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Una visita a The Visitors

All’Hangar Bicocca giovedì 5 dicembre torna la mostra The Visitors di R.Kjartansson. Una grande installazione video: nove schermi proiettano in un unico piano sequenza le immagini di sette musicisti che suonano individualmente una canzone eseguendola per 64 minuti.

Avendo modo di visitarla mi sono ritrovata a pensare: la poesia esiste ancora? Sì. Ma forse nella nostra società multi-tutto la poesia non può essere costituita solo di versi, parole accuratamente selezionate in un universo. Ha bisogno di qualcosa di più. Ha bisogno dell’immagine e del suono. Non perché non sarebbe abbastanza ma perché ci siamo abituati bene, vogliamo il meglio, richiediamo quasi sempre opere totali.

In The Visitor accade proprio questo: la totalità di perfezione data dall’equilibrio tra parola musica e immagine. Ragnar Kjartansson parte da una poesia “Feminine Way” scritta dalla sua ex moglie:

A pink rose
In the glittery frost
A diamond heart
And the orange red fire

Once again I fall into
My feminine ways

You protect the world from me
As if I’m the only one who’s cruel
You’ve taken me
To the bitter end

Once again I fall into
 My feminine ways

There are stars exploding
And there is nothing you can do

Ásdís Sif Gunnarsdóttir

e la  visualizza, ambientandola in una residenza ottocentesca di Rokeby, nella quale riunisce una serie di amici. È molto fortunato perché tra di loro ci sono artisti nordeuropei di bravura indiscutibile come ad esempio Kjartan Sveinsson (ex Sigur Rós) e quindi dà al testo una colonna sonora straordinariamente emozionante.

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Lo spettatore all’inizio rimarrà disorientato, ma dopo pochi minuti verrà accolto in questa casa e, come girovagando da una stanza all’altra, dalla biblioteca al bagno (dove Kjartansson immerso nella vasca suona e canta) potrà godere delle singole interpretazioni del brano, per poi ricollocarsi al centro dello spazio buio per sentire e vedere l’opera nel suo complesso.

Scomposizione e ricomposizione sono alcuni dei temi che l’artista propone come spunti di riflessione, assieme al concetto di ripetizione: le parole e il motivo musicale della canzone sono ripetuti così tante volte che quando si esce dalla mostra si ha per le mani -o meglio nella testa- un dono di ringraziamento per essere passati a far visita: “oonce again.. fall intoooo, my feminine way”.

Non rimane che desiderare di entrare a scoprire cosa accade in questa sala dell’Hangar Bicocca, concedetevi un’ora per godere di pura poesia contemporanea, l’autore e la galleria ve ne offrono nuovamente la possibilità a partire dal 5 dicembre (repetita iuvant).

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Anatomia di un istante

Nella scena letteraria spagnola degli ultimi anni è in corso un grande ritorno di fiamma del romanzo storico. Nonostante la durissima crisi economica, o forse proprio in virtù di questa, gli scrittori spagnoli hanno cominciato a volgere lo sguardo verso il passato, a indagare le tappe della loro storia novecentesca, quasi a voler ripercorrere la strada che ha portato alla drammatica situazione attuale.
Pur con approcci diversi, scrittori come Almudena Grandes, Ildefonso Falcones, Javier Marìas, Carlos Ruiz Zafòn, Javier Cercas hanno ambientato i loro recenti romanzi durante la guerra civile spagnola, sotto il franchismo e nel momento del passaggio dalla dittatura alla democrazia, cercando di indagare l’animo della generazione dei loro padri, la generazione nata e cresciuta sotto il franchismo.
Punta di diamante di questa new wave del romanzo storico è proprio Javier Cercas, docente di letteratura spagnola presso l’Università di Gerona, saggista, romanziere e collaboratore di El Paìs. Raggiunto il successo mondiale nel 2001 con Soldati di Salamina, romanzo ambientato durante la guerra civile spagnola, Cercas è tornato a far parlare di se nel 2010, con la pubblicazione del romanzo/saggio Anatomia di un istante (Guanda, 2010).
Lo scrittore spagnolo questa volta ha messo la lente d’ingrandimento sul tentato golpe avvenuto in Spagna nel 1981. Il 23 febbraio di quell’anno infatti, in piena transizione dalla dittatura franchista alla democrazia parlamentare (Franco era morto nel 1975 e nei 6 anni successivi si erano succeduti una serie di governi centristi presieduti dal cattolico Suaréz, che faticosamente stavano riformando lo stato franchista), un drappello di soldati guidati dal colonnello Tejero entrava nel parlamento e, sparando in aria, dava il via ad un golpe preparato di comune accordo con le massime cariche militari. Il piano non andò in porto, a causa della disorganizzazione dell’esercito e soprattutto grazie all’opposizione del giovane Re Juan Carlos, e una grossa fetta dei militari fu arrestata nei giorni seguenti.
Partendo dalle immagini della sparatoria in parlamento che fecero il giro del mondo, Cercas ha costruito un’opera anomala, a metà tra il saggio storico, il romanzo e l’inchiesta giornalistica, che, come suggerisce il titolo, punta a operare un anatomia totale di quell’evento, esaminando il punto di vista di tutti i protagonisti della vicenda, sviscerando i diversi piani golpisti all’interno dell’esercito, le ambiguità dei parlamentari, la faziosità dei media, la passività delle masse e il ruolo preponderante del Caso.
Così facendo lo scrittore spagnolo fa emergere tutto il non-senso della Storia con la S maiuscola, descritta come una anarchica successione di eventi, di intenzioni di singoli individui e di coincidenze che procede senza alcuna direzione e senza nessuno schema e, alla cui ombra, anche i concetti di Bene e Male sfumano. Un libro dal rigore metodologico unico e dalla innegabile potenza persuasiva, al cui cospetto, molti saggi di storia contemporanei impallidiscono.
Anatomia di un istante è dunque uno dei lavori storici più interessanti e originali apparsi negli ultimi vent’anni, un libro che, inoltre, dimostra, ancora una volta, la vivacissima scena culturale e letteraria spagnola, capace di riflettere su se stessa e contemporaneamente di essere apprezzata all’estero senza risultare provinciale. Una vivacità culturale che, osservato dal deserto italiano contemporaneo, risulta molto invidiabile.

Una bella Rivoluzione

Storghè
Spaccare l’insonnia
a furia di carezze
[Pels]
Otto sono i modi di dire amore in greco antico. Otto sono i foglietti che compaiono in questo caldo pomeriggio di fine agosto su ogni panchina del parco di Porta Venezia. E otto sono i punti in cui Milano è stata colpita da questi piccoli A5 appiccicati con lo scotch. Otto foglietti per otto brevi componimenti poetici per le otto parole d’“amore” elleniche.
La coincidenza numerica con il numero otto però finisce qui.Il giorno è il 28 di agosto, i gradi sono 32, come i denti del sorriso aperto dell’autrice di questa isolata ma efficace performance poetica quando ci presentiamo. Lei è Francesca Pelosi, in arte Francesca Pels, poetessa che definire in erba sarebbe quantomeno azzardato.
All’attivo ha già un numero imprecisato di scritti brevi, un progetto che prevede una raccolta di novantadue componimenti, uno per ogni anno del novecento che non ha vissuto e la realizzazione di varie iniziative che promuovono la poesia di strada.
Appena terminato il primo anno di Lettere alla Statale di Milano Francesca, nel presentare i suoi progetti, è vigorosa e disordinata come un fiume in piena che sta per sfondare gli argini. E ancor più dei bellissimi scritti che pendono dalle panchine, colpisce questo suo continuo eruttare idee e progetti, lava e lapilli che rapiscono la fantasia e l’immaginazione dei suoi ascoltatori.
L’elenco delle prestazioni già compiute o in progetto è lungo.
Si parte da Trasporti poetici e subito, Pels finisce su Repubblica.it, sito da cui campeggiano le foto dei vari scritti appesi sulla linea gialla della metropolitana: «Finire su La Repubblica così, subito dopo la prima diffusione poetica, è stata una bella sorpresa» conferma la stessa autrice, che chiarisce subito uno dei punti fondanti del suo essere poetessa. «È stata per me come un’approvazione, il consenso a quanto avevo fatto e soprattutto la conferma dell’idea alla base del mio operare: non può esistere poesia senza uomo né uomo senza poesia».
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Si passa poi a parlare delle multe poetiche, che Francesca vorrebbe diffondere «per riflettere sul doppio senso –appunto– della parola “senso”: olfatto, udito, vista, i sensi toccati, contaminati dal traffico e il senso, come significato, riflessione sul senso civico di chi vive la città nella totale noncuranza degli altri e, in fin dei conti, di se stesso».
Tutta questa sua dinamicità Pels la mette anche nell’immaginare il suo futuro, da costruire interamente come poetessa, o almeno come artista. L’idea di «mangiare di quel che si scrive» è già stata scartata dalla sue ipotesi. O quantomeno è ben consapevole del fatto che se vorrà farlo non potrà realizzare i suoi sogni nella maniera classica, nello scrivere e trovare un editore che le assicurerà pubblicazioni nel corso degli anni.
Non per questo però si scoraggia, anzi, paradossalmente questa situazione la stimola e la esalta a salpare verso nuove mete e verso nuovi progetti. Parla della ricerca di nuovi mezzi per pubblicare la sua futura raccolta, parlando dell’idea di libro come di un concetto romantico, ma di difficile realizzazione e comunque superato. Intravede grandi possibilità nella poesia di strada, nell’idea di portare il bello alla portata di tutti, di infrangere le pareti della torre d’avorio dove spesso la cultura si rifugia e di farla invece camminare per la strada in mezzo a ignari passanti che altrimenti, chissà, non la incontrerebbero mai.
Prima di salutarci ci lascia con una frase che riassume il suo punto di vista: «Siccome un’opera non esiste se viene scritta ma non letta, penso che la poesia debba cercare di ritornare al passo coi tempi; rinnovarsi nei contenuti e nei contenitori, affinché nessuno possa più vagheggiare che la poesia è morta. Morta? È viva, non può essere altrimenti!».  Citando un suo professore, Francesca ripete spesso che «l’arte deve conformarsi al mondo, e non viceversa».  Con “arte” si spazia dalla fotografia alla lettura espressiva, passando per la poesia e il video; insomma, qui si parla di una forza più grande, superiore, si parla del Bello. E si sa, il bello, quando viene messo in circolo è una forza difficile da arrestare.
E allora chissà che in un paese e in una città in cui sembra che le brutture e l’apatia non debbano finire mai, otto pezzetti di carta, all’apparenza insignificante, non possano contribuire a essere l’inizio di una Rivoluzione. Una Rivoluzione gentile, niente nemici, niente lotte, niente odio. Solamente una forza messa in circolo da musica, colori, fotografie, scritti, canti, sorrisi, strette di mano, risate e chiacchiere con degli sconosciuti su una metro.
Una cosa semplice da realizzare e replicare, il Bello.
Aguzzare la vista e le orecchie: guardate sui muri, ascoltate le strade, lasciatevi incantare dalla bellezza di certe immagini, sorridete e chiacchierate con gente conosciuta un minuto prima.
La Rivoluzione del Bello è iniziata!

Lo spreco alimentare: altra colpevolezza dei Paesi Sviluppati

Nonostante sia il fallimento del mercato e delle politiche occidentali, oltre che una questione etica e sociale, lo spreco alimentare è un argomento sottostimato, se non addirittura ignorato. Per sensibilizzare l’opinione pubblica, il 2010 è stato nominato Anno europeo contro lo spreco alimentare, mentre il 2013 anno dello Spreco Zero.

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L’iniziativa, appoggiata e sostenuta dal Parlamento europeo, è stata promossa da Last Minute Market, spin off dell’Università di Bologna – fondato da Andrea Segrè, direttore del dipartimento di scienze e tecnologie agro-alimentari dell’ateneo bolognese  – che si prefigge come obiettivo il recupero sostenibile e solidale degli sprechi alimentari, ridistribuendo a onlus ed enti caritatevoli merci invendute sul limite della scadenza e pasti non consumati in mense pubbliche e private.

Nel corso del Vertice mondiale sull’alimentazione del 2009 indetto dalla FAO si stabilì di aumentare la produzione agricola del 70% entro il 2050 in modo da poter sfamare i 2,3 miliardi in più di persone. Sarebbe però sconsiderato puntare sull’agricoltura per risolvere il problema della fame senza trovare alcuna alternativa all’inefficienza della filiera agroalimentare. I dati FAO sulla disponibilità degli alimenti sottolineano, difatti, come la produzione agricola mondiale potrebbe nutrire abbondantemente 12 miliardi di esseri umani[1], il doppio della popolazione attuale.

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Gli sprechi sorgono numerosi in tutta la filiera, ma produzione e consumo sono gli anelli in cui lo spreco è maggiore.

Per quanto riguarda lo spreco dei campi, nel 2009 circa il 3% della produzione agricola è rimasta nei terreni, ovvero pressappoco 17.700.568 tonnellate di prodotto agricolo[2]
Le motivazioni dello scarto sono di tre diverse tipologie: estetiche, per le quali bisogna eliminare i prodotti brutti, per esempio rovinati dalla grandine; commerciali, che implicano il rifiuto di quei prodotti fuori pezzatura; e, infine, di mercato: se al contadino è liquidato un costo inferiore a quello della raccolta, a lui conviene lasciare marcire i frutti nei campi.

Ma che fine fanno questi scarti? La stragrande maggioranza è destinata alla distillazione per la produzione di alcol etilico, al compostaggio e biodegradazione, e all’alimentazione animale. Abbiamo dunque uno spreco nutrizionale degli alimenti in quanto il prodotto alimentare è destinato a un uso differente dall’alimentazione umana.

La situazione peggiora quando arriviamo all’ultimo anello della filiera: noi consumatori. Secondo i dati diffusi da ADOC, le famiglie italiane sprecano solitamente il 17% del prodotto ortofrutticolo acquistato e il 35% di latte, uova, carne e formaggi. Impressionante è, infine, sapere come il cibo che più frequentemente raggiunge intatto le spazzature italiane sia il pane: mentre una volta questo prodotto aveva una valenza sociale significativa, tempi in cui i nostri nonni lo riciclavano in zuppe e insalate, oggi pare non esista più il tabù del pane buttato.

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Complessivamente, in Italia, ogni anno si spreca cibo per un valore di 39 miliardi di euro, quasi il doppio del valore complessivo dell’Imu pagato nel 2012.[3] Come mai in un periodo di così forte crisi finanziaria ci si possono permettere tali negligenze? Alla base di questi sprechi ci sono numerose disattenzioni che portano il consumatore ad acquistare una quantità di prodotti superiore al necessario. In realtà queste noncuranze sono frutto di studiate strategie di commercio: quando il mercato è saturo, trova come unica soluzione di sopravvivenza quella di farci consumare il più possibile. Dunque lo spreco non è episodico, ma sistematico e si basa sulla diffusione dell’idea che il benessere si esprima a livello di quantità di consumo (invece che considerare la produzioni di rifiuti un indice di arretratezza). Il suo vero perno è il prezzo, in quanto deve essere sufficientemente basso perché il consumatore sia invogliato ad abusare del cibo e a sprecarlo senza rimorsi.

Trovare soluzioni per ridurre gli sprechi alimentari è dunque un dovere dei cittadini occidentali e, soprattutto, una problematica che non può più essere ignorata: entro il 2025 si prevede che il 50% della popolazione mondiale andrà ad abitare in aree urbane e ciò significherà una maggior distanza fisica e psicologica tra il produttore e il consumatore. L’attitudine allo sperpero deve essere combattuta con una maggior divulgazione di consapevolezza alimentare e biologica, con particolare riguardo a ciò che il consumatore può fare nel suo piccolo. L’«intelligenza biologica» – come ama definirla Segrè – deve aiutare il consumatore a scardinarsi dall’attuale sistema economico per riavvicinarlo a un’economia domestica e modernizzata, permettendo al consumatore di riappropriarsi del ruolo di individuo attivo della società.

Cosa iniziare a fare di concreto? Gas – Gruppi di Acquisto Solidale, che si basano sul principio della spesa etica.

[1] Il libro nero dello spreco in Italia: il cibo, a c. di A. Segrè e L. Falasconi, Milano, Edizioni Ambiente, 2011, p. 47.

[2] Ancora Il libro nero dello spreco in Italia, p. 59.

[3] Il cibo buttato vale due IMU, A.Gavazzi, «GENTE»,05/03/13.

Il teatro a scuola: la parola agli studenti del liceo “Amaldi” Intervista agli studenti del liceo “Amaldi” sul teatro a scuola

Anche quest’anno Pequod torna a parlare del laboratorio teatrale proposto agli studenti del liceo “Edoardo Amaldi” di Alzano Lombardo (BG). Nostalgia canaglia? No, anzi: «Bisogna puntare sempre più in alto, –   ci ricorda Enrica Manni, docente responsabile dell’attività – altrimenti muoiono i progetti e l’entusiasmo di portarli avanti».

E così negli ultimi giorni di scuola, nell’attesa delle vacanze e delle pagelle, un pullman carico di ragazzi parte per le Marche, destinazione Potenza Picena (MC), per allestire uno spettacolo nella splendida Villa Buonaccorsi, residenza nobiliare del XVIII secolo incorniciata da un giardino all’italiana che incanta con i giochi d’acqua e le siepi geometriche.

In TeatralIstanze i ragazzi, affiancati dal Teatro a Canone e dal Teatro Tascabile di Bergamo, hanno animato gli spazi della villa rivisitando i testi studiati in classe (dalle Operette morali a La trilogia della villeggiatura, passando per i classici latini) per parlare dell’abito come habitus/abitudine/identità e del Settecento, secolo di vezzi mondani ma anche di rivoluzioni culturali nate nei salotti letterari, tra una cioccolata e due chiacchiere.

 

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Questo non è che l’esito di un percorso che parte dal liceo bergamasco: ripercorriamolo con Elisabetta Fassi, Francesca Zanchi, Luca Bertoncini e Nadia Amrani, quattro ragazzi che hanno partecipato al laboratorio e allo spettacolo.

Cosa ne pensi di questo lavoro “su due fronti”, in parte svolto in aula e in parte con gli strumenti del teatro?

Elisabetta: «Le lezioni in aula e gli incontri di teatro hanno richiesto la capacità di mettersi in gioco e di collaborare».

Francesca: «L’ho trovato innovativo e personalmente mi è stato molto utile anche per interiorizzare e capire più a fondo argomenti che, se affrontati solo in classe, possono risultare noiosi».

 

Dall’aula scolastica alla scena, però, il passo è grande. Il teatro richiede una grande disponibilità: disponibilità all’ascolto di sé e degli altri, disponibilità a mettere in gioco le proprie emozioni e i propri pensieri, le possibilità del corpo.

Quali aspettative e perché no, paure, avevi al primo incontro del laboratorio? Nel tempo com’è cambiato il tuo approccio?

Elisabetta: «Ero molto agitata perché per me era tutto nuovo, ma capiti i ritmi di lavoro mi sono trovata a mio agio anche con gli attori del Teatro a Canone, con cui ho instaurato un bel rapporto».

Francesca: «Al primo incontro mi sentivo un po’ spaesata, ma poi la timidezza è svanita».

Luca: «Anche quest’anno i primi incontri sono stati “ingessati”, ma andando avanti ho acquisito più sicurezza e spontaneità».

Nadia: «Alla prima lezione mi sono sentita a disagio perché ognuno di noi era al centro dell’attenzione. Ho iniziato a rilassarmi il primo pomeriggio, quando il gruppo era ristretto ai soli interessati. Pian piano ho capito che gli attori che ci guidavano, in fondo, non sono rigidi come temevo».

E dall’aula magna alla villa marchigiana il cambiamento è stato radicale: le prove pre-spettacolo hanno trasformato la gita scolastica in occasione di formazione, grazie all’apporto significativo del Tascabile nella direzione delle scene, e di condivisione dei tempi di lavoro e di svago tra ragazzi e professionisti.

 

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La vostra è stata una gita insolita, ufficialmente uno ‘spettacolo in trasferta’: siete stati pure una ripresi da una troupe di professionisti! Cosa vi ha colpito di questo lavoro intensivo?

Elisabetta: «È stata una delle esperienze più belle che abbia mai vissuto! In quei giorni ci siamo sentiti parte di una compagnia teatrale, avevamo quasi la stessa agenda dei professionisti. I ritmi lavorativi che sostengono sono impegnativi, eppure hanno ritagliato del tempo per dialogare con noi e renderci più partecipi».

Francesca: «Semplicemente fantastico. Un’esperienza che rifarei e che consiglio a tutti. Credo che la trasferta abbia anche aiutato noi “piccoli attori” a essere più uniti. Le prove con “veri attori” delle volte sono state faticose, ma loro mi hanno fatta sentire a mio agio… sono rimasta affascinata da questi attori così pacati e pazienti nello spiegarci le cose; talvolta si scherzava».

Luca: «Certo la tensione non è stata poca… ma l’idea è stata quella di divertirsi affrontando seriamente l’impegno preso. Durante le prove ho notato che divisi in gruppi abbiamo lavorato in modo più efficiente. Mi ha colpito il modo di lavorare del TTB, in particolare la cura dei dettagli e di ogni piccolo movimento del corpo… comprese le dita delle mani».

Nadia: «Questa gita è stata una figata! Sembra banale, ma mi sono sentita una persona importante. E poi ho conosciuto gente nuova. Mentre attendevamo il segnale di inizio spettacolo, noi ragazzi eravamo agitatissimi. Ho iniziato a parlare anche con le persone che non conoscevo e insieme ci facevamo forza».

 

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Nei laboratori teatrali all’Amaldi sembra ripetersi un piccolo miracolo: il passaggio dall’istruzione alla comunicazione, che non significa autogestione dell’attività o rifiuto degli adulti-esperti, ma costruire insieme qualcosa che valorizzi l’esperienza scolastica, un progetto in cui alunni e insegnanti possano esprimere qualcosa in più del loro ruolo. Questo vale anche per chi sta dietro la cattedra: «Ho iniziato a vedere la professoressa con occhi diversi – dice Nadia – non era più la professoressa di italiano un po’ strana, ma anche un punto di riferimento al quale rivolgersi per qualsiasi problema».

 

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Dopo questa esperienza, cosa pensi possa offrire di più o di diverso fare teatro a scuola?

Elisabetta: «Grazie a questo laboratorio mi sono sentita apprezzata e non ho temuto il giudizio dei compagni. Il laboratorio teatrale credo possa aiutare gli studenti a scoprire potenzialità a volte inespresse e a superare la timidezza, a creare nuove amicizie, a rispettare una disciplina».

Francesca: «Credo che se uno studente, come me, sia di carattere timido, questa esperienza possa renderlo più estroverso e sicuro di sé. È anche un modo per scoprire un mondo spesso sconosciuto a noi giovani».

Luca: «Fare teatro a scuola credo offra nuove possibilità di aprirsi agli altri e in un certo senso di rilassarsi pur mantenendo alto il livello di concentrazione».

Nadia: «Con il laboratorio teatrale ho imparato che il liceo non è solo studio e libri, ma un’occasione di imparare cose nuove. Mi sono sentita più responsabile di quello che mi accade intorno e credo che questo sia molto più importante delle equazioni o deiPromessi Sposi».

Prima di lasciarli, stuzzichiamo Luca e Nadia, che avevano qualche remora sul laboratorio…

 

Allora, non siate timidi: diteci che apprezzate un po’ di più il teatro!

Luca: «Sicuramente rispetto a prima vedo il teatro in modo positivo, penso sia più interessante e intrigante».

Nadia: «Decisamente! Prima trovavo il teatro una “cosa per vecchi”, ma ora credo sia un’attività interessante anche per i giovani!»

Poesie di autostrade ed altro sull’autostop

Per uscire da Milano in direzione Bologna basta prendere la gialla fino a Rogoredo e poi con la navetta gratuita farsi portare all’Ikea di San Donato. Da lì bisogna camminare fino alla vicina entrata della tangenziale ed esporsi alla vista degli automobilisti. Si tenga presente che a un’automobile serve un po’ di spazio per fermarsi agevolmente.

Più difficile dirigersi verso Torino: metro rossa fino a QT8 e una decina di minuti di cammino costeggiando il parco Monte Stella. Da lì, solita storia: pollice alzato e cartello in bella mostra.

Per andare verso Genova conviene, da Famagosta, camminare verso nord paralleli al ponte da cui parte la A7 e piazzarsi o al semaforo o all’entrata del distributore di benzina.

Per abbandonare la città sforzesca e dirigersi verso il Veneto invece, occorre, dal capolinea della verde Cologno Nord, raggiungere il ponte che immette sulla Milano–Venezia e camminare per qualche minuto lungo l’erbetta che costeggia l’autostrada sino a raggiungere una piccola stazione di servizio. Una volta lì il gioco è fatto: «Scusi, vado verso Brescia, devo arrivare a Budapest in autostop e se riuscisse a lasciarmi qualche autogrill più in là, sarebbe più facile».

Viaggiare gratis quarant’anni dopo il tempo degli hippy è possibile e pare che i nostalgici, gli squattrinati e i cacciatori di avventure che alzano il dito siano ancora assai numerosi. Numerosi e organizzati, tanto da aver creato hitchwiki.org: una piattaforma virtuale ispirata a wikipedia (il nome stesso è una fusione dell’enciclopedia libera con il verbo inglese “to hitch-hike”, fare autostop. Il sito, di cui non esiste una versione in lingua italiana, oltre a suggerire i miglior posti dove mettersi a cercar passaggi, raccoglie consigli, testimonianze, norme di comportamento in caso di incontri ravvicinati con la polizia e in alcuni casi persino suggerimenti su dove trovare alloggio qualora la tappa in una data città dovesse rivelarsi più lunga del previsto. Si segnalano anche, quando non banali, gli accorgimenti rivolti a viaggiatrici solitarie, disabili in carrozzina e autostoppisti con cani o bambini.

Una delle più vive preoccupazioni legate a questa modalità di viaggio è quella della sicurezza. Presunte leggende metropolitane si sbizzarriscono nel dipingere ritratti di autostrade tempestate di pazzi omicidi e assetati di sesso. Esiste una letteratura in merito, così come casi più o meno celebri di tragici epiloghi (il più famoso è quello di Pippa Bacca, l’artista nipote di Piero Manzoni che nel 2008 è stata uccisa in Turchia durante la performance itinerante che la vedeva attraversare undici Paesi in abito da sposa).

Per quante se ne raccontino, non è possibile stabilire se surfare per stazioni di servizio sia più o meno pericoloso che prendere un aereo. Bisogna decidere a chi dare la propria fiducia e per quanto cinico e riduttivo possa sembrare questo concetto, non c’è molto altro da aggiungere: il bello e il brutto del viaggio in modalità beat generation è che si decide di affidarsi agli eventi e alle persone. Si sceglie di esporsi al mondo in una condizione di totale impotenza: trovarsi per puro caso al posto giusto nel momento giusto permette di apprezzare una chiacchierata con un trasportatore polacco a cavallo dei comodi sedili del suo camion, ma un simile fortuito incontro può avvenire dopo ore trascorse al freddo in una strada poco trafficata di una località sconosciuta. Un viaggio rilassato di qualche centinaia di km può concludersi in piena notte nell’ultima stazione di servizio prima dalla destinazione finale, il che significa che si devono perdere ore prima di trovare qualcuno che si fermi, accetti di dare un passaggio ed esca alla prima uscita facendo sì che si giunga davvero a destinazione.

C’è però nell’autostop un risvolto romantico che non può essere taciuto. Il bisogno di risparmiare due soldi non può essere il solo motivo che spinge centinaia di viaggiatori a cacciarsi in situazioni insolite e a farsi bollare come incoscienti: ci deve essere dell’altro. Forse quest’altro è la sensazione di vivere sentendo il tempo che passa senza poterlo in alcun modo gestire o dominare. Intraprendere un lungo viaggio a pollice alzato costringe a tuffarsi in un presente che diventa importantissimo. L’autostoppista può pensare all’arrivo ma non lo può vedere e di conseguenza si lega a quello che si trova davanti, l’unica certezza che può possedere: autostrade, stazioni di servizio, sudore, nuvole, inquinamento, monotonia.

Quando si arriva in posti come La Jonquera, prima città spagnola oltre la frontiera francese, località di pochi abitanti costruita soprattutto per gente di passaggio, con i suoi negozi di sigarette e di souvenir, con il campo da calcio e la signora che esce a far pisciare il cane in mezzo a paesaggi fatti di camion, si ha la sensazione di vivere con maggiore intensità la sete, il freddo, la gioia, la fame, il sonno.

Per parlare davvero di autostop bisognerebbe ascoltare l’abruzzese che vive a Roma e ha voglia di raccontare di sua sorella che suona l’arpa, o la gentile francese che da Montpellier va a Lione a trovare i genitori e lungo il tragitto ascolta musica trash a volume alto e fuma sigarette senza dire una parola; bisognerebbe scrivere di tutti i tasselli di viaggi di cui non rimangono che le testimonianze e dare voce a quelli che sono stati importantissimi attimi presenti e che ora aspettano solo di essere dimenticati come la polvere ai lati delle strade su cui già cammina un ennesimo anonimo in cerca di un passaggio.

Nella speranza che queste parole che puzzano di spiritualità new age non sembrino l’ultimo discorso di un radical chic che gioca a fare l’illuminato.

WHOSE THIS SONG? Un viaggio alla ricerca di una canzone

Chia e tazi pesen?/  Whose This Song? È un film (ma più di un film) della regista bulgara Adela Peeva uscito nel 2003, nel quale mi sono imbattuta esattamente un anno fa durante una lezione di Antropologia della musica. L’azione del film si svolge nei paesi della penisola balcanica: la continua “lotta” per l’appartenenza della canzone crea situazioni tragicomiche e drammatiche dovute a colpi di scena, metamorfosi della canzone e dalle emozioni dei partecipanti del film, guidati sempre da un sentimento identitario forte. Le trasformazioni che la canzone subisce in tutti i paesi lasciano quasi increduli: dalle piccole varianti testuali allo stravolgimento totale del significato e del contesto in cui viene utilizzata.

 

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La regista parte dalla Turchia, dove incontra la canzone in due ambiti completamente differenti: scopre essere una canzone-simbolo della Turchia che narra di un impiegato (clerk) molto amato dalle donne. Il titolo della canzone è Uskudara  e si riferisce alla città di Uskudar  (=corriere, usata dai corrieri asiatici come stazione di posta). In seguito, durante una commemorazione della presa di Costantinopoli, Peeva sente la “sua” canzone: è diventata una marcia militare intimidatoria, un inno dei giannizzeri ottomani per presa della città nel 1453.

Spostandosi in Grecia, nella città di Mitilene, sull’isola di Lesbo, incontra la star e icona nazionale Glikeria. Ascolta la canzone durante un suo concerto (nota che il testo è cambiato):  Apo kseno topo ki ap alaryino [Da una lontana terra straniera], è ricollegabile alla melodia di Uskudara. Un secondo testo popolare greco, cantato sulla stessa melodia, s’intitola Ehasa mantili [Ho perso il mio fazzoletto] e riassume in se diverse caratteristiche di entrambi i testi (quello turco e quello greco Apo kseno).

https://www.youtube.com/watch?v=UiWVJNGxerM

In Albania, a Korçe, la melodia era conosciuta come una canzone d’amore lirica: Ruse kose, curo, imaŝ [Che capelli biondi hai, ragazza]. Proprio in questa città Peeva incontra ed intervista Theresa Kreshova, una cantante di teatro, che da vent’anni canta questa canzone, nei teatri albanesi (tra cui l’opera di Tirana).

Anche in Bosnia la canzone esiste come elogio d’amore; canzone urbana con diversi testi a sfondo romantico, Guardami, ragazza dell’Anatolia, e come inno sacro delle comunità musulmane bosniache (viene intervistato il direttore del coro della comunità di Sarajevo).

 

Emina Zecaj – cantante

 

A Skopje la regista si reca da Baba Erol, uno degli esponenti della comunità dei dervisci della città; ella gli fa ascoltare la versione islamica precedentemente registrata in Bosnia. Spiega che si tratta di una canzone della jihad, che loro hanno usato a favore dell’ islamizzazione, inserendo un nuovo testo alla canzone molto popolare già esistente.

 

Il motivo della canzone venne reso ancora più noto grazie alla colonna sonora di un film jugoslavo del 1953, Ciganka (Ragazza zingara) di Vojislav Nanovic. In Serbia, la presenza dello spirito zingaro è molto presente e sentita, ma per capirlo a fondo occorre assistere alle celebrazioni del giorno di san Giorgio. Nell’anno del viaggio di Adela Peeva, la festività coincideva con la Pasqua ortodossa. Colpisce molto l’intervista che la regista fa ad un prete ortodosso della zona: «Si tende a “gitanizzare” tutto, e a dire che tutto ha avuto origine con gitani. È il giorno di san Giorgio oggi, come lo chiamano gli zingari nella loro lingua? Non esiste, anche loro lo chiamano “il giorno di san Giorgio”. Gli zingari dell’Iran o dell’Iraq celebrano il giorno di san Giorgio? Come possono celebrarlo quando lì sono tutti musulmani? Questo è un terribile equivoco. Si ricorre sempre più spesso alla “gitanizzazione” totale.

Infine Adela Peeva torna nella sua patria, la Bulgaria dove scopre, grazie al suo amico Sliven, un armatore, che la canzone viene cantata nella zona di Petrova niva (nella regione della Strandja, vicina al confine turco), durante una festa nazionale per rendere omaggio agli “eroi che si imposero alle leggi dell’impero ottomano”. Prende il titolo di Una Luna chiara sta crescendo ed è l’inno, un’icona e una reliquia degli insurrezionalisti bulgari di questa regione montana.

 

 

Intervista’l’musicista: Il Ramones che suonava il corno francese

Dalla valle più rock della bergamasca, si racconta  Alessandro Piazzalunga (per gli amici Gito). Classe 1983,  sguazza tra punk-rock, balkan music, jazz e con il pezzo di musica classica giusto gli scende la lacrimuccia. Eccovi l’intervista.
Consiglio per la lettura: sedetevi comodi e concedetevi un bel calice di vino rosso mentre ascoltate i suoi consigli musicali.
Ciao Gito, innanzitutto quale/i strumento/i suoni?
Suono la batteria da quattordici anni e in generale adoro le percussioni, tant’è che mi sono costruito un cajon con il quale ho avuto modo di fare alcune esperienze anche in teatro.
Mi piacerebbe imparare il tapan, usato nella musica di area balcanica e le tablas. Il mio primo amore però è stato per il corno francese, avevo dieci anni. Da qualche tempo ho smesso di suonarlo ma un giorno riprenderò, sai cosa si dice del primo amore.

Quale è stato il tuo percorso musicale?  Parlami delle tue origini da musicista, delle musicassette che hai consumato, la prima band che hai avuto.
Come ti dicevo, ho iniziato da piccolo ad approcciarmi alla musica con il corno francese, grazie a mio padre che un bel giorno mi ha portato alla banda del paese e da lì ho fatto le mie prime esperienze musicali.
Arrivati i diciassette anni, con alcuni amici abbiamo messo su un gruppo musicale, i Cheers, e la mia scelta è finita sulla batteria. Ho studiato tre anni da autodidatta cercando di imitare tutta la musica che ascoltavo: dal punk-rock italiano e di oltreoceano fino all’heavy metal, dai Nirvana ai Led Zeppelin, Doors, Deep Purple, Ac-Dc, Guns n’ Roses e decine di altri gruppi.
Ho sempre avuto una grande passione per molti generi musicali, dalla classica al blues, dal reggae al jazz alla musica balcanica, più recentemente. Attualmente suono nei Cornoltis dal 2007 (punk-rock indipendente), nella Caravan Orkestar  dal 2005 (musica balcanica/klezmer) e da tre anni con un quartetto jazz, di cui sono molto fiero.
Caravan Orkestar
Ricordo che hai anche suonato nella banda degli alpini, parlami di quell’esperienza.
Si, è stato durante il servizio militare. Ho approfittato dell’obbligo di leva per suonare nella banda militare. Ero a Udine e devo dire che è stata una bella esperienza perché anche in quell’occasione ho girato parecchio per l’Italia e all’estero. Erano giornate di musica, vino rosso, regole da rispettare (a volte del cazzo), ma mi divertivo.
Da bandista, mi sapresti dire cosa è significato per te crescere musicalmente (e non) in una banda?
E’ un momento formativo di una certa importanza per chi suona, come in generale lo è suonare da subito con altre persone, non importa in quale formazione. Nel mio caso addirittura ci suonavano due miei zii, metà del paese e dei ragazzi che con me facevano le scuole elementari. A volte la banda diventa una seconda casa, perlomeno quando suoni e ti diverti.
Un aneddoto, ma più che altro una ricorrenza, erano le partite a briscola chiamata o “briscolone” (che sono la stessa cosa), il venerdì sera dopo le prove: giocare a carte con  persone più anziane di te è comunque sentirsi a casa.
Cornoltis
Sai bene quindi che nelle bande capita spesso di passare da essere allievo a insegnante in un arco di tempo abbastanza breve. Quale è stata la tua esperienza: quando si insegna a suonare uno strumento musicale quali sono le cose più importanti da trasmettere?
La bellezza della musica, del suo linguaggio e dello strumento specifico nel suo contesto, ma anche la pazienza  e la necessità di uno studio costante dello strumento. Ma non solo! È importante fare esperienze musicali di tutti i tipi: dall’ascoltare i concerti al cercare di capire cosa ti sta dicendo ciò che stai ascoltando. Il resto secondo me arriva, basta non avere fretta.
Uno strumento musicale che avresti voluto imparare a suonare, il tuo “rimpianto musicale”?
Il pianoforte: credo trasmetta una sorta di serenità d’animo.
Lasciami un pensiero musicale per salutare i nostri lettori.
Ognuno vive la musica alla sua maniera.  Io cerco di viverla con tutto me stesso quando suono ma non solo: anche nella vita di tutti i giorni. Perché sento che è una cosa che mi fa stare bene, ed è una fortuna che auguro a tutti.
Un consiglio d’ascolto per i nostri lettori?
Ve ne lascio due, come la mia doppia personalità:

Pequod On Air. La pista ciclabile non è una corsia di sorpasso: la parola ai ciclisti

Oggi a Milano, in pieno centro, si è svolta una pacifica manifestazione dal nome embletico: “La pista ciclabile non è una corsia di sorpasso”. Noi di Pequod abbiamo intervistato uno degli organizzatori, Luca Boniardi, per saperne di più.

 

Chi è Luca Boniardi?

Non sono altro che un ragazzo che va in bici, faccio attivismo e credo che la bici sia un mezzo che fa migliora la qualità della vita. Da quando giro per Milano condivido questa passione con molte persone, specialmente da tre o quattro anni.

Da cosa nasce la manifestazione di oggi?

Nasce sicuramente da un’esigenza: manifestare il proprio sdegno contro dei comportamenti pericolosi, che danneggiano i ciclisti, specialmente da parte di chi guida i ciclomotori nella pista ciclabile interna, che è stata progettata male, infatti corsia per le bici non è protetta ed è soggetta a continui passaggi di motorini, tassisti che si fermano, camion che scaricano. Siamo partiti alle 8.15 dalle Colonne di San Lorenzo, con l’intendo di permettere a chi lavora e studia di percorre la pista in sicurezza. Ci siamo messi in fila due o tre per volta con le nostre bici, cercando di occupare più pista ciclabile possibile per non farla usare dai motorini. È durata poco più mezzora ed eravamo una cinquanta a sfilare con calma, pacificamente, con anche dei palloncini a forma di cuore. Sono molto soddisfatto.

 

Cosa ne pensi delle piste ciclabili, servono oppure no?

Sono uno strumento molto utile, ma sarebbe più importante che l’automobilista abbia più coscienza della presenza dei ciclisti e dei loro diritti. Già all’estero ci sono numerosi esempi di città dove auto, ciclisti e pedoni convivono pacificamente: Amsterdam, Copenaghen, ma anche Parigi e Madrid, che stanno attuando politiche a favore di un’idea di mobilità alternativa.

La pista ciclabile interna credi sia utile o pericolosa?

Sembra sia stata fatta e metà dall’amministrazione dalla Moratti, fatta in fretta e furia prima delle elezioni, come contentino. Il risultato è che è rimasta lì: una pista ciclabile utile, ma pericolosa, in uno degli snodi della città che ha visto crescere il flusso dei motorini, che di fatto invadono spesso lo spazio per i ciclisti. I motorini sono più pericolosi e nocivi delle bici, e da quando c’è l’Area C il loro numero è aumentato, inoltre li si trova sui marciapiedi o sulla corsia della pista ciclabile. Vedo tante persone in bici che sono persone normali, come donne di tutte l’età, anziani e ragazzi, che si trovano il motorino davanti e devono zigzagare tra i ciclomotori e le macchine.

Hai già partecipato ad altre iniziative?

Certo! Spesso alla Critical Mass, alle ciclofficine milanesi e all’iniziativa “In bici a scuola”, che è un’iniziativa molto bella, nata dall’esigenza di genitori e bambini di usare in sicurezza le strade, cosa che la realtà di Milano tutt’ora non permette. Milano è una delle città dove ci sono più incidenti stradali in Italia.

Cosa ne pensi dell’operato dell’amministrazione in merito ai progetti di mobilità alternativa?

Dopo sessant’anni di cultura prevalente dell’automobilista, si è raggiunto un livello di arroganza molto alta da parte di molti, ma l’amministrazione di Giuliano Pisapia ha introdotto elementi positivi: piste ciclabili, bike sharing, verranno introdotte nel 2015 le zone trenta (quartieri nei quali verrà ridotta la carreggiata, saranno inserite le piste ciclabili, avvallamenti per ridurre la velocità, limite sarà di 30 km). Cose interessanti come inizio.

Cosa deve evitare di fare il ciclista?

Cerchiamo di evitare conflitti, dopo quella successo domenica. Il ciclista deve sempre mantenere la calma, perché siamo in una posizione non facile, in quanto facciamo parte di una categoria debole: riceviamo costantemente soprusi.

Per esempio?

Ultimamente sulla pista mi sono trovato spalla a spalla con un motorino che ha rischiato di farmi cadere, invece il mio amico che era davanti a me è stato meno fortunato ed è caduto per terra, dopo essere stato toccato. Chi invece è sulle macchine spesso apre le portiere senza guardare e mi è capitato di finirci contro.

 

C’è il Codice Della Strada, che dovrebbe tutelarvi.

Il codice della strada attuale è fatto su misura per una mobilità che prevede l’uso di macchine, ma non considera molto le esigenze di noi ciclisti. In parlamento in questi giorni si dibatte sul nuovo Codice Della Strada e si discute se permettere alle bici di andare contromano, ma l’orientamento del governo, espresso dal ministro Lupi, è quello di vietare in tutti modi alle bici di andare contromano, quindi di limitare un mezzo che fa della libertà del movimento la sua forza. Bisogna inoltre ricordare che non siamo l’unica categoria poco tutelata: ci sono anche i pedoni che sono ancora più deboli e dobbiamo stare attenti a rispettare anche loro, se no succede che tutti i mezzi di informazione, nel caso di un incidente, ci vengano contro e sensazionalizzino l’accaduto. Purtroppo l’idea dominante è quella di una mobilità con al centro l’esigenze degli automobilisti, idea portata avanti dalla stragrande maggioranza dei giornali.

A proposito di incidenti e di pedoni, qualche giorno fa una donna di 88 anni è morta investita da un ciclista. Il sindaco ha fatto un appello ai ciclisti, invitandoli a rispettare le regole, ed anche l’assessore alla mobilità si è espresso in tal senso.

Le parole di Pisapia e Maran, dopo la recente tragedia, potevano essere pensate meglio, perché ci si dimentica che anche i ciclisti sono tra le prime vittime della strada.

Previsoni sul futuro?

Si sta imponendo un cambiamento nelle infrastrutture e nelle norme della strada: si fanno piste ciclabili, aumenta la sicurezza… Speriamo che prima o poi arrivi anche un cambiamento culturale. Noi attivisti stiamo lavorando per aumentare la consapevolezza e il rispetto per le utenze più deboli, ma per andare avanti, ci sarà bisogno di questa amministrazione per altri 5 anni e sarà determinante il ruolo dei vigili urbani.

Nasce Pequod On Air: le breaking news in stile Pequod.

Il corpo di Pequod è in continua evoluzione nella forma e nel colore, ma soprattutto nella qualità!
Da oggi la nostra rivista online si arricchisce. Oltre al nostro consueto approfondimento culturale e di attualità, vi racconteremo anche gli eventi del giorno più vicini alla nostra sensibilità e al nostro modo di informarvi.
Nasce oggi Pequod On Air: fatti e notizie, da Milano e dal mondo, in presa diretta. Ci lasceremo cogliere dall’imprevedibilità degli eventi che verranno pubblicati a caldo, in qualsiasi momento.
Cambiare rimanendo se stessi. Innovare senza perdere di vista la propria identità. Questa rimane e sarà, anche in futuro, la sfida di questa testata, che continua a crescere grazie anche al contributo di chi la nutre. La direzione, i redattori e soprattutto voi, che ci leggete.

Intercity 791. Ester Castano: cronista che scoprì la ‘ndrangheta nel milanese, oggi al bivio tra Burger King e 30 euro (lordi) ad articolo

Pensate a una ragazza appassionata di giornalismo. Immaginate che la stessa, colta da un grande senso di giustizia e mossa dai valori più nobili, decida che il suo futuro dovrà essere in Sicilia, terra d’origine della sua famiglia certo, ma soprattutto terra di mafia. Dove lei reputa indispensabile continuare quel percorso iniziato molti anni prima con l’associazionismo antimafia che seguì le stragi degli anni ’80 e ’90.

 
La giornalista Ester Castano
Ester Castano è nata in quel periodo. È vissuta nell’hinterland milanese: ricco, produttivo e, soprattutto, libero dalla criminalità. O almeno così si credeva e così narravano, fino a poco tempo fa, le Storie patrie. Una ragazza di ferro, “impegnata”, ma che di certo non pensava sarebbe toccato a lei, poco più che adolescente, sconfessare definitivamente il mito sacro dell’impermeabilità sociale lombarda ai fenomeni mafiosi. E invece, quasi per caso, si è trovata a scrivere dei boss che agivano a cento passi da casa sua. A Sedriano (Milano), non a Cinisi.
 
La storia inizia un giorno del 2010. Ester ha vent’anni, studia lettere alla Statale di Milano e scrive per un nuovo giornale locale, Altomilanese che si occupa proprio della zona Nord-Ovest dell’hinterland.
Fa domande, ha voglia di conoscere. Vuole sapere come vengono spesi i soldi del comune: perché, in pieno Ruby-Gate, il comune ha chiamato Nicole Minetti come madrina di un evento culturale, per esempio. Ma vuole anche sapere di chi sono quei beni confiscati nel suo Comune. 
Col tempo e facendo semplice attività di cronaca giudiziaria, scopre che a Sedriano la ‘ndrangheta è viva e vegeta. Fa affari con l’imprenditoria e con la politica. È una presenza forte che, oltre a chiudere affari milionari, vuole anche avere il controllo totale del territorio: per questo, si scopre, un’azienda vivaista ha preso un appalto per la cura del verde pubblico nel paese. Un affare da qualche migliaio di euro. Monetine per gente che ne muove a centinaia (di milioni).
 
L’ex Sindaco di Sedriano Alfredo Celeste. Oggi imputato nel processo sui rapporti tra politica e ‘ndrangheta in Lombardia
Le sue inchieste giornalistiche si muovono insieme a quelle degli organi inquirenti. Finché nell’ottobre 2013, sindaco, consiglieri e amici (troppo stretti) degli amici finiscono in manette. Il Comune viene sciolto per mafia: è il primo in Lomabardia. Ester viene celebrata e introdotta nei salotti della carta stampata. Premio Biagio Agnes, Premiolino, Premio Francese e Premio Giuseppe Fava. Colleziona, in poco tempo, una serie infinita di riconoscimenti. Ma il futuro rimane incerto. Lavorare da Burger King per uno stipendio minimo, ma sicuro? O continuare con il sogno di una carriera giornalistica che fin qui promette tanti grattacapi e una retribuzione da fame? La incontro in un bar non distante dal Municipio in questione.
«Con 20 euro medi a pezzo, non ci faccio granchè – mi dice sconsolata – vorrei prendere una casa in affitto, devo pagare l’assicurazione dell’auto; mi sono laureata e non ho voglia di continuare a chiedere tutto ai miei. È anche vero che sono stanca di apparire come l’eroina a cui tutto è dovuto. Non chiedo uno stipendio da manager e non sono particolarmente attaccata ai soldi. Sarei felice però, che tutti quelli che mi hanno consegnato premi, stretto la mano e posato con me sorridenti davanti ai fotografi, mi dessero un’opportunità, permettendomi di vivere dignitosamente con il mio mestiere. Ho mandato il curriculum in questo Fast Food… vedremo cosa succederà».
 
Ester Castano premiata da l direttore del Corriere Ferruccio De Bortoli
La nostra chiacchierata finisce con un “forse” senza zucchero. Gentilmente decide di accompagnarmi in stazione. Il tragitto è un continuo indicare l’azienda, l’abuso edilizio o la storia di qualche inchiesta andata a buon fine.  Ester è stanca, ma la passione è forte e non vuole mollare. «Credo che continuerò a scrivere e cavalcare il mio sogno. Antimafia –mi dice- significa anche questo».

La “lunga marcia” fino al permesso di soggiorno cinese

Flessibilità, approccio user-friendly, rapidità. Tutte queste sono qualità  che NON appartengono alla burocrazia cinese, e nella fattispecie, al processo di ottenimento di un permesso di soggiorno per motivi di studio.

Ma andiamo con ordine.

Quest’anno sono tornato a Beijing, presso l’ormai familiare Beijing Language & Culture University, per un corso di lingua cinese della durata di un anno accademico.

La scelta di un periodo di studio maggiore ai sei mesi ha fatto sì che rientrassi in una categoria di immigrato diversa rispetto a quella del semestre passato. Ciò ha comportato una percorso burocratico da seguire del tutto diverso a quello previsto per gli iscritti a un corso di lingua di durata semestrale (qui tutte le informazioni e i consigli in tal caso).

Per il mio ritorno alla rubrica “Al di qua della Grande Muraglia”,  ecco quindi una serie di consigli, informazioni e semplici racconti di esperienza vissuta, per venire in aiuto e preparare psicologicamente  coloro i quali hanno intenzione di proseguire i propri studi in Cina per più di un semestre.

Come sempre, la pazienza sarà la virtù dello studente straniero in Cina, basterà tenere a mente delle semplici accortezze per ottenere con soddisfazione il proprio residence permit.

Il visto
Le cose cambiano fin dalla richiesta del visto, che va effettuata con giusto anticipo prima della partenza. Stavolta, occorrerà richiedere un visto di tipo X1, tramite consegna di passaporto, lettera di ammissione dell’università ospitante, biglietto aereo, modulo di richiesta visto e due fototessere presso il centro VisaforChina.

Un visto di tipo X1.
Un visto di tipo X1.
La particolarità di questo visto è che ha una durata di 30 giorni dall’ingresso in terra cinese, periodo entro il quale va tassativamente effettuata la richiesta per il permesso di soggiorno, pena espatrio dalla Cina.
Dall’università all’ospedale
Una volta giunti presso l’università ospitante scelta e completate le procedure di iscrizione del caso, saremo invitati ad effettuare le visite mediche di rito, qualora non siano state già effettuate in madrepatria.
Di norma, le università ospitanti offrono un servizio di assistenza per prenotare le visite mediche propedeutiche alla richiesta del permesso di soggiorno, che sono effettuate dal Beijing International Travel Health Care Center, nel distretto di Haidian.
Qui è possibile sia certificare le proprie analisi mediche effettuate in madrepatria, che farle ex novo. Al di là dei più diffusi pregiudizi sul sistema sanitario cinese, io ho trovato molto più comodo ed economico fare tutte le analisi mediche ex novo in Cina.
Per una cifra intorno ai 50 euro e nell’arco di tempo di 2 ore, sono stato sottoposto a tutte le visite mediche di rito, ovvero raggi X al torace, prelievo del sangue (comprensivo di esame HIV), controllo peso e altezza, controllo della vista, controllo della pressione ed elettrocardiogramma. In aggiunta, condividere con altri stranieri il peculiare sistema “a catena di montaggio” delle visite mediche è un valore aggiunto: le prime amicizie si fanno proprio mentre si aspetta il proprio turno per questo o quell’altro esame!
Un giorno di ordinaria amministrazione presso il Beijing International Travel Health Care Center.
Un giorno di ordinaria amministrazione presso il Beijing International Travel Health Care Center.

L’ultimo passo verso il residence permit
Una volta ottenuti ( o certificati) i risultati delle visite mediche , basterà consegnarle insieme al passaporto,  lettera di ammissione dell’università ospitante e fototessera all’ Administrative Department of Entry-Exit of Beijing Public Security Bureau, situato nelle vicinanze del Lama Temple, o Yonghegong.
Anche in questo caso, un apposito ufficio dell’università ospitante potrà effettuare quest’ultima procedura in nostra vece, senza andare di persona all’ufficio immigrazione. La procedura per l’emissione del permesso di soggiorno può durare da un minimo di due settimane a un mese, al termine del quale basterà pagare le spese burocratiche (500 RMB,poco più di 50 euro)  e ritirare il proprio passaporto, all’interno del quale sarà presente il nostro residence permit.

Un permesso di soggiorno fresco di emissione.
Un permesso di soggiorno fresco di emissione.

Va tenuto a mente che uno dei benefici del residence permit è quello di poter tranquillamente entrare e uscire dalla Cina senza dover richiedere nuovi visti, oltre che la possibilità di emettere lettere di invito per permettere ad amici o famigliari di entrare in Cina, senza dover richiedere un visto turistico (di breve durata).
Dopo un buon mesetto sotto il giogo della burocrazia cinese, eccovi liberi e formalmente residenti al di qua della Grande Muraglia! Buona permanenza!

Lasciatevi incantare

Dal grande marasma dei clarinetti popolari eccovi il flauto degli incantatori di serpenti.

L’incantatore di serpenti è una figura tipica del folklore indiano che campeggia sia per le città sia su gran parte delle copertine delle guide turistiche per l’India. Negli ultimi anni il governo indiano ha cominciato ad applicare una legge (del 1972) che vieta l’utilizzo di animali col fine di farne profitto, accusando gli incantatori di provocare ai rettili malattie e menomazioni.

«Abbiamo fatto danzare i nostri serpenti davanti a telecamere tv e a capi di Stato – ha gridato un incantatore durante una manifestazione di protesta a Delhi – e siamo stati chiamati in emergenza quando un gruppo di hindu minacciò di gettare serpenti velenosi durate una partita di cricket contro il Pakistan. Ma ora ci trattano come seviziatori di animali. Non è giusto».

Ormai lo sappiamo tutti che i cobra sono sordi che in realtà non vengono incantati ma semplicemente si sentono minacciati dal flauto di turno. In tutto questo trambusto, non vi siete mai chiesti nulla del  piffero in questione? Io sì.

Viene chiamato pungi (in lingua hindi) o been, o tiktiri (in sanscrito) ed è uno strumento importante nella musica popolare indiana. È appunto il cosiddetto “flauto degli incantatori di serpenti” ma si suona anche in rituali legati al culto di Shiva (che è tra le tante cose il Re della danza). In India esiste uno strettissimo legame tra musica e religione, documentato tra l’altro nei libri sacri Veda nei quali vengono distinti due generi musicali: la musica vocale sacra dedicata al culto del dio Brahma e la musica strumentale profana collegata al dio Shiva.

 

 

Il tiktiri è uno strumento che fa parte dei clarinetti popolari ed è costituito da due canne inserite in una zucca “a bottiglia”; una canna ha sette fori (sei davanti e uno dietro) e crea la melodia, mentre l’altra (a due fori ) è il bordone. Una peculiarità degli strumenti a fiato popolari è proprio questa, mentre viene suonata la melodia con una canna, l’altra produce una nota (o un accordo) di accompagnamento tenuto per tutto il brano. I due fori della canna di bordone vengono chiusi in parte con della cera per raggiungere l’intonazione desiderata. Avete presente le cornamuse o le launeddas sarde? Quel ronzio perenne di sottofondo (a volte fastidioso)? Ecco, quello è il bordone.

In una classificazione ufficiale, serie e rigorosa, diremmo che il tiktiri è un aerofono ad ancia semplice. Questo perché solitamente viene tenuto conto del modo in cui viene prodotto il suono per decidere in quale categoria piazzare un determinato strumento. Aerofono, perché per produrre il suono serve l’aria insufflata dal suonatore; ad ancia, perché per produrre il suono, lo sappiamo tutti, ci vuole una vibrazione e in questo caso se sventrassimo il tiktiri troveremmo all’imboccatura di entrambe le canne una piccola lamella di bambù: l’ancia. Semplice, perché ce n’è solo una per canna (l’ancia doppia è costituita da due piccole ance singole legate insieme, che troviamo per esempio nell’oboe e nel fagotto).

 

Bun venit la Bucuresti: l’arrivo in città

Volo di sola andata per Bucarest. Cappuccio della felpa prontamente tirato fin sopra gli occhi, braccia conserte e gambe allungate; sono quasi giunta alla soglia dell’inconscio quando sento il familiare rumore della lattina di birra aperta: sono i miei vicini rumeni, che tra una chiacchiera e l’altra, fanno colazione… ho già detto che l’orario di partenza era previsto per le 8.30?

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Questa rubrica nasce dalla volontà di scoprire un Paese che da sempre viene identificato tramite pregiudizi talmente risaputi che non mi do la pena di trascrivere. Purtroppo, essendo anch’io figlia di questo tempo, non posso fare a meno di prescindere da essi ma posso tuttavia decidere di riconoscerli, aggirarli o scavalcarli a piè pari. Iniziamo dunque a curiosare tra le strade di Bucarest con occhi che da principio non possono che essere inevitabilmente turistici, per poi ambientarci e conoscere i veri rumeni, la vera Bucarest e la vera Romania. 

Divenuta capitale nel 1862 grazie alla strategica posizione tra occidente e oriente, nel XX secolo Bucarest si aggiudica il titolo di “Parigi dell’Est” o “piccola Parigi”, grazie alla costruzione di edifici neoclassici e alla realizzazione di eleganti giardini su modello parigino a fine degli anni ’30. Al giorno d’oggi, però, di tale splendore rimane gran poco: i bombardamenti degli alleati durante la seconda guerra mondiale, il terremoto del 1940, il secondo terremoto nel 1977 che causò 1391 vittime e il massiccio programma di risanamento realizzato negli anni ’80 dal dittatore Nicolae Ceauşescu cancellano definitivamente l’elegante passato di Bucarest. Un esempio è il Palazzo del Parlamento, la famigerata opera di Ceauşescu. Secondo edificio al mondo per dimensioni dopo il Pentagono, è costituito da 12 piani e da 3100 stanze ed è l’attuale sede della camera dei Deputati, di quella del Senato e dal 2004 dell’ecletticoMuseo di ArteContemporanea. Il 20 settembre 2014 la città ha spento la sua 555esima candelina e per l’occasione sono stati proiettati sulla facciata del Parlamento ben cinque performance multimediali raffiguranti la storia e lo spirito di Bucarest.

A voi le cinque performance. Al minuto 25.50 la mia preferita, direttamente dalla Polonia.

https://www.youtube.com/watch?v=Acum-MEaN6g&index=2&list=PLr64BweVGjmeGtQnZEdH_viLgLOK5DTy0

Il palazzo del Parlamento.
Il palazzo del Parlamento.

Procedendo verso Nord si giunge a Lipscani, centro storico della città, che prende nome dalla sua via principale. Tra i vicoli stretti, caratterizzati per lo più da edifici degli anni Ottanta non del tutto ristrutturati, si trova l’Antica Corte Principesca di Vlad Ţepeş, meglio noto come Dracula, risalente al XV secolo e in seguito lasciata in stato di abbandono, ma oggi visitabile e in futuro soggetta a lavori di restauro.

Vlad Ţepeş, l’Impalatore.
Vlad Ţepeş, l’Impalatore.

A scrivere il vero, il centro storico è famoso per la sua vita notturna costituita da kebab aperti ventiquattro ore su ventiquattro, da un numero ignoto di club e discoteche ad entrata libera e da spogliarelliste in vetrina che si divertono senza ritegno a prendere in giro gli sguardi accattivanti dei clienti. La maggior parte degli edifici proietta per la strada e per tutta la notte, alba inclusa, le loro luci e musiche composte prevalentemente da un misto di rock, pop e commerciale.

Consumando un po’ di suola e continuando a risalire Calea Victoriei si giunge a Piaţa Revoluţiei, una zona della città segnata dalla caduta del regime comunista. E’ qui, difatti, che Ceauşescu pronunciò l’ultimo discorso dal balcone dell’ex Comitato Centrale del Partito Comunista il 21 dicembre 1989, per poi scappare in elicottero tra le grida di «Abbasso Ceauşescu!», mentre i suoi uomini sparavano sulla folla. Adesso l’edificio è sede del Ministero dell’Interno e di fronte al palazzo si erge il Monumento alla Rinascita: un obelisco bianco circondato da una corona simile a un cesto di dubbia bellezza estetica.

Ex Comitato Centrale del Partito Comunista.
Ex Comitato Centrale del Partito Comunista.
Piaţa Rivoluţiei.
Piaţa Rivoluţiei.

Ma non c’è solo il cemento! Bucarest permette ai suoi abitanti e ai suoi visitatori di riposare membra e occhi nei suoi molteplici parchi, come il più antico parco pubblico della città: il Giardino Cişmigiu, datato 1847.

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Giardino Cişmigiu

Aix-en-Provence e Marseille: la Bella Addormentata e la sua sorellastra cattiva

«Aix en Provence è sempre stata la Bella Addormentata della Provenza» così mi dice una signora mentre visito la maison di Cezanne… Ci rifletto su un po’, ma non posso che darle ragione se penso al fascino, all’eleganza, a quest’aura da sogno che si respira.

Vi faccio qualche esempio: la vita quotidiana di ogni Aixoise comincia dalla Rotonde, che è la monumentale fontana ottocentesca decorata dalle tre statue dei simboli di Aix: la Giustizia, l’Agricoltura e le Belle Arti. Già qui si presenta un paesaggio da favola!

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Fontaine de la Rotonde, Fontaine des Quatre Dauphins, Place d’Albertas.

Tra le cose più pittoresche della ville ci sono i mercati, dove le verdure sono impilate con ordine sui banchi che spesso sono decorati con i fiori di campo; uomini e donne si servono da soli e ripongono le loro spese nelle tradizionali sporte di paglia (credo che tutte le signore ne possiedano almeno una). Per quanto siano sempre affollati questi mercati mi danno l’impressione di essere silenziosi, in particolare quello dei libri antichi che si svolge ogni prima domenica del mese.

Mercati e sporte di paglia.
Mercati e sporte di paglia.

Aix è anche una città sofisticata infatti, nella parte moderna, vi è il grande polo culturale che comprende  il nuovissimo Conservatoire di Kengo Kuma, le Grand Théâtre de Provence, le Centre Chorégraphique National e la bellissima Cité du Livre, sede della Bibliothèque Méjanes costruita all’interno di una ex-fabbrica di fiammiferi.

Cité du livre: Bibliothèque Méjanes.

Di sera il centro assume un volto diverso perché essendo città universitaria si riempie di studenti che fanno festa soprattutto nella zona di place Cardeurs e rue de la Verrerie.

Ho avuto la fortuna di assistere alla Bénédictions des Calissons, la festa tradizionale che si svolge la prima domenica di settembre, durante la quale vengono distribuiti i Calissons, dolcetti alla mandorla simbolo della liberazione dalla peste del 1630; in questa eccezionale occasione ho percepito quanto gli Aixoise siano affezionati alle loro tradizioni: tutti, sia giovani sia anziani, conoscono le canzoni e le danze popolari.

Festa popolare: Bénédictions des Calissons 7/9/2014
Festa popolare: Bénédictions des Calissons 7/9/2014

Aix si trova a trentatrè chilometri dalla seconda città più popolosa della Francia: Marseille. Se si è residenti o giovani sotto i 25 anni si può fare il biglietto per il bus-navetta che costa solo due euro andata/ritorno. Solo trentatrè chilometri ma tutto cambia.

Marseille: lavori in corso, mercato, porto.
Marseille: lavori in corso, mercato, porto.

I mercati diventano come dei Suq, gli odori che si sentono sono molto più pungenti e si è immersi nel rumore delle macchine che passano sulle strade principali, della gente che parla lingue che non posso riconoscere e del vento che ha il sentore di porto.

Qui tutto si muove: le macchine sfrecciano anche nel centro e ci sono operai dappertutto che puliscono (male), aggiustano, demoliscono perché è una città che sta cercando il riscatto dalla sua cattiva fama. Nel 2013 è stata insignita del titolo di “Capitale europea della Cultura”; ora è in lizza per diventare “Capitale europea dello Sport” nel 2017.

La Bibliothèque de l’Alcazar ben rappresenta lo stile della città: è infatti immensa e contaminata da suggestioni di vario tipo. L’Alcazar era nato a metà ottocento come teatro (dove si poteva anche bere e fumare in libertà) dall’architettura in stile moresco.

Festa per strada a Marseille e Festa popolare ad Aix.
Festa per strada a Marseille e Festa popolare ad Aix.

 A me piace immaginare Aix come la Bella Addormentata e Marseille come la sorellastra che fa fare le avventure più pericolose, stravaganti, eccessive e che ha il fascino irresistibile delle bad girls.

Tosca: la recensione

«Puccini è un invito all’amplesso»

(Mosco Carner)

È il 14 gennaio 1900: il sipario del Teatro Costanzi di Roma si alza sulla pucciniana Tosca.

Destinata a diventare uno dei capolavori più rappresentativi del teatro verista, Tosca continua ad avere successo e presa sul pubblico di tutto il mondo e a Bergamo ricorre dieci volte nei cartelloni operistici del teatro Donizetti, in un arco temporale di un secolo circa, tra la prima del 1903 e l’ultima rappresentazione del 2002.

E sempre al Donizetti di Bergamo è tornata, lo scorso 1 ottobre, nell’ambito del IX Bergamo Musica Festival Gaetano Donizetti, kermesse che sta coinvolgendo palcoscenico, orchestra e pubblico in un serie di eventi che interessano i nomi del panorama performativo; in contemporanea L’Altrofestival anima la città con rassegne, concerti, conferenze ed eventi pensati per un pubblico giovane, non rigidamente operistico.

Ma chi era Tosca? E qual è la sua storia? Ve ne presentiamo una sinossi per conoscerla meglio.

L’opera, composta tra la primavera del 1896 e l’ottobre 1899, venne rappresentata per la prima volta al teatro Costanzi di Roma nel 1900. È tratta dall’omonimo dramma storico di Victorien Sardou e ambientata in una Roma dall’atmosfera tesa a causa dei tumulti rivoluzionari francesi appena avvenuti e dalla caduta della prima Repubblica Romana: è sabato 14 giugno 1800, il giorno della Battaglia di Marengo (Napoleone sbaraglia l’esercito dell’Impero d’Austria, si prende un bel pezzo di nord Italia e fa prendere la strizza a re e regine). I tre luoghi romani dove si svolge questa storia di gelosia, vendetta, amore e morte, sono la chiesa di Sant’ Andrea della Valle, Palazzo Farnese e Castel Sant’Angelo.

I personaggi principali sono Floria Tosca, una cantante innamorata follemente di Mario Cavardossi, un pittore che ricambia il sentimento; il cattivone di turno è il Barone Scarpia, il capo della polizia che vuole impedire il loro amore. Alla fine tutto si complica e come in tutte le opere liriche qualcuno muore: la bella e fragile protagonista. La vicenda è divisa in tre atti e in ognuno troviamo una romanza importante, un momento in cui l’azione si ferma, si cristallizza e il personaggio si abbandona alle sue emozioni (erano quei pezzi che tutti conoscevano e che magari cantavano mentre si lavavano nella tinozza, le hit del momento).

Recondita armonia

Vissi d’arte

E lucevan le stelle

Andante lento e appassionato molto è l’indicazione per i musicisti dell’orchestra circa come interpretare l’ultima romanza: è un momento tragico in cui Cavardossi sta per andare incontro alla sua condanna a morte e ripensa al suo legame con la sua amata Tosca, ma lo ripensa in termini così sensuali che in questi versetti c’è l’unica scena di spogliarello dell’opera lirica:

E lucean le stelle… e olezzava/la terra…stridea l’uscio/ dell’orto… e un passo sfiorava la rena./Entrava ella, fragrante,/ mi cadea fra le braccia. Oh! Dolci baci, o languide carezze,/ mentr’io fremente/ le belle forme disciogliea dai veli!/ Svanì per sempre il sogno mio d’amore…/ L’ora è fuggita/ E muoio disperato!…/ E non ho amato mai la vita!

Il tenore in questo momento è come se stesse sognando a occhi aperti e, mentre lui canta sulla stessa nota i primi versi, l’orchestra sta già definendo in sottofondo la melodia che esploderà sui dolci baci, quando voce e musica eseguono lo stesso motivo. Questo per mostrarvi un piccolo esempio della complessa macchina musicale che è Puccini e di tutti gli elementi che raccoglie, incastra e amalgama il genere musicale del melodramma.

 

In copertina, immagine dalla Tosca in scena al Teatro Donizzetti di Bergamo.

Moderni Odisseo alla scoperta di Corfù

«[…] A Te la via

Additerò della città ed il nome

De’ popoli dirò. Tengono questa

Città i Feaci ed il paese: io nacqui

Dal magnanimo Alcìnoo a cui la somma

Del poter e’ commisero e la forza.»

Così la bella Nausicaa dalle nivee braccia accoglie lo straniero Odisseo sull’Isola dei Feaci, che nell’iconografia del mito è identificata con l’odierna Corfù. Dopo che l’eroe multiforme l’ha paragonata ad un germoglio di palma, uno dei più belli e dolci complimenti che siano mai stati scritti o proferiti, Nausicaa soccorre Odisseo e lo conduce nella sua casa, secondo le leggi e la tradizione dell’ospitalità che ancora oggi, dopo migliaia di anni, caratterizza il popolo greco.

Oggi Corfù, di Grecia, perlomeno quella antica, conserva poco: sull’isola, situata a pochi kilometri dalle coste dell’Albania, sono presenti più che altro resti romani, una chiara impronta bizantina e veneziana e qualche lascito della breve dominazione inglese. Proprio da numerosissimi inglesi è visitata l’isola, molti dei quali hanno eletto Corfù a buen retiro o a vera e propria residenza.

L’isola, la seconda per grandezza delle isole ioniche, da scoprire noleggiando un’automobile, perché non ci si può fidare della puntualità o addirittura dell’esistenza dei mezzi pubblici corfioti, alterna mare e montagna, concedendo ampia scelta sia per gli amanti della pigra vita da spiaggia sia per gli appassionati di trekking: le spiagge sono divise abbastanza equamente fra  lidi in stile Rimini, con una lunga striscia di sabbia invasa da ombrelloni e lettini, e scogli e sassi che danno una sensazione di selvaggio con acque limpide e cristalline.

Di quest’ultimo tipo non si può fare a meno di menzionare Kassiopi e la spiaggia di Batarìa, a nord dell’isola, direttamente affacciata sulle coste albanesi. Più affollate sono le spiagge di Agios Georgios e Agios Gordis, immerse comunque nella natura.

Paleokastritsas invece viene considerata dai corfioti il posto più bello del mondo, dove s’incontrano l’elemento della natura montana a quello dal mare e della spiaggia. La vera bellezza, potendosi permettere il noleggio di una barca o di un motoscafo, è scoprire le minuscole e splendide calette di questa località, che nascondono un’acqua limpida e azzurra da sogno.

La spiaggia di Batarìa.
La spiaggia di Batarìa.
Le coste dell'Albania di fronte a Kassiopi.
Le coste dell’Albania di fronte a Kassiopi.
Una caletta di Paleokastrìtsas.
Una caletta di Paleokastrìtsas.

Aldilà della vita da spiaggia, Corfù offre inestimabili bellezze estetiche: Kérkyra, o Corfù Town, capoluogo dell’isola, ha un centro storico chiaramente di influenza veneziana, dichiarato patrimonio dell’Unesco nel 2007. Gli amanti della cultura non rimarranno a bocca asciutta in questa città: le numerose chiese bizantine e i musei, tra cui quello di arte asiatica e il museo bizantino, meritano davvero una visita; così come l’Achilleion, la villa estiva fatta costruire dalla principessa Sissi, situata a sud del capoluogo.

Visitata di sera, Kérkyra colpisce soprattutto per la Spianada, la piazza principale circondata dai numerosi locali e ristoranti sotto i portici ai piedi della Fortezza Antica, di epoca bizantina. Nei locali potrete bere la tipica birra greca Mythos (pessima) e la tradizionale bevanda corfiota tzizimbirra, limonata fredda aromatizzata allo zenzero (gradevole, ma non eccezionale). Il centro della movida notturna si trova nell’estremo sud dell’isola, a Kavos, rinomata per le discoteche e i locali notturni.

Vista della Fortezza Antica di sera.
Vista della Fortezza Antica di sera.

Corfù è senz’altro un’isola stupenda per una vacanza estiva, ma ancora di più probabilmente per una vacanza in bassa stagione, quando è possibile entrare nel vivo dell’isola e osservare da vicino le abitudini e le tradizioni greche, così come i luoghi più caratteristici e tipici, che spesso nella calura e nella frenesia dell’estate passano inosservati.

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Una delle numerose santelle che si trovano per le strade di Corfù.
Una delle numerose santelle che si trovano per le strade di Corfù.
Il patio esterno di una chiesetta greco-ortodossa.
Il patio esterno di una chiesetta greco-ortodossa.

 

Dublino: qualche consiglio tra pinte, scogliere e folletti

Passeggiando per Temple Bar si può incontrare James Joyce seduto a sorseggiare una pinta, sentire Bono Vox canticchiare lungo il fiume Liffey, osservare Oscar Wilde affacciarsi malinconico alla finestra della sua casa su Merrion Square e vedere la procace Molly Malone trascinare il suo carretto gridando “Cockles and mussels, alive, alive, oh!”.

Statua di Molly Malone.
Statua di Molly Malone.

Tutto questo e altro ancora è Dublino, città di santi e beoni, capitale della verde Repubblica d’Irlanda.

Se pensi a Irlanda e alla sua capitale, pensi ai trifogli, a San Patrizio, ai verdi pascoli e ai pub. Tantissimi pub. Che a onor del vero, non trovi unicamente a Temple Bar, il famoso quartiere, ma letteralmente ad ogni angolo della città, popolati dalle prime ore del pomeriggio con tanto di musica, spesso animata da qualche amatore armato di chitarra, violino e immancabile pinta, che si ritrova a suonare per puro piacere personale, allietando anche gli astanti.

Immancabile in un viaggio a Dublino è una visita al Trinity College, prestigiosa università fondata dalla regina Elisabetta I nel 1529, situata al centro della città, che lascia a bocca aperta per i suoi maestosi edifici soprattutto se fatto il dovuto confronto con quelli delle università nostrane (ma non rodetevi il fegato, pensate alla retta!). All’interno dell’università si può accedere alla mostra permanente sul Book of Kells, splendido manoscritto miniato risalente al IX secolo; maestosa anche la Long Room dell’antica Biblioteca.

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Dopo la mens sana bisogna pensare al corpore sano, immergendosi nella natura con una bella biciclettata in Phoenix Park, il parco cittadino più grande d’Europa, che contiene al suo interno la residenza del primo ministro irlandese e l’ambasciata americana. Se si è molto fortunati e molto silenziosi si possono vedere i cervi, che spesso sostano sui campi da rugby o calcio irlandese per brucare l’erba.

Per una gita fuori porta, il meglio è recarsi a vedere le Cliffs of Moher, sulla costa atlantica, ripidissime, bellissime e altissime scogliere che mischiano il blu zaffiro dell’oceano e del cielo con il verde brillante e smeraldo dell’erba; un’erba mai vista altrove, dai colori così accesi che paiono quasi fasulli, ma realissimi e potenti se illuminati dal sole.

Noticina: non esistono i parapetti, dunque mai sporgersi troppo, specialmente chi soffre un po’ di vertigini.

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Un grosso difetto di Dublino e di tutta l’Irlanda però è la mancanza di un efficiente sistema di mezzi di trasporto: a Dublino è assente la metropolitana (che sarebbe comunque effettivamente inutile, visto il centro non molto vasto), ma le linee di bus e tram, detto LUAS, non hanno corse sufficienti a coprire la vastità della periferia, che è percorsa sulla costa da una linea di treni, chiamata DART. Per quanto riguarda le strade, la rete autostradale non è sufficientemente sviluppata, colpa della crisi forse, ma anche, probabilmente, degli stessi irlandesi: basti pensare che durante la costruzione di un tratto dell’autostrada che percorre l’isola da est a ovest, sono stati spesi diversi milioni di euro per deviare il percorso prestabilito, causa un cespuglio che secondo la leggenda sarebbe casa di fate, folletti e leprecauni, che per scaramanzia nessuno voleva abbattere.

Forse voi non deviereste il vostro percorso per un cespuglio, ma per una pinta di Guinness vi consiglio di farlo, come vi consiglio di visitare lo storehouse dell’omonima birra, situato sul lungofiume proprio nella città di Dublino: lì vi verrà mostrato il processo di creazione della birra scura (ma nella sala degli assaggi vi faranno notare che è rossa in realtà!) più famosa al mondo e, compresa nel prezzo del biglietto, potrete gustarvi una pinta al bar panoramico in cima all’edificio, godendo di una magnifica vista della città.

Un piccolo appunto: il bel bicchiere in vetro in cui vi verrà offerta la birra non è incluso nel biglietto, ma se siete molto veloci…

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Intervista a Elena Serra. Marcel Marceau, l’arte del mimo e alcuni equivoci

L’appuntamento è alle 13, una pausa veloce per poi riprendere lo stage teatrale che sta conducendo a Torino, la sua città natale. Parliamo con Elena Serra, attrice, regista e docente di mimo, per vent’anni a fianco di Marcel Marceau: chi meglio di lei può raccontarci ‘una vita nel teatro’, svelandoci il maestro che si celava nel celebre attore e chiarirci le idee su un’arte spesso fraintesa?

L'attrice Elena Serra
L’attrice Elena Serra

Come sei arrivata da Torino a Parigi? Perché hai scelto di dedicarti al mimo?

In realtà è stato casuale. Ho cominciato con la danza, il teatro, la scultura e la musica; frequentavo l’istituto statale d’arte e volevo fare la costumista in teatro. Roteavo intorno a queste discipline senza mai prenderne una in mano… Quando ho scoperto, da un volantino nella mia scuola di danza, di un seminario di un mese in Toscana con Marcel Marceau, mi sono detta: perché no? E fu una rivelazione: in quell’arte per me c’erano la forza della scultura, la leggerezza della danza, la profondità del teatro e il ritmo della musica.

E da lì è iniziato tutto…

Sì, sono andata a Parigi, alla scuola di Marceau e dopo ho avuto la fortuna che mi chiedesse di accompagnarlo nei suoi workshop in America, così ho prolungato la formazione. Ho continuato prendendo appunti durante i suoi corsi, finché un giorno, a forza di avermi al suo fianco, mi chiese di sostituirlo a scuola quando era in tournée, quindi ho cominciato a insegnare.

Ricordi con Marcel Marceau. Elena Serra è alla sua destra
Ricordi con Marcel Marceau. Elena Serra è alla sua destra

Che ricordo hai di Marcel Marceau come pedagogo?

Marceau era un uomo assolutamente umile, semplice, molto bambino, ma con un carattere forte ed esigente. Aveva molto interesse per le nostre creazioni, per quello che noi giovani volevamo dire. Per lui il teatro è sempre stato – e lo è – sociale, politico: attraverso il teatro l’artista deve dire qualcosa. Ci diceva: “Tirate fuori il vostro urlo silenzioso quando siete in pubblico”.

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Questo è il lato meno conosciuto di Marceau: quando si parla di maestri dell’arte del mimo si citano Etienne Decroux e Jacques Lecoq, ma non sempre lui.

Decroux e Lecoq si sono dedicati più alla grammatica del mimo che alla scena, perciò si pensa che Marcel Marceau fosse un artista più individualista. Chi l’ha conosciuto sa che Marceau ha sempre voluto una compagnia e l’ha avuta negli anni Cinquanta; poi ha continuato da solo, ma ha fondato una scuola e a ottant’anni si è ributtato in scena con i giovani… A volte chi parla di Marceau non lo conosce bene.

Sembra così anche per il mimo: molti lo identificano con i gesti caricaturali di chi in strada si improvvisa statua immobile o finge di toccare un muro…

L’equivoco è nato perché proprio persone come Marceau hanno reso il mimo un’arte popolare, ma poi la situazione è peggiorata: su Youtube si vedono scene patetiche con guanti bianchi e maglie a righe…

Quando la parola ‘mimo’ si allontana dal teatro perde il suo valore. Il mimo è teatro e deve essere teatro. Con tutto il rispetto che ho per il teatro di strada – anch’io lo faccio, non fraintendermi – credo che gli artisti che si danno un gran da fare, buttati sul palco più difficile, la strada, debbano difendere il proprio lavoro dai ciarlatani.

Il problema è questo: quando si imita e basta, si esce dal teatro; se invece si incarna, ci si identifica, ci si trasforma e si racconta, questo è teatro.

Foto di Noemi Marcandelli
Foto di Noemi Marcandelli

Il mimo cosa può rappresentare oggi e qual è il suo futuro?

Ho sempre pensato che l’arte del mimo fosse l’arte primordiale dell’attore perché è l’arte dell’infanzia: il bambino imita l’adulto e il mondo che lo circonda per confrontarsi.

Penso che il mimo stia rinascendo dalle ceneri dei grandi maestri. Il corpo dell’attore deve sapersi trasformare per diventare strumento drammatico, perciò un attore dovrebbe conoscere più tecniche, perché più si conosce e meno si copia e quindi si re-inventa

Le due facce di Nanluoguxiang

La passeggiata per Nanluoguxiang 南锣鼓巷 (letteralmente “la via dei gong e dei tamburi del Sud”), è una delle destinazioni turistiche più famose e apprezzate all’interno della città di Pechino.
Situata nel distretto di Dongcheng e facilmente raggiungibile in metropolitana, Nanluoguxiang è un hutong  lungo circa 800 metri, costruito durante la dinastia Yuan (1271–1368), anche se è sotto la dinastia Qing (1644–1912) che ha assunto il nome odierno.
ph. Dimitris Argyris [CC BY-SA 2.0/Wikimedia Commons]
Quando si parla di hutong, ci si riferisce alla tradizionale morfologia urbanistica più facilmente riscontrabile nella Cina settentrionale e quindi nella capitale Beijing. Si tratta di agglomerati di caseggiati disposti di maniera adiacente e parallela l’uno con l’altro, formando un caratteristico reticolo di viuzze e dedali color grigio mattone, testimonianza di una Cina urbana di altri tempi.
Il termine hutong, “piccola via, stradina”, è apparso però solo durante la dinastia Yuan, essendo di derivazione mongola e dal significato originale di “città”.
Hutong visto dall’alto
Durante l’età imperiale, lo sviluppo abitativo dei cittadini pechinesi si è originato a partire dal fulcro della vita sociale, politica e religiosa della capitale: la Città Proibita. Da qui, le abitazioni si sono sviluppate in maniera concentrica, a seconda del rango e dell’ordine dei loro proprietari. In particolare, gli aristocratici godevano dell’onore di una maggiore vicinanza alla Città Proibita e le loro proprietà si trovavano a oriente e a occidente di essa. La struttura architettonica di riferimento era per tutti il siheyuan, lett. “cortile delimitato per i quattro lati”.
Come il nome suggerisce, le quattro maggiori costruzioni dell’abitazione delimitavano il cortile della proprietà, con una apertura di norma verso sud, per garantire un maggior ingresso di luce.
La suddivisione degli spazi abitativi dello siheyuan considerava l’esposizione alla luce solare come tratto distintivo, secondo i rapporti regolamentati dall’etica confuciana: l’edificio settentrionale, maggiormente esposto, serviva da camera privata del capofamiglia; gli edifici a est e ovest, mediamente illuminati, erano abitati dai bambini e dai membri minori della famiglia; l’edificio meridionale, quello più scarsamente illuminato, serviva da abitazione per la servitù e da ingresso.
Le donne non sposate e la servitù di sesso femminile risiedeva in appositi locali sul retro: le donne non sposate godevano di una posizione sociale quasi nulla, per questo motivo, la loro abitazione era quella a ricevere meno luce rispetto a quella degli altri membri della famiglia. Il fulcro della vita di tutto i giorni era il cortile, abbellito spesso da piante e decori.
Struttura di uno siheyuan
Questa ordinata e rigida ripartizione etico-architettonica ha inevitabilmente legato la sua fortuna alla ricchezza e allo status dell’aristocrazia imperiale cinese. Col declino di essa, lo sviluppo urbanistico è avanzato anarchicamente disordinato: su ogni cortile hanno cominciato ad affacciarsi più abitazioni, ognuna per ogni famiglia, che condivideva con i propri vicini sia la propria vita quotidiana che i propri spazi vitali minimi. Ancora oggi è possibile ammirare, nell’arco di pochi metri, austeri e ricchi siheyuan (spesso adibiti a musei o luoghi commemorativi) e vivaci e disordinate casupole adiacenti l’una con l’altra, nate dalla presa di possesso di quelle vetuste e privilegiate costruzioni, dando quindi agli hutong la tipica conformazione labirintica per la quale sono famosi oggi.
Nanluoguxiang stessa diventa paradigma di questa contraddizione.
La via principale è costeggiata da vecchie abitazioni ristrutturate e adibite a moderni negozi, ristoranti, pub, gallerie di arte… nuclei pulsanti di modernità racchiusi da antichi involucri di grigio mattone. La strada è piena di turisti stranieri alla ricerca di souvenir e acquisti vantaggiosi e, paradossalmente, dai cinesi più giovani che affollano le catene di ristorazione più marcatamente occidentali come Starbucks e simili.
Ma il vero tesoro di Nanluoguxiang si trova nelle poco trafficate vie laterali. Provare a discostarsi dalla via principale e dalla tensione consumistica che la pervade, infilandosi in una delle vie laterali, permette al visitatore di intuire il battito lento di una Beijing inconsueta.
Basta infatti camminare per gli hutong più interni per dimenticare di trovarsi in una delle più grandi metropoli della Cina, con i suoi 21 milioni di abitanti. Non più taxi e scooter alle calcagna, ma bambini e anziani che condividono lo stesso ritmo lento e misurato, gli uni nel saltare la corda e nell’inventarsi nuovi giochi tra il dedalo di mattoni, gli altri, impegnati nelle loro faccende di casa e nel mantenimento dei rapporti con i propri vicini.
L’ordine frenetico della città, con le strade a 4 corsie, le linee della metropolitana, il reticolo del trasporto urbano, lascia il posto a un pigro accatastarsi di oggetti sulle porte di casa, vicinissime tra loro. I portoni socchiusi dei siheyuan diventati insediamenti popolari, sembrano invitare all’ingresso ma allo stesso tempo ammoniscono il visitatore sulla sacralità di questi piccoli tempi famigliari, dove le reliquie sono gli oggetti di vita quotidiana disseminati sul marciapiede e un denso silenzio accompagna la propria passeggiata.
Nessun rumore tipicamente urbano, solo il chiacchiericcio dei bambini e il vociare degli anziani di porta in porta. Una vera e propria immersione in una vita popolare di altri tempi, che continua fieramente a sopravvivere in questa fortezza placida e austera. Una guerra silenziosa tra i valori di una quotidianità lenta e antica e il progresso a tutti i costi ai quali la Cina di oggi vuole ambire.
E mai come altrove, passeggiare qui porta inevitabilmente a schierarsi verso l’uno o l’altro fronte.
Porte di abitazioni ricoperte di simboli augurali

E come Edward St. John Gorey: orrori vittoriani e brividi infantili

“A come Amy che cadde dalle scale.

B come Basil aggredito dagli orsi.

C come Clara che sta svanendo ormai”.

 

Questo macabro abbecedario è opera del disegnatore e scrittore americano Edward St. John Gorey, scomparso nel 2000 a 75 anni.

Amante dei gatti (ne aveva a decine), delle pellicce e del balletto classico, lo schivo e senz’altro originale artista dell’Illinois di ispirazione surrealista autodefinitosi ‘asessuato’, che prediligeva i disegni a pennino e inchiostro, produsse più di 100 libri di disegni e poesie.

Osservando le sue illustrazioni si entra in un mondo in bianco e nero che rammenta l’Inghilterra vittoriana ed edoardiana, con figure oscure che ai più ricorderanno i film di animazione di Tim Burton, con una poetica sviluppata forse già dai suoi primi lavori, con le illustrazioni di Dracula di Bram Stoker e La guerra dei mondi di H.G. Wells.

Oltre che disegnatore, Gorey era anche scrittore e poeta, accompagnando le sue illustrazioni a didascalie e brevi racconti: famosa è appunto la serie dell’alfabeto, con il suo libro più famoso The Gashlycrumb Tinies: or, After the Outing del 1963, che affianca ad ogni lettera una morte infantile assurdamente violenta.

 

E’ infatti l’infanzia uno dei temi prevalenti del lavoro di Gorey: pur avendo sempre affermato che i suoi libri non erano per bambini(e anzi, mal li sopportava), non si può fare a meno di percepire nelle sue tavole un richiamo alle fiabe infantili nel senso più grimmiano e crudo possibile; illustra le paure tipiche dell’infanzia- il buio, i mostri- con un vago gusto onirico che lascia perplessi e insicuri sulla sensazione che si dovrebbe provare: sgomento o curiosità?

The Gashlycrumb Tinies, illustrazione in prima pagina

Dopo aver pubblicato il suo primo lavoro The Unstrung Harp nel 1953, scrisse numerosi libri sotto vari pseudonimi, quasi sempre anagrammi del suo nome (Ogdred Weary, Dogear Wryde, miss Regera Dowdy), e pubblicò molte illustrazioni e vignette sul The New Yorker e sul The New York Times.

Nel 1978 vinse un Tony Award per i costumi con la produzione di Broadway di Dracula e nel 1980 creò l’introduzione a cartoni animati della serie televisiva Mystery!, che vide come presentatore per diverse edizioni l’attore Vincent Price (voce narrante nella versione originale del cortometraggio Vincent di Tim Burton, ispirato proprio all’attore, che ricorda molto da vicino lo stile dei disegni di Gorey).

La casa di Gorey a Cape Cod (Massachussets) è oggi un museo, dedicato alla vita e al lavoro dell’artista, ma anche al suo più grande amore e interesse: la società che si occupa della casa-museo sovvenziona infatti ogni anno numerose associazioni a difesa degli animali.

Da Shirakawa a Carpineti: un viaggio di 10000 km tra usi e costumi assolutamente identici

Arrivare nella cittadina di Shirakawa non è facile: posizionata a 500 metri di altitudine, è situata nella prefettura di Gifu, in una zona del Giappone poco popolosa poiché impervia a causa dell’abbondanza della vegetazione e delle precipitazioni che, nei mesi invernali, si tramutano in neve, la quale, scendendo copiosa, attacca al terreno fino a raggiungere un’altezza di tre metri.

E allora perché andarci? La storia potrebbe aiutarmi a rispondere alla lecita domanda: insediamento databile, presumibilmente, all’8000 a.C., non se ne sa nulla fino al XII sec. d.C. quando Kanenbo Zenshun, discepolo del monaco buddhista Shinran, vi introdusse tale religione. La sua storia continua dunque sulle orme di una normale cittadina di campagna fino a quando, dopo la guerra nel Pacifico, a seguito dello sviluppo economico, il villaggio di Shirakawa fu letteralmente assalito da una serie di lavori per la costruzione di dighe: fu per questo che gli edifici in stile Gassho divennero rinomati e cominciarono a essere venduti in tutto il Giappone, tanto che, con la costruzione di edifici contemporanei, le autorità locali chiesero il trasferimenti delle antiche case nel villaggio Gassho di Shirakawa.

Correva l’anno 1972. Non passò molto tempo prima che il villaggio fosse designato come un’area di conservazione per un gruppo di importanti edifici storici, divenendo, nel 1976, patrimonio Unesco.

Ma cosa sono le case in stile Gassho?

Per capirlo è necessaria una precisazione: la cittadina di Shirakawa è gemellata con quella di Alberobello. Il motivo è dato dal fatto che, come in Italia, anche in Giappone queste case hanno un tetto molto particolare che, al posto dei mattoni pugliesi, assembla giunchi di bambù per creare un tetto resistente alla pioggia e ai terremoti. L’azione del montaggio, poi, viene fatta in giornata da una squadra di circa 50 uomini che, in una divisione comunitaria del lavoro detta “yui” permette di rimuovere la vecchia copertura e posizionare quella nuova nel giro di una giornata.

All’interno, invece, i tetti sono sorretti da travi annodate (e non bloccate) tra di loro per permettere una maggiore oscillazione e flessione della copertura durante i terremoti. Le travi della soffitta, poi, sono compattate tra di loro dalla fuliggine che sale dal fuoco posizionato a piano terra, attraverso una serie di piani sovrapposti in cui si trovano il dormitorio, la cucina e l’essiccatoio, fino al sottotetto.

Un accorgimento intelligente ma non unico al mondo: la mia fida compagna di viaggio, la nonna, mi fa notare che anche al suo paesino d’origine, sulle colline reggiane, i “metati” per essiccare le castagne erano fatti allo stesso modo.

E, strada facendo, le cose in comune tra due Paesi così diversi si fanno sempre più numerose. Dalla “vasura” che, nel dialetto emiliano, indica quell’oggetto che anche in Giappone viene usato per dividere il frutto della castagna dalla sua buccia; alla “mina”, unità di misura prestabilita per conteggiare la quantità esatta di prodotti quali riso, farro, avena.

E che dire del rito del té, vera a propria filosofia di public relation? Come ogni emiliano che si rispetti, nel paese della nonna tale rito non si compie tuttavia col te ma con l’alcol: a Natale e alle festività è infatti uso offrire il vino o il liquore locale Sassolino ad amici e parenti in giro per le case.

Una forma di rispetto reciproco che si manifesta anche nel rapporto con gli animali: per il Giappone è il manzo che, durante la sua vita, viene accudito a base di birra e massaggi con l’intento di produrre una carne sopraffina, mentre per l’Emilia Romagna è il maiale che, alimentato con prodotti di alta qualità, viene usato davvero per tutto, al fine di non buttarne via niente. Un tuffo nel passato, insomma, durante il quale la nonna mi ha pazientemente spiegato usi e costumi di Carpineti, tanto vicino a Shirakawa nonostante i 10000 km che separano i due paesi.

Perugia: Rocca Paolina

Perugia si trova nel cuore dell’Umbria, nel torace della penisola italiana a 400 km da Milano e da Napoli, é un’incantevole città che accoglie ed ammalia i visitatori che raggiungono il centro storico sito a 450 metri sul livello del mare, passeggiando a perdi fiato tra vicoli in salita.

Memore delle sue origini etrusche ne conserva la porta Marzia, la porta Trasimena, la porta Sole e l’Arco di Augusto.

É città ricca di monumenti storici come i centralissimi Palazzo dei Priori, ancora sede del Comune e della Galleria Nazionale dell’Umbria e la Fontana Maggiore costruita da Nicola Pisano e figlio in Piazza IV Novembre.

Perugia è racchiusa quasi per intero dalla cinta muraria medievale e presenta nell’acropoli una curiosa fortezza: la rocca paolina.

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La sua storia

Tutto incomincia dal 1540 a seguito della cosiddetta “Guerra del Sale” in cui il popolo di Perugia insorge contro lo Stato Pontificio guidato da Paolo III Farnese noto mecenate committente, per esempio, del Giudizio Universale di Michelangelo.

Da quel momento si riafferma il dominio pontificio sulla città che viene dimostrato con la distruzione di interi quartieri (quello dei Baglioni che era una famiglia ostile al pontefice e il Borgo di San Giuliano), dai quali Paolo III ricavò lo spazio e i materiali per la costruzione della rocca il cui progetto venne affidato ad Antonio San Gallo.

La rocca è una struttura militare di grande pregio artistico, in cui l’architetto è riuscito a incastonare anche l’antica Porta Marzia etrusca. Costituita da tre parti essenziali: il palazzo del Papa, il caratteristico “corridore”, una struttura alta e stretta dotata di un percorso scoperto e di due coperti che si collega con la “tanaglia”, struttura solamente militare protesa verso la campagna.

Così il Farnese dava a Perugia un aspetto inespugnabile e proteggeva la città da attacchi nemici che potevano provenire dai borghi limitrofi.

Nata da macerie, a sua volta è stata distrutta e ricostruita a più riprese nel corso del XIX secolo, epoca durante la quale vi è stata una riqualificazione urbana ed è stato costruito ciò che ancora oggi possiamo osservare: i giardini Vannucci e Piazza Italia con l’Albergo Brufani, il palazzo Cesaroni.

Della costruzione medievale rimangono soltanto i sotterranei del palazzo papale che negli anni ’30 del XX secolo sono stati ripuliti; soltanto negli anni sessanta essa è stata riaperta al pubblico.

Nel presente

Oggi appare come una città sotterranea alla quale si accede anche mediante scale mobili.

Viene chiamata con un acronimo CERP ossia Centro Espositivo della Rocca Paolina poiché l’amministrazione comunale ha deciso di rivalutare questo spazio facendone una delle arterie più vitali della città. Ospita manifestazioni culturali e turistiche, infatti si può facilmente incappare in esposizioni artistiche e in bancarelle di speciali prodotti enogastronomici. Nel sito della Provincia di Perugia si sottolinea come essa abbia «l’obiettivo di crescere sempre più verso un’organizzazione dinamica degli spazi, in grado di fare del Cerp un punto di riferimento insostituibile per Perugia e per l’Umbria».

I Remainder della storica libreria meneghina “Fiera del Libro”

Amate andare a comprare libri nelle librerie ma per colpa della crisi lo considerate troppo costoso? A Milano, in corso XXII marzo al numero civico 23, la libreria indipendente “Fiera del Libro” ci mette a disposizione i suoi scaffali ricoperti di remainder, i libri scontati a metà prezzo.

Il prezzo dei remainder è il 50% sul prezzo di copertina, poiché costituiscono le giacenze di magazzino di edizioni non più in commercio, in quanto o il titolo viene ristampato in una nuova edizione o perché posto fuori catalogo dall’editore. Di conseguenza, sono i libri “vecchi” non più disponibili nelle librerie tradizionali, ma non così datati da presentarsi come edizioni tradotte in modo obsoleto, rovinate o usate; disponibili, anzi, per i lettori che amano crearsi una piccola libreria casalinga senza spendere un capitale.

Fondata nel 1963 da Adriano Guaitamacchi, all’incrocio del corso XXII marzo e via Cellini, la libreria si propone sin da subito sul mercato librario come punto vendita di remainders.

Nel 1992 “Fiera del Libro” passa nelle mani del figlio Davide, che oltre a portare avanti l’idea paterna, decide di ampliare la libreria acquistando un altro locale, questa volta molto più ampio, sullo stesso corso XXII marzo al numero civico 23, con lo scopo di affiancare alla vendita dei remainder le nuove uscite: nacque così una libreria suddivisa in due differenti e diversificati punti vendita. Nel dicembre 2013, invece, Davide attuò un ulteriore cambiamento trasferendo le nuove uscite dal primo locale – quello più piccolo, aperto dal padre e ad angolo con via Cellini per intenderci – al locale più ampio, al numero civico 23, facendo così ritornare “Fiera del Libro” una libreria unica e compatta.

Appena entrati immediatamente si comprende il perché del nome “Fiera del Libro”: edizioni che spaziano dall’Adelphi, vari e tascabili, alle case editrici ES e SE, sino all’Abscondita e ai manuali scientifici; libri illustrati per bambini, romanzi Harmony, manuali di astrologia, cucina, cinema e fotografia, articoli riguardanti la città di Milano, animali e libri sull’arte; edizioni sulla pittura, sul design, sul giardinaggio e sulla moda; dizionari di vario genere, musica, yoga, salute e automezzi.

La libreria ha anche un piano inferiore, sempre dedicato ai remainder, ma a quelle edizioni più difficili da vendere e/o in uno stato meno presentabile: le librerie a metà prezzo, difatti, non possono usufruire del Diritto di resa – ovvero restituire alla casa editrice i libri non venduti – e, di conseguenza, devono escogitare tutte le strategie possibili di vendita. Nel piano inferiore, dunque, si susseguono ripiani di fantascienza, enciclopedie, manuali di storia e letteratura, fumetti, classici in lingua, le case editrici Sellerio, Piccola biblioteca Adelphi, Adelphi rovinati al 75% di sconto e le edizioni di Avia Pervia della collana Sormani.

Insomma, zaino in spalla e via, tutti dai Guaitamacchi!

 

Una quotidianità in maschera (anti-smog)

La vita di uno studente  fuorisede a Beijing presenta grossomodo gli stessi oneri e responsabilità di un qualunque altro studente fuorisede, tranne per alcune piccole e peculiari stranezze che è impossibile riscontrare nelle città universitarie occidentali.

A cominciare dalle prime domande mattutine: «Perché ieri sera non sono andato a letto prima?», «Che lezioni mi aspettano oggi?», «Che tempo fa oggi?», «Tocca mettere la mascherina o no?».

Effettivamente,  qualunque occidentale consapevole dei rischi di vivere in una delle città più inquinate del mondo farà propria la stramba abitudine di controllare periodicamente la qualità dell’aria della città in cui vive, se non quella del proprio distretto.

Il prezzo del progresso

«Le cose positive non superano la porta di casa, quelle negative viaggiano per più di mille miglia», dice un antico proverbio cinese e difatti le notizie di  allarme inquinamento a Beijing occupano periodicamente le pagine delle testate giornalistiche occidentali.

Il rapido e incontrollato sviluppo industriale che ha interessato la nazione cinese negli ultimi decenni, è stato portato avanti senza un’adeguata politica di tutela ambientale e della salute della popolazione. Secondo lo studio Global Burden of Disease, nell’anno 2010 l’inquinamento atmosferico in Cina è stato responsabile di 1,2 milioni di morti su suolo cinese.

Dati sconvolgenti per una nazione così popolata come la Cina, che paradossalmente si trova al primo posto al mondo per la produzione di impianti fotovoltaici, e che hanno costretto le autorità ad ammettere l’esistenza di una vera e propria emergenza smog tanto da annunciare una serie di misure su larga scala atte alla limitazione dell’inquinamento.

AQI a portata di mano

Il “termometro” di riferimento per la determinazione della qualità dell’aria è l’indice PM 2.5 (Particulate Matter 2.5), che indica il particolato presente nell’atmosfera dal diametro aerodinamico uguale o inferiore ai 2.5 µm, o millesimi di millimetro. È questo il tipo particolato più pericoloso, perché in grado di superare le prime vie respiratorie e di raggiungere i polmoni e i bronchi, fino agli alveoli polmonari, causando ingenti danni all’apparato respiratorio.

La misurazione della concentrazione di PM 2.5 per metro cubo assume notevole importanza perché utile, insieme ad altri agenti inquinanti (come la concentrazione di NO2 e di SO2), alla determinazione dell’Air Quality Index o AQI,  un indice di rilevamento della qualità dell’aria secondo gli standard stilati dalla United States Environmental Protection Agency. È stato quindi possibile stilare un modello di riferimento pratico, attraverso il quale è possibile individuare i rischi per la salute della popolazione in base al valore dell’AQI.

Tabella di riferimento per i rischi della popolazione

Questo valore è determinato oltre che, come già detto, dalla concentrazione degli agenti inquinanti che varia repentinamente in base al minor o maggior utilizzo di automobili, riscaldamento e via dicendo; anche dal vento e dalle precipitazioni atmosferiche.

Ed è così che una risorsa online come Beijing Air Pollution: Real-time AirQuality Index (AQI), che, grazie alle numerose stazioni di rilevamento distribuite per tutta la capitale, rileva 24h/24h il livello degli agenti inquinanti nocivi è diventata indispensabile per la stragrande maggioranza della popolazione cinese.

L’abitudine di controllare svariate volte l’indice AQI è ormai radicata nella vita di tutti i giorni, specialmente dal momento in cui al sito internet è stata associata una app per tutti i tipi di smartphone e tablet presenti sul mercato. Particolare questo, di non poco conto, considerando quanto la popolazione cinese, soprattutto quella più giovane, sia estremamente ricettiva alle nuove tendenze tecnologiche.

Panoramica delle principali stazioni di rilevamento della qualità dell’aria

Mascherine anti-smog: un must-have

A difesa della salute del cittadino cinese, è nato un vero e proprio business delle mascherine anti-smog, caratterizzato da una offerta piuttosto variegata: maschere di tutte le misure, per bambini e adulti, per attività standard o per attività sportive, dall’estetica e dalle tecnologie più disparate.

Lo sviluppo repentino di questo settore ha portato anche alla presenza sugli scaffali dei negozi cinesi di mascherine anti-smog poco efficaci e di cattiva qualità, o addirittura di merce contraffatta.

Il top di gamma delle mascherine anti-smog è rappresentato senza dubbio dalle mascherine di categoria N95, una certificazione assegnata dall’americano National Institute for Occupational Safety and Health (NIOSH) ai respiratori e alle mascherine in grado di filtrare il 95% di particolato.

Questa certificazione statunitense rappresenta quindi una garanzia di riferimento per il consumatore, che potrà quindi scegliere all’interno di questa categoria la mascherina anti-smog più adatta in termini di vestibilità e praticità. Caratteristiche queste importanti, poiché anche una mascherina di categoria N95 perderà tutta la sua utilità qualora non si adattasse alla forma del proprio viso, coprendo perfettamente le prime vie respiratorie.

[ph. Kin Cheung/Bobby KC/DL – RTRL964]

Una volta procurata la mascherina che fa al caso nostro, preferibilmente presso le grandi catene di distribuzione o su piattaforme online garantite (una su tutte Amazon.cn), saremo pronti ad affrontare anche le giornate più inquinate e grigie…sperando di non farci troppo l’abitudine!