Un esperimento di narrazione transmediale: il caso B.O.A.


Bordello Occupato Autogestito, in sintesi, uno spazio liberato, occupato e autonomizzato. Al suo interno si proponeva un’attività di sex working, con un approccio ludico della libertà di espressione e costruzione del conoscere se stessi.

Dove? Nessuno sa dove sia B.O.A., eppure qualcuno sostiene di esserci stato!

In realtà, B.O.A. non esiste né mai è esistito, se non nella realtà virtuale. È stato spacciato come posto fisico che proponeva eventi e attività, come fosse uno stabile in cui si ritrovavano i membri di questo collettivo, ma di fatto si trattava di un progetto concettuale, la cui unica tangibilità stava nelle locandine proposte da B.O.A. stesso.

Ho chiacchierato con la mente di questo processo comunicativo (in anonimato su sua richiesta n.d.r.), che mi ha spiegato dell’ esistenza/non-esistenza di B.O.A. su due linee di costruzione: un progetto di tesi di laurea e un esperimento comunicativo per tentare di verificare l’efficacia della narrazione transmediale. Quindi un modo di portare concetti e narrazioni in maniera scomposta su vari media.

Nell’ottica della costruzione di B.O.A. è stato deciso di convergere verso un modello propositivo, non rigidamente costituito ma aperto alle idee e alle proposte di chi si sarebbe avvicinato con interesse. Cosa è successo concretamente?

Innanzitutto, B.O.A. ha messo in evidenza il fatto che il mercato del sesso a pagamento ha un target forte anche in contesti particolari e connotati politicamente. La divulgazione delle sue iniziative ha attirato chi «voleva scopare»: questo modello politico ha raggiunto proprio quella tipologia di persone che volevano sperimentare, indagando, la propria sessualità.

Da subito sono state messe in chiaro le regole di B.O.A.: spazio liberato da sessismo, razzismo, fascismo, con l’intento di uscire dal sistema in cui viviamo. Il progetto aveva due obiettivi paralleli e della stessa importanza: un obiettivo scientifico, dimostrando che questo tipo di comunicazione funziona, e un obiettivo politico, per convincere gli utenti di questo tipo di istanze e rivendicazioni.

I risultati, però, si sono scostati dalle aspettative: l’esperimento ha infatti dimostrato che questo tipo di narrazione, se utilizzato in modo incauto e senza calcolarne bene i rischi, può essere un’arma a doppio taglio. Sembra che siano stati commessi degli errori gravi sia nella costruzione sia nella comunicazione e il linguaggio si è ritorto contro dal punto di vista emotivo, a causa della scelta di un tema politico e non di qualcosa di più frivolo.

Nella narrativa transmediale è il lettore che deve collegare tutti i pezzi, tutte le informazioni che fanno riferimento a un macroargomento e ricostruire il messaggio. Ciò crea curiosità intorno all’oggetto comunicativo, alimentando un meccanismo di mistero, di «erotismo dell’informazione»: lasciare qualcosa di piccolo che non si sa bene cosa sia. Da qui il lettore è portato alla ricerca del messaggio precedente e di quello successivo, quindi alla scoperta di nuove informazioni. È proprio questo mistero che tiene in piedi il meccanismo comunicativo pubblicitario, alimentandone la diffusione.

È stato scelto questo tema, detto brutalmente, perché aveva una valenza «utilitaristica»: sui temi controversi è facile alzare polveroni, fomentati da pareri differenti e da contrasti che si autoalimentano. Esistono un’infinità di posizioni diverse sul tema del Sex Working, anche molto pensate. L’idea è stata quella di partire da un tema importante, che ha a che fare con un certo tipo di rivendicazioni di libertà, di diritti che dovrebbero essere in qualche modo universali: innanzitutto il diritto alla libera scelta riguardo il proprio corpo e la propria vita, che si declina anche come diritto al lavoro e alla libera scelta della propria professione.

Il problema è la condizione in cui versa, almeno in Italia, questo tipo di non-lavoro, spesso ostracizzato e incriminato. Tutt’oggi molto dibattuta è la questione etica, che nel nostro paese risente di una morale di matrice cattolica ancora molto potente e comporta una stigmatizzazione dei rapporti sessuali a pagamento come di tutte quelle abitudini sessuali che si discostano dalla monogamia etero orientata.

Di per sé, la legge italiana non è particolarmente criminalizzante: è lecito lo scambio di prestazioni sessuali per denaro, tanto che è prevista una forma di tutela dei sex workers nella misura in cui il cliente che si rifiuti di dare il compenso pattuito può essere condannato per violenza sessuale. Tuttavia, lo svolgimento pratico di questo lavoro è circondato da una muraglia di regole, norme, scappatoie e zone grigie.

Dal punto di vista procedurale, l’esperienza di B.O.A. ha dimostrato come questo tipo di comunicazione sia pericolosa. La sua deflagrazione può facilmente danneggiare le persone vicine a chi la utilizza, in particolare chi sfrutta i medesimi canali per raggiungere un target poco dissimile. Tuttavia, dimostrare la pericolosità del meccanismo è quel tipo di effetto collaterale che costringe quanti ne sono rimasti scottati a riflettere sulla forza e le implicazioni che un processo comunicativo può avere.

Un’arma, questo tipo di comunicazione particolarmente violenta, che può produrre dei risultati molto d’impatto.

Ph. credits: F.D., tutti i diritti riservati

Sara Alberti

Nata sulle colline bergamasche nel 1989, percuoto dall’età di otto anni, quando ho iniziato a studiare batteria e percussioni da orchestra nel Corpo Musicale Pietro Pelliccioli di Ranica (W la banda!). Dopo essermi barcamenata tra le varie arti, la Musica ha avuto la meglio e mi è valsa una laurea in Musicologia. Profondamente affascinata dal vecchio e dall’antico, continuo a danzare e suonare nella Compagnia per la ricerca e le tradizioni popolari “Gli Zanni” e per il mio grande amore balcanico Caravan Orkestar. Su questa nave di pirati sono la responsabile della sezione Nuove Premesse, della cambusa e della rubrica musicale.
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