Quando raggiungere l’Italia era più facile


Negli ultimi articoli su Pequod abbiamo parlato molto dell’attuale sistema dell’accoglienza in Italia, intervistando chi nel nostro Paese è arrivato da poco e analizzando gli effetti dell’ultimo Decreto Sicurezza sulle politiche di integrazione. Ma com’era l’accoglienza dei migranti in passato? Come si arrivava in Italia in cerca di lavoro quando ancora non si parlava di “crisi migratoria”? Ne abbiamo parlato con Rosemary, 69 anni, senegalese arrivata in Italia negli anni ‘70 per seguire il marito italiano, e Deme, 40 anni, emigrato anche lui dal Senegal nei primi anni 2000.

Rosemary racconta di come all’epoca la migrazione fosse un fenomeno completamente diverso, in quanto ottenere un visto per l’Italia era ancora piuttosto semplice e il lavoro non mancava. Grazie al cambio conveniente, inoltre, «gli africani potevano costruirsi una casa al paese d’origine anche solo facendo i venditori ambulanti», mentre ora non è più così. Tuttavia, Rosemary precisa che non era tutto rose e fiori nemmeno in passato e che si è dovuta scontrare con la diffidenza che il suo matrimonio misto suscitava: «Quando sono arrivata io, ero la prima africana del paese e per di più sposata con un bianco, che era una vera rarità!». I pregiudizi nei confronti delle donne nere, infatti, non mancavano e Rosemary se lo ricorda bene: «Nei miei primi anni qui mi capitava che quando camminavo per rientrare a casa verso il tardo pomeriggio, c’erano uomini che mi accostavano con l’auto, dando per scontato che mi prostituissi».

Anche Deme sottolinea come vent’anni fa fosse molto più semplice di adesso trovare lavoro, ma, rispetto agli anni ‘70, ottenere dei documenti era già diventato molto più complicato e bisognava trovare delle strade “alternative”: «Quasi sicuramente trovavi un lavoro in nero, qualcuno ti prestava i suoi documenti, andavi alle cooperative e trovavi lavoro subito». Deme ricorda come fosse fondamentale il sostegno da parte della comunità di africani: i nuovi arrivati venivano accolti e ospitati da altri immigrati che poi li aiutavano a trovare un lavoro: «Dopo un mese di stipendio che rimaneva a te, iniziavi a contribuire alle spese della casa. Poi dal posto letto ti pigliavi una stanza, poi una casa in affitto. Era come una piccola comunità».

Deme (nome di fantasia) ha preferito non farsi ritrarre per evitare di essere riconosciuto.

Anche Rosemary concorda: «Vedrai sempre africani che si aggregano tra loro; superiamo insieme le difficoltà: dalla ricerca del lavoro, in cui saremo sempre la seconda scelta rispetto a un occidentale, all’aiutare chi di noi si ritrova senza documenti, magari dopo anni di presenza sul territorio». Questo spirito comunitario non si riscontra invece tra gli italiani, come ricorda con tristezza Rosemary, per cui lo scoglio più difficile da superare è stato proprio il loro atteggiamento freddo e individualista, ben diverso da quello senegalese a cui era abituata. A questo si aggiungevano le difficoltà linguistiche, che generavano a volte delle situazioni tragicomiche: «Mia suocera mi disse che per far brillare la cucina ci voleva “olio di gomito” e io girai tutti i negozi del paese per cercarlo, senza che nessuno si fermasse a spiegarmi che era un modo di dire».

Nei confronti dell’attuale sistema dell’accoglienza in Italia, Deme si dice piuttosto critico: «Da quello che vedo penso che ci sia troppa propaganda. (…) Dicono le parole, ma (…) i fatti non ci sono». Anche Rosemary, pur riconoscendo l’importanza di un sistema di accoglienza che all’epoca del suo arrivo era invece del tutto assente, nutre delle perplessità sulla situazione attuale, in particolare riguardo all’assenza di opportunità di crescita per i migranti: «Trovare un lavoro era d’obbligo negli anni ’80 se non si voleva diventare clandestini, mentre è quasi impossibile per questi ragazzi chiusi nei centri».

Tante cose sono cambiate rispetto al passato per i migranti che cercano di arrivare in Europa, ma il loro desiderio di scoperta e la voglia di riscatto sono ancora gli stessi di allora. Proprio per questo motivo sarebbe opportuno per noi europei tenere a mente le parole di Deme: «Quando uno parte (…) dal continente Africa per venire qua in Europa, lo fa per vedere con i suoi occhi, per capire e comprendere queste “altre realtà” che prima ha sempre solo sentito raccontare. Partendo da quella realtà africana, si porta dietro tutta la strada che ha fatto per arrivare fino a qua. Non è una strada proprio facile». No, non lo è per niente.

 

Articolo redatto da Lucia Ghezzi. Interviste a cura di Sara Alberti e Sara Ferrari.

Su richiesta dell’intervistato, è stato utilizzato il nome di fantasia “Deme” per proteggerne l’anonimato.

In copertina: foto di Antonello Mangano (CC BY-NC-SA 2.0).


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