare ciò che teme di più e a partire dall’epoca tardomedievale numerosi sono gli esempi in ambito artistico di Danza macabra, nei quali venivano rappresentate, in risposta alla devastazione delle grandi epidemie, scheletri danzati insieme ad alcuni uomini appartenenti alle diverse categorie sociali.

Lovely bones diventa il memento mori d’eccezione, ricorda a tutti che nulla è per sempre e che abbiamo tutti lo stesso traguardo da tagliare, ma non c’è motivo di angustiarsi.

Vanessa Martinoli

Dalla primavera del 1994procedo per tentativi la maggior parte delle volte, inizio, infatti, studi classici per poi abbandonarli elanciarmi verso le scienze umane, tra i cui meandrimi innamoro di Montale e scelgo di iscrivermi a Lettere Moderne.Introversa per natura, preferisco scrivere, piuttosto che parlare. Sono sistematicamente attratta dal colore, dalle forme, da tutto ciò che è arte e da chi non si vergogna di esprimere, ma non distinguendomi particolarmente su tela, prediligocarta e inchiostro, così vago per le gallerie d’arte di Milano e provincia e scrivo di quello che c’è di bello in circolazione.
Vanessa Martinoli

Tag: , , , , , ,


Vanessa Martinoli

Dalla primavera del 1994 procedo per tentativi la maggior parte delle volte, inizio, infatti, studi classici per poi abbandonarli e lanciarmi verso le scienze umane, tra i cui meandri mi innamoro di Montale e scelgo di iscrivermi a Lettere Moderne. Introversa per natura, preferisco scrivere, piuttosto che parlare. Sono sistematicamente attratta dal colore, dalle forme, da tutto ciò che è arte e da chi non si vergogna di esprimere, ma non distinguendomi particolarmente su tela, prediligo carta e inchiostro, così vago per le gallerie d’arte di Milano e provincia e scrivo di quello che c’è di bello in circolazione.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Copyright ©2014 Pequod - Admin
Registrazione presso il Tribunale di Bergamo n. 2 del 8-03-2016
Made by Progetti Astratti