Beata solitudo, sola beatitudo


Eremiti, anacoreti, solitari oppure misantropi… persone che se ne vanno, in parole semplici.

L’idea è affascinante, nella sua semplicità elementare: mollo tutto e vado a vivere da solo con me stesso e starò benissimo. Non salirò più su una metropolitana collassata di gente il lunedì mattina, uscirò finalmente dalla routine lavorativa e dai bilanci mensili, mi ribellerò al meccanismo del “nasci consuma produci crepa”, smetterò di incazzarmi per gli atteggiamenti degli altri e sarò in pace, in una sorta di perenne disintossicazione, come fa l’orso che passa l’intera vita con l’unico, sublime proposito di farsi gli affari suoi nei boschi.

Esistono tuttavia molte persone che operano un taglio radicale e, devo dire, il loro aspetto selvatico e irsuto, come da copione, e i loro visi segnati dal sole, identificano già da subito il loro status di fuggiaschi che non concedono più nulla nemmeno alla meticolosa cura del look che ci sembra tanto indispensabile.

 

La parola eremita deriva dal latino ĕrēmīta, latinizzazione del greco ἐρημίτης (erēmitēs), “del deserto”, perciò “abitante del deserto”, la cui sua storia si perde nella notte dei tempi.

Nella tradizione cristiana, per esempio, la figura dell’eremita assume un severissimo valore spirituale in quanto assolutamente votata a Dio, attraverso la penitenza, la preghiera  e uno stile di vita povero ed essenziale.

Nella Storia di monaci siri, scritta da Teodoreto, vescovo di Cirro nel 425 d.C., possiamo leggere una classificazione quasi antropologica di questi personaggi, distinti in “ipetri” o “reclusi”, ovvero coloro che, estremizzando il tema della casa e del riparo, sceglievano di vivere sempre all’aperto (e con sempre si intende in qualsiasi condizione climatica, al punto da venir completamente sepolti dopo tre giorni di nevicate, come il “grande Giacomo” che venne poi salvato da un provvidenziale “uomo comune” armato di pala), oppure tappati in qualche fetido buco, come il “meraviglioso Zenone” che si calò in una tomba per vivere il resto dei suoi giorni sulla nuda terra.

Alla categoria dei “reclusi” appartenevano anche coloro che decidevano di mortificare il movimento, come gli stiliti che sceglievano di vivere sopra alte colonne per essere più vicini a Dio, oppure gli stazionari, che invece si condannavano a vivere sempre in piedi, magari addirittura legandosi ad una catena di ferro, o gli anacoreti d’epoca medioevale, che si muravano letteralmente in microscopiche stanze affiancate ad una Chiesa e dotate di due feritoie, una per seguire le funzioni e l’altra per ricevere le offerte (minime) necessarie al sostentamento.

Teodoreto infatti ci racconta anche la dieta di questi eremiti: «lattughe, cicorie, prezzemolo e altre erbe siffatte», «quindici fichi secchi» per sette settimane, «ceci e fave bagnate con acqua», «una libbra di pane [300 g ca.] divisa in quattro parti e distribuita in quattro giorni».

Fa un po’ ridere, sapete, leggere di questi  embrioni di monachesimo e credo che la maggioranza dei lettori moderni si divida tra il sorriso e l’incredulità verso certi comportamenti quasi caricaturali, dagli evidenti risvolti psicopatologici,  quasi questi eremiti fossero eternamente impegnati in una sorta di olimpiade della mortificazione.

Fa impressione notare come la disciplina ferocissima di questi masochisti ante litteram, sicuramente ingigantita dall’apologetica, gli imponesse di rivolgere contro se stessi l’intero disappunto di un mondo intero, sopprimendo i bisogni fondamentali dell’uomo, come il sonno, il movimento o la fame per avvicinarsi alla dimensione divina.

Una domanda, tuttavia, sorge spontanea: gli eremiti esistono ancora? Come fanno a vivere unicamente di loro stessi in questo mondo “social”, dove le transumanze polirelazionali sono quasi in un diktat e la digitalizzazione ci permette (o ci impone?) di comunicare in ogni momento ed in ogni luogo?

In una sua indagine il sociologo Isacco Turina, docente a Bologna, ne ha contati circa duecento solo in Italia, uomini e donne, età media cinquantasei anni.

Nel 2007 Sean Penn, nel suo film Into The Wild, ha portato sul grande schermo la storia di Chris McCandless, giovane americano disgustato dal mondo e intossicato dalla letteratura radicale di London, Thoreau e Tolstoj, pronto a raggiungere la desolata tundra inuit per liberarsi «dalla sicurezza, dal conformismo, dal tradizionalismo, tutte cose che sembrano assicurare la pace dello spirito, ma in realtà per l’animo avventuroso di un uomo non esiste nulla di più devastante di un futuro certo».

Trovò la morte dopo 112 giorni trascorsi dentro un autobus abbandonato nei boschi, a causa di alcune piante velenose di cui si era nutrito e di una certa arrogante presupponenza, annotando un preciso diario d’agonia tra le pagine dei suoi autori preferiti.

Il distacco di Chris fu radicale e totale, esattamente come il tragico epilogo della sua storia, ma attualmente, al mondo, esistono storie di romitaggio molto diverse dalla sua.

Parliamo per esempio di Gisbert Lippelt, ex ufficiale di marina che vive in una grotta nell’isola di Filicudi, nelle Eolie. Non credo che nel suo caso ci sia stata una vocazione mistica o un rifiuto verticale, ma soltanto la solida, tranquilla volontà di vivere una “low cost life” davanti ad un panorama mozzafiato. Gisbert si lava con l’acqua piovana e le foglie e ha un viso bellissimo, conosce gli abitanti ed è diventato un esperto dell’archeologia isolana.

C’è Mario Dumini, che vive in una grotta nelle campagne di Tivoli arredata con mobili recuperati dalla discarica. Si lava nel ruscello e trascorre le giornate in profonda meditazione, nutrendosi unicamente di ciò che la terra decide di donargli. Talvolta, quando la questura glielo permette, si reca a Roma per appendere in giro alcuni cartelli “di protesta” da lui personalmente inventati e scritti.

Sue Woodcock, invece, inglese delusa dal mondo moderno e dalla politica, si è ritirata in una casetta di pietra tra le colline dello Yorkshire, vivendo senza acqua né elettricità tra i suoi amici animali, in completa libertà.

 

Leggendo le varie storie, peraltro magistralmente raccontate dalle immagini di Carlo Bevilacqua nel suo progetto Into the silence, sembrerebbe quasi che queste esperienze di romitaggio moderno siano più spesso motivate da un sereno bisogno di solitudine e distacco da questo “nuovo” mondo roboante e velocissimo, piuttosto che dal misticismo o dalla spiritualità più fervente.

Tuttavia, noi “uomini e donne civilizzati”, consideriamo asociali tutti coloro che, pur garbatamente, rifiutano la modernità tanto faticosamente raggiunta per ritornare alla semplicità delle origini, quasi compiendo, secondo noi, una sorta di involuzione biologica.

Ma non è forse vero che una persona che si allontana da tutto e va a vivere sulla cima di una montagna diventa effettivamente più visibile di tutto l’anonimo marasma umano che popola le nostre rumorose metropoli?

 

 

Fotografie da Into the Silence di Carlo Bevilacqua

Francesca Delcarro

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