Il co-fondatore della Lonely PlanetTony Wheeler racconta la storia della collana di guide, situazioni critiche legate al successo e il mito dei “Luoghi pericolosi”, interloquendo con Lee Marshall, scrittore di viaggio.
Tony nasce in Gran Bretagna ma si mette in viaggio fin da piccolo infatti, per seguire il padre pilota di aerei, la famiglia si trasferisce dapprima in Pakistan, poi alle Bahamas e infine negli Stati Uniti.
Durante l’Università conosce Maureen, che diventerà sua moglie, con la quale decide di prendersi un anno sabbatico (in realtà saranno quattro anni) per viaggiare: andranno da Londra all’Australia attraverso la cosiddetta “Rotta degli Hippies“: Turchia, Iran, Afghanistan, India.
Nel 1973 vienepubblicato Across Asia on the cheap, libro che non era stato programmato per essere tale, ma frutto di una raccolta di appunti che scrivevano a mano e si scambiavano tra viaggiatori, una sorta di trip advisor on the road che funzionava senza smartphone e andava ad arricchire le informazioni delle guide tradizionali (Guide Blu, Guide Michelin ecc.) le quali fornivano quasi esclusivamente indicazioni sui monumenti e sulla storia del luogo.
Perciò le guide Lonely Planet costituirono una rivoluzione.
Dal 2011 Lonely Planet è stata acquistata dal gruppo britannico BBC Wordwide.
Con il successo però iniziarono anche ad arrivare le critiche, per esempio i coniugi Wheeler vennero accusati di rovinare luoghi incontaminati, favorendo il turismo. Tuttavia si trattava di guide che volevano diffondere la conoscenza di luoghi del pianeta senza trascurare i più sperduti; mentre il turismo era certamente frutto di altri tipi di investimento, per esempio la costruzione di aeroporti e strutture alberghiere dei quali Lonely Planet non era responsabile.
Inoltre sono stati accusati di sostenere i regimi, efficace l’esempio della guida relativa alla Birmania per la quale è in atto un boicottaggio da parte di un’associazione di diritti umanitari.
Wheeler oggi cerca di sfatare il mito dei luoghi che abitualmente vengono ritenuti rischiosi per l’incolumità. Spesso, dice, mangiamo o utilizziamo prodotti che vengono da tutto il mondo e viaggiare in luoghi insoliti ci permette di scoprirne le origini, di scoprire che ,ad esempio, il Pakistan è il maggior produttore mondiale di palle da cricket.
Racconta vari aneddoti di situazioni al confine «della linea d’ombra»: imprigionato in Congo per essere poi derubato, preso a sassate in Palestina perché scambiato per israeliano. Tuttavia conclude: «i luoghi che ti lasciano a bocca aperta, quelli che ti tagliano il fiato, sono spesso i luoghi meno confortevoli, amichevoli, accoglienti […] e ti accorgi che poi, da vicino, i posti pericolosi sono posti normali».
Un piacevole incontro tra Arianna Ciccone, l’entusiasta fondatrice del Festival, e Paolo Mieli presidente del gruppo RCS. Gli argomenti si permeano tra loro ma sono essenzialmente storia, politica e, data la sede, il giornalismo.
Oblio, secondo Mieli, è la caratteristica necessaria per fare i conti con la storia e serve a riconsiderare le vicende cogliendone le sfumature. Memoria storica ed oblio sono intrecciate.
Gli esempi vanno dall’Odissea alla storia contemporanea Italiana, convenzionalmente scandita da passaggi di ventenni carichi di colpe che si riversano nei ventenni successivi. Le battaglie contro Craxi diventano le battaglie contro Berlusconi e quelle contro Il Cavaliere foraggiano quelle contro Renzi. Questa forma mentis è come «acqua avvelenata che nella stagione successiva serve solo a intorbidire. Non permette di vedere la verità».
Ciccone chiede l’opinione di Mieli su quanto si potrà conoscere sulle stragi attraverso la desecretazione degli archivi prevista dalle direttive di Renzi.
Parlando da storico ricorda che sin dalla rivoluzione francese il mostrare al popolo carte e documenti per giustificare casi irrisolti è stato uno strumento per generare il mito del buon governo, propaganda del potere. Inoltre come insegna l’aneddotica su Gavrilo Princip la storia può essere determinata anche da una successione di coincidenze. Pertanto «In questi archivi non si troverà nulla che non si sappia già».
La conversazione si sposta sul futuro: la fondatrice del festival chiede al presidente quali fonti del giornalismo ci saranno fra cinquant’anni. Questa domanda apre un sipario su i due interlocutori che diventano attori con parti antitetiche. Da un lato la giovane Ciccone promotrice del web e dall’altro Mieli paladino della carta stampata.
Secondo Mieli «Non vi è mai stato un periodo migliore per l’informazione che non è mai stata così massiva. Tuttavia gli storici del futuro dovranno saper scegliere, poiché molta immondizia si mescola a cose verificate e serie […] Internet non conosce l’oblio perché aggressivo e fra dieci o trent’anni sarà molto difficile saper riconoscere le notizie false e non si distingueranno i giornalisti autorevoli». «Quindi secondo Lei l’autorevolezza dipende dal mezzo di comunicazione?» incalza Ciccone «Sì, la formazione dipersonalità autorevoli in vent’anni di rete è rimasta su carta stampata o legata a forme tradizionali». La Ciccone ribatte parlando di una rivoluzione dei paradigmi culturali senza precedenti: «Anzitutto il web è un ambiente più un che mezzo di comunicazione e nella società del futuro probabilmente non ci saranno più opinion leader ma una cultura partecipata».
Si conclude facendo i conti con la politicae Arianna chiede: «Napolitano nel dicorso del 25 aprile ha parlato di onore per la vicenda dei Marò, secondo Lei è corretto?» «No, si è trattato di una leggerezza, per un caso giudiziario in cui non vi è ancora una sentenza». Inoltre è grave perché emblematico di un atteggiamento molto popolare in Italia, quello di non usare criteri unitari nella valutazione dei fatti.
In copertna ph. Alessio Jacona [CC BY-SA 2.0/Wikimedia Commons]
Il conduttore di Piazzapulita Corrado Formigli ha deciso di ritornare ad osservare la realtà con i propri occhi e quindi di viaggiare nell’Italia della crisi, alla ricerca, ove possibile, di segni di ripresa.
L’impresa impossibile:libro presentato durante la terza giornata del Festival Internazionale del Giornalismo, insieme alla fashion designer Beatrice Bruzziches e al fotografo Oliviero Toscani, è il frutto di questa esperienza.
È un racconto che non vuole essere consolatorio, ma che propone otto storie di imprenditori coraggiosi come «fiori nel deserto»che sono sopravvisuti al tracollo economico con alcuni espedienti.
Il primo: la bellezza, puntare sul valore aggiunto dei prodotti rendendoli belli è un modo per emergere nel mercato che sta affondando. Il secondo: la generosità, valore da recuperare, mettendo mano al portafoglio e investendo ma anche condividendo i progetti.
Caratteristica comune a tutti gli imprenditori esemplari che sono sopravvisuti alla crisi è il terzo valore, la sobrietà, poiché dimostra il rispetto per il lavoro e stimola i lavoratori stessi ad impegnarsi per un’azienda, per uomini che si sono spogliati dei simboli della ricchezza e del potere.
Ultimo e indispensabile mezzo per la riuscita è lo spirito di sacrificio soprattutto per i più giovani.
A questa categoria appartiene anche Benedetta Bruzziches designer che, spiega, ha raggiunto il successo sognando in grande, puntando al mercato di lusso per emergere in quello globale e affidandosi alle sue competenze e ad un ritorno all’artigianato.
Oliviero Toscani ripone una fiducia spassionata nei giovani italiani dai quali vorrebbe vedere nascere il cambiamento di questa società italiana di «corrotti, corruttori,corruttibili»: per il fotografo migliorare è possibile partendo da un «fuoco» creativo e dall’entusiasmo che le nuove generazioni sicuramente hanno dentro di sé.
Per Formigli è fondamentale che gli italiani tornino ad indignarsi e quindi a credere nel proprio paese.
Ha rinnovato la curia, quella stessa che ha definito “la lebbra della corte del papato”, ha ribaltato lo Ior, la banca vaticana, ha toccato temi etici di delicatissima importanza quali la morte, il matrimonio, la vita, le coppie di fatto, l’omosessualità: scelte ardite per questo papa Francesco I, ma che Corrado Augias ha deciso di raccontare nella sua ultima edizione “Tra Cesare e Dio”, presentata oggi nella Sala dei Notari.
Un rispetto quasi affettuoso, quello dimostrato dall’ateo Augias nei confronti del papa argentino, che così lo descrive: “E’ stato il primo, dopo 90 papi nella storia della Chiesa, ad avere scelto il nome di Francesco. Non quello di un Gesuita, dunque, quella congregazione cattolica che è stata nel tempo accusata di essere dotta troppo intellettuale e lontana da quel Vangelo a cui, di contro, il francescanesimo, di cui Francesco è stato capostipite, insistentemente si richiama”. Un rivoluzionario già nel nome che, tuttavia, proprio per questo spirito innovatore, sa di avere diversi nemici tra i conservatori della Santa Sede: non a caso ha infatti dovuto “allentare la presa” su altri temi, quali il sacerdozio per le donne, al quale si è fermamente opposto.
Unico argomento sul quale Francesco non si è ancora esposto rimane, tuttavia, quello del ruolo pubblico della religione: una pagina nera della storia italiana, che Augias non esita a definire “volgare”: volgari i Patti Lateranensi del 1929 voluti da Mussolini, volgare il concordato del 1984 voluto, questa volta, da Craxi. Come fare? Se Benedetto Croce si arrese all’evidenza che “abbiamo avuto troppe storie per poterle racchiudere in una storia sola”, motivo, questo, che ci ha portato ai “volgari” ritorni storici poco prima accennati, Augias auspica che né Bergoglio né, tantomeno, Napolitano, cadano nel vecchio tranello di uno Stato repubblicano e democratico viziato dalle ingerenze di una Chiesa troppo spesso oscurantista. Riusciranno, dunque, i due uomini di Stato ad affilare le armi diplomatiche evitando pressioni dell’uno sull’altro? Ai posteri l’ardua sentenza.
Ph. Andrea Pellegrini [CC BY-SA 3.0/Wikimedia Commons]
Secondo il World Happiness Report del 2013 la Danimarca è il posto più felice del mondo. Come molte altre nazioni nord europee, la Danimarca si distingue per un’ottima qualità della vita e potrebbe in effetti essere questo il motivo per cui la sua popolazione è gentile, disponibile e fiduciosa, facendo della capitale Copenhagen una città fatta da e per persone oneste: l’educazione e cortesia tipica dei suoi cittadini, si rispecchia sulla città stessa, rendendola una della migliori in cui vivere.
E per il turismo?
Di origine vichinga, Copenhagen assomiglia a molte delle città che si possono trovare nel Nord: città marittima, case colorate che si affacciano sui canali o sul porto, ordine e pulizia.
Tutto qui? Niente affatto, Copenhagen è ricca di monumenti storici e di interesse turistico che la rendono una città molto viva, al centro di una vasta area metropolitana collegata con la Svezia, grazie ad un ponte ultimato nel 2001 che dalla città danese giunge fino alla città svedese di Malmö.
Prima nelle classifiche di equilibrio tra vita e lavoro, per un turista Copenhagen può essere una città molto costosa: per tentare di ridurre almeno in parte i costi si può acquistare la Copenhagen Card che al costo di 48€ fa accedere a 72 tra musei e principali attrazioni della città e usufruire di tutti i mezzi pubblici, battelli compresi, per 24 ore.
Oltre alla rinomata e famosissima statua della Sirenetta, ispirata alla celebre favola di Hans Christian Andersen, sono molto visitati dai turisti il Municipio di Copenhagen, un edificio in stile neorinascimentale che domina l’omonima piazza e che soprattutto di notte offre una visuale di sé molto suggestiva, e il castello di Rosenborg, costruito come residenza reale che si trova al centro della città e che ci offre uno spaccato d’origine rinascimentale della capitale danese.
Castello di RosenborgCastello di Rosenborg
Il Museo Nazionale Danese (Nationalmuseet København) era in precedenza una residenza della famiglia reale, convertito poi in museo per conservare gli esempi migliori della civiltà danese comparata ad altre civiltà, dall’arte antica a quella contemporanea: un panorama culturale che va dalle origini fino ai giorni nostri coprendo qualsiasi ambito di vita, da quello del focolare domestico fino alle guerre intraprese nei secoli.
Skeletter del Nationalmuseet
Addentrandosi nella città, uno degli edifici più importanti da visitare è la Rundetaarn, letteralmente dal danese ‘torre rotonda’, l’antico osservatorio della metà del XVII secolo che ora offre dalla cima una vista completa e suggestiva su tutta la capitale.
Al centro della città si trova la Holmen Kirke, da visitare anche solo per l’altare in legno che richiama splendidamente l’arte barocca.
La Cattedrale di Nostra Signora è il principale luogo di culto luterano della città, costruita nel 1829 e ornata da preziose sculture dell’artista danese Bertel Thorvaldsen, a cui per altro è dedicato uno dei musei d’arte della città.
Cattedrale di Nostra Signora
Avvolta nel suo ‘diamante nero’, una costruzione del 1999 in marmo nero e vetro affumicato, la Biblioteca Reale spicca nel panorama visibile dal percorso in traghetto che permette di osservare la città dal mare. E’ una delle biblioteche più grandi della Scandinavia e fu fondata a metà del XVII secolo.
Sempre in tema di istruzione, l’Acquario di Copenhagen è tra i più grandi d’Europa, aperto dagli anni ’40, con più di 70 vasche.
Infine per combattere il freddo e il vento che batte la città anche a primavera già iniziata, è interessante una visita al birrificio-museo Carlsberg, che permette una visita nella storia dell’azienda e un assaggio della birra prodotta.
Continua il nostro percorso tra i muri e gli oggetti di Milano reinventati dalla Street Art: dai colori e sorrisi pop di Pao passiamo ora al lato concettuale dei graffiti urbani e al loro ambizioso obiettivo di proporre un’arte volta a far girare le rotelline dei cervelli cittadini.
Blu all’entrata del Padiglione d’Arte Contemporanea (PAC).Urban solid.
Incontriamo, dunque, l’artista emergente Fra.Biancoshock, considerato dallo stesso Pao uno dei nomi più interessanti e promettenti a Milano.
Fra ha realizzato più di 400 interventi urbani in Italia, Spagna, Portogallo, Croazia, Ungheria, Repubblica Ceca, Malesia e Stato di Singapore, privilegiano uno stile che si allontana dalla pittura per adoperare gli oggetti stessi come mezzo artistico.
Quali necessità ti hanno portato ad approcciarti alla Street Art?
«In primis il bisogno di comunicare con il resto del mondo in un modo diverso. Provenendo dal mondo del writing mi sono ovviamente reso conto che la strada era il mio palcoscenico naturale e ho iniziato così a sperimentare degli interventi che potessero esprimere i propri messaggi in un contesto urbano».
Dal punto di vista artistico Fra ha sempre cercato e creato un percorso creativo unico e altamente soggettivo, che non si ricollegasse a lavori altrui o a scuole di pensiero definite in una corrente esplicitamente riconoscibile. I suoi mentori arrivano direttamente dalla Street Art, come Brad Downey, Elfo, The WA, Mathieu Tremblin, SpY, Vladimir Turner e Evan Roth.
Nel nostro precedente articolo ci siamo occupate dell’artista Pao: sicuramente lo conosci, ma non sappiamo cosa ne pensi e se ti sei ispirato a lui.
«Io e Pao ci siamo conosciuti di persona nell’ultimo anno. Penso sia un precursore della Street Art milanese, che abbia una sua coerenza artistica ma preferisco dire quello che penso di lui come persona: centrato, disponibile, professionista.
Detto che lavoriamo entrambi in strada e a volte su complementi di arredo urbano, credo di non essermi ispirato a lui, più che altro perché i mie interventi cercano sempre di cambiare mezzi, media, messaggi, soggetti e situazioni.»
All’inizio del suo percorso artistico Fra.Biancoshock decise di portare avanti la provocazione Sorry this artist does not exist nei confronti dell’arte in generale e dei suoi sistemi, ma:
«A un certo punto ho capito che questa provocazione si era esaurita. Proseguire con quel “claim” sarebbe stato ipocrita e avrebbe rischiato di diventare un’etichetta “commerciale”. Non riconoscendomi in categorie specifiche tipo street art, urban art, etc etc. ho deciso di dare personalmente un nome a ciò che faccio, mettendo a fuoco una serie di elementi che han sempre fatto parte del mio iter creativo. I miei lavori sono sempre stati rivolti alle persone comuni, a quel punto ho ritenuto indispensabile cercare un confronto con Silvia (Silvia Butta Calice, sua Art producern.d.r.), ovvero una persona che avesse un’esperienza diversa da quella artistica e che, allo stesso tempo, potesse darmi una visione imparziale ed estranea al mio concept per capire i punti di forza e le lacune di questa mia nuova visione: da qui è nato Ephemeralism.
E dato che ho martoriato questa ragazza con interminabili discorsi che spaziavano dai massimi sistemi dell’Arte fino al puro Non-Sense, ho deciso di spiegare tutto questo attraverso una personale, di cui Silvia è la curatrice.»
Dopo numerosi progetti quali “Antistress for free”, “Graffiti is a religione” e “Someone”, per citarne solo alcuni, Fra crea e promuove l’avanguardia artistica Ephemeralism, ovvero Effimerismo: attraverso il dialogo tra la praticità della Street Art e le modalità espressive dell’arte concettuale, l’artista promuove una corrente in cui gli oggetti artistici esistono in un tempo limitato nello spazio, ma che persistano illimitatamente attraverso la fotografie, il video e la viralità tipica dei social network. Utilizzando questi strumenti le riflessioni che impone con i suoi lavori passano dall’essere effimeri all’essere “ephemeralism”.
Ingresso alla 77 Art GalleryStrumenti d’artista
All’inizio di marzo del corrente anno, in Corso Porta Ticinese a Milano, Fra ha presentato la sua prima personale milanese nello spazio 77 Art Gallery: in relazione alla tua prima personale a Milano, come spieghi il connubio fra arte di strada e lo spazio chiuso dell’esposizione?
«Credo che la galleria d’arte intesa come galleria-gallerista-critico-scaffali di opere di artisti-elitè-inaugurazione la domenica pomeriggio non sia per il mio tipo di approccio la location ideale in cui esprimermi. Poi vi sono realtà diverse, come ad esempio al 77 Art Gallery, che operano con logiche diverse, più attuali e più stimolanti per gli artisti.
Io avevo bisogno di presentare questo progetto e avevo bisogno di uno spazio chiuso in cui le persone possano vedere quello che negli altri 364 giorni esprimo per strada. In questi anni molti hanno scritto che sono molto viral ma che di mio in giro si vede fisicamente poco. Dato che è vero, mi sembrava carino pensare a questo momento per esibire un po’ di esperienze effimere.»
Opera effimera esposta alla mostra
A differenza di Pao, che ha un retroscena culturale del miglior teatro milanese, l’arte di Fra.Biancoshock nasce e si forma attraverso le strade, dialogando sì con il cittadino medio ma chiedendogli uno sforzo interpretativo maggiore.
La causa di questo sforzo non risiede nel messaggio, ma nello stile: la tecnica adoperata prevarica il linguaggio semplice e immediato, con la volontà di combinare stili appartenenti a più arti e metodi espressivi altamente contemporanei. In questo modo, rimaniamo in una Street Art di nicchia, aperta solamente alle giovani generazioni: vecchietti e adulti con menti ristrette, difatti, possono sicuramente osservare i suoi interventi urbani, ma non potrebbero mai recepire il passaggio successivo della sua corrente artistica, ovvero la possibilità di essere reiterata infinitamente grazie all’utilizzo di fotografie e video caricati su internet, canale comunicativo contemporaneo per eccellenza.
Pensando agli effetti sul fruitore si può fare di nuovo un confronto tra Pao e Fra. Le opere di Pao suscitano un sorriso corale perché ridanno slancio vitale a tristi elementi urbani, mentre Fra utilizza più spesso il pirandelliano “sentimento del contrario” con il quale ci mostra le contraddizioni della società, tant’è che le sue opere umoristiche fanno provare anche un certo disagio.
Panettoni trasformati in pinguini, lampioni reinventati in chupa chups, alberi ornati da ricami di lana, cartelli stradali invasi da omini stilizzati, cabine ed edicole su cui spuntano teste di gallo, tubature che diventano bastoni da appoggio per vecchietti e, ancora, crepe da cui si scorgono mondi visionari: le creature della Street Art invadono le strade delle città di tutto il mondo, mutandone gli elementi.
Specialmente in ambienti grigi e alienanti, l’arte fuoriesce dalla tela, dal marmo e dalla pellicola per invadere la quotidianità dei cittadini e strappare sorrisi, suggerire spunti, creare provocazioni: e a Milano?
Uno degli Street Artists più conosciuti e operanti nel capoluogo lombardo è senza ombra di dubbio Pao, coi suoi popolari pinguini e personaggi di fantasia provenienti dal mondo dei fumetti.
Dopo aver lasciato la facoltà di giurisprudenza al primo anno, decide di iniziare un’esperienza lavorativa con la compagnia teatrale di Dario Fo e Franca Rame. Si trasferisce poi a Londra in cerca di lavoretti e si accorge che le cose lì, non sono come le aveva immaginate. Qui vengono gettati i semi della sua riflessione sugli spazi urbani perché attorno a lui vede telecamere, sistemi di sicurezza e polizia ovunque, inizia a sentirsi come in 1984 di Orwell, ne prova un vero senso d’angoscia.
Quale necessità ti ha portato ad approcciarti alla street art?
«Quando ho iniziato, stavo passando un brutto periodo, ero particolarmente depresso, un anno di vita a Londra mi aveva completamente alienato. L’idea di dipingere per strada sui paracarri mi è arrivata quasi per gioco, subito mi sono accorto che funzionava come terapia, non solo per me ma per tante persone che approcciandosi alle mie opere ritrovavano il sorriso. Proprio l’apprezzamento delle persone mi ha spinto a continuare e a intraprendere questa difficile strada».
Ha avuto la fortuna di essere apprezzato da due delle personalità più note nell’ambito della Street Art, Marco Teatro e Paolo Buggiani, che lo hanno appoggiato e ispirato con il loro carisma. Un aneddoto esemplificativo dello spirito a cui Pao si sente realmente affiliato: proprio Paolo Buggiani , ormai agé, invitò Pao a Roma e durante una tranquilla passeggiata in Trastevere salì con una scala su un albero per collocare uno dei suoi coccodrilli spiazzando il giovane.
Paopao studioAncora Paopao studioPao
Nell’arte di Pao si può affermare che la cifra stilistica sia la capacità di far scaturire un sorriso, un ricordo d’infanzia. I suoi personaggi sono spesso legati al mondo dei fumetti, e ultimamente per le strade di Milano si può incappare, oltre che in Hello Spank, anche in Mister Magoo e uno Snoopy sonnecchiante sulla sua casetta rossa.
Paolo è attivo dal 2000 nella sua città natale perciò nasce la curiosità di sapere, quali e dove sono i lavori che ti hanno appassionato di più e perché?
«Di lavori belli a cui sono affezionato ce ne sono molti, per diversi motivi. Diciamo che in 14 anni di tempo ho avuto modo di realizzare tante opere, ma sicuramente ce ne sono alcune che per un motivo o per l’altro sono più significative. Le prime rimangono nel cuore perché da lì tutto è iniziato, quasi inaspettatamente.
Piazza Arcole a Milano, dove c’era una rotonda di 22 panettoni tutti dipinti; via Cesariano, dove ho dipinto l’intera piazzetta con l’aiuto dei residenti e dei negozianti; ma anche la tela esposta nel 2007 al PAC (Padiglione d’Arte Contemporanea a Milano, ndr), i nuovi lavori di Street Art con tematiche nuove, le tele concave che sto dipingendo…».
Il suo ultimo intervento in città è POP, un disegno creato sul ponte che collega via Lagrange a via Gola sul Naviglio Pavese, nell’ambito dell’iniziativa Bridge Festival prodotta da Evoluzioni Urbane.
Proprio l’esposizione collettiva dei talenti della Street Art milanese al PAC nel 2007 gli permette di affermarsi e di essere riconosciuto per i suoi lavori negli spazi pubblici urbani ma non bisogna dimenticare che parallelamente coltiva la pittura su tela ed espone in varie gallerie italiane e straniere.
Utilizzi linguaggi diversi per le tue opere in galleria rispetto a quelle che vediamo in strada?
«Sì, utilizzo linguaggi molto diversi. In strada cerco di portare un po’ di ironia, di colore e allegria. Mi rivolgo a un pubblico vastissimo, quindi l’opera deve avere un grado di leggibilità molto elevata; utilizzo quindi speso citazioni dall’immaginario collettivo, come personaggi dei fumetti, della tv o dei videogiochi. I colori che uso sono accesi e brillanti, perché devono competere con lo smog e con la sovrabbondanza di stimoli visivi della segnaletica e della pubblicità. L’intenzione è quella di portare in città qualcosa di positivo e migliorare lo spazio pubblico.
In studio e in galleria mi concentro su quanto in strada non potrebbe funzionare. La ricerca sui quadri è più complessa, profonda e intimista. Quando dipingo in studio cerco di esplorare il mio mondo interiore. I quadri dimostrano diverse possibilità percettive. Le due ricerche si stimolano e completano a vicenda e anzi, mi piacerebbe riuscire a trovare una sintesi tra queste due tendenze».
Nei suoi interventi urbani, dunque, Pao sostiene un messaggio artistico che si snoda fra l’immediatezza e la semplicità, privilegiando i sensi del cittadino e accantonando opere di respiro più concettuale e raziocinante. Operando in questo modo viene fruito facilmente da tutti, opera una scelta artistica altamente consapevole che si potrebbe definire prendendo a prestito la terminologia musicale (proprio come fa lui stesso nel suo ultimo lavoro) “pop”, in quanto ha radici nella cultura underground ma si affida a canali ufficiali e diffonde il suo stile “leggero” stereotipandolo.
Che siate lavoratori o studenti fuorisede (e fuori continente) a Beijing, prima o poi dovrete imbarcarvi nell’impresa di cercare casa nella capitale cinese e adeguarsi alle consuetudini locali riguardo la gestione della propria abitazione.
Una volta deciso di vivere a Beijing occorrerà prendere con le pinze la tanto (ab)usata affermazione che “in Cina costa tutto poco”, soprattutto per quanto riguarda il costo dell’affitto delle abitazioni.
I cinesi stessi sanno bene che gli affitti pechinesi sono oltremodo alti rispetto alla media nazionale.
Ad esempio, i giovani lavoratori e studenti originari delle regioni meridionali e centrali della Cina, giunti nella capitale decidono spesso di vivere nella estrema periferia, in stanze condivise con più persone. Conseguentemente, utilizzare quotidianamente la metropolitana per recarsi sul posto di lavoro diventa un obbligo e, allo stesso tempo, una tortura.
Una normale giornata nella metropolitana di Beijing durante l’ora di punta.
Fortunatamente, questo tipo di esperienza non interessa gli stranieri che intendono stabilirsi nella capitale per motivi di studio: il tasso di cambio tra le valute straniere e il RMB cinese (o Yuan) consente di rendere certamente più sostenibile il costo di una casa o di una stanza nei quartieri più centrali di Beijing. È nel quartiere di Wudaokou ad esempio, che si concentrano la maggior parte delle università che propongono corsi di lingua per stranieri, ed è qui che cercheremo una abitazione comoda e funzionale alla vita da studente fuorisede a Beijing.
E il campus universitario?
Perché dedicarsi alla ricerca di una casa e non usufruire di una stanza nel campus della propria università? Ogni università propone infatti agli studenti stranieri una sistemazione all’interno del proprio campus, di diverso tipo: si va dal posto letto in stanza doppia con bagno in comune, fino all’appartamento condiviso, da una soluzione quindi più economica a una più costosa. Ciascuna università ha una propria politica dei prezzi riguardo alla sistemazione in-campus, ma tendenzialmente il costo di un posto letto in stanza doppia con bagno in comune si aggira intorno ai 150-200 euro, mentre per una più comoda stanza singola o per un appartamento condiviso la cifra lievita verso i 300-350 euro.
La sistemazione in-campus non va certamente scartata a priori, soprattutto se si risiede a Beijing per un corso di studi a breve termine e si ha già un/a probabile compagno/a di stanza con cui condividere una stanza doppia, la scelta più economicamente vantaggiosa tra quelle proposte. Tuttavia, gli standard di qualità e di comfort presenti nei dormitori delle università cinesi lasciano spesso a desiderare, soprattutto per le condizioni di servizi fondamentali, come il bagno o la cucina.
Va considerato che il costo della sistemazione in una stanza singola o in un appartamento condiviso in-campus non è troppo differente da quello di una stanza in affitto all’interno di un appartamento a Wudaokou: la scelta di una sistemazione off-campus è quindi altamente consigliata nel caso di periodi di studio a lungo termine o qualora si arrivi in Cina con il desiderio di condividere l’abitazione con un gruppo di persone di propria conoscenza. D’altro canto, la cifra di 300-350 euro per una stanza singola all’interno di un appartamento a Wudaokou è comunque vantaggiosa se equiparata al costo delle abitazioni all’interno dei quartieri universitari di città italiane come Roma o Milano, dove il costo della vita è molto alto.
Il vantaggio di una vita off-campus, in un appartamento scelto con cura e secondo le proprie esigenze risiede principalmente nella comodità e nella autonomia che questa scelta comporta: sarà più facile usufruire di una casa dotata di servizi e comfort sicuramente più vicini agli standard occidentali, gestire autonomamente la propria quotidianità e avere maggiore indipendenza.
Cercare casa a Beijing: le agenzie immobiliari
Il quartiere di Wudaokou pullula di agenzie immobiliari che non vedono l’ora di aiutare gli stranieri nella ricerca di una casa. Basterà comunicare all’agente il proprio budget e il numero delle stanze che si desiderano all’interno dell’appartamento per poi valutare gli appartamenti proposti.
Occorre prestare attenzione alla tendenza degli agenti immobiliari nel proporre in prima istanza le case sfitte da molto tempo ( e dalle condizioni peggiori) : rimanere fermi nelle proprie intenzioni e nei propri standard diventa vitale per trovare la casa più adatta alle proprie esigenze.
L’agente immobiliare richiederà per i suoi servizi l’equivalente di una mensilità dell’appartamento che si sceglierà di affittare ma, come la stragrande maggioranza delle compravendite in suolo cinese, la commissione dell’agente immobiliare è assolutamente negoziabile: il risparmio finale dipenderà quindi dalle proprie capacità di contrattazione, raggiungendo anche uno sconto del 30-40% sulla cifra di partenza.
Cercare casa a Beijing: gli annunci immobiliari online
Affidarsi a un agente immobiliare per la ricerca della propria casa a Beijing non è l’unica strada percorribile e senza dubbio non è la più economica.
Tra i vari siti di annunci utili a cercare una casa nella capitale cinese, il più conosciuto e il più utilizzato è TheBeijinger , dedicato all’informazione e alla promozione di eventi a Beijing, ma dotato di una vivace sezione di annunci immobiliari.
Nella sezione Classifieds si trovano infatti migliaia di annunci immobiliari, divisi per quartiere, prezzo e numero di stanze all’interno dell’appartamento proposto. Allo stesso modo, è possibile anche inserire un annuncio nel quale andranno indicate le caratteristiche dell’appartamento che si desidera, il proprio budget e il periodo nel quale si intende occupare l’appartamento. Basterà poi aspettare di essere contattati dal proprietario stesso per organizzare un appuntamento: si tratta in questo caso di una trattativa diretta e senza intermediari, con la possibilità di richiedere tutte le informazioni che si desiderano. È consigliabile tuttavia, iniziare la ricerca online almeno un mese prima del proprio arrivo a Beijing per organizzare gli appuntamenti per le visite delle case di proprio interesse con maggiore calma e cura.
Casa trovata! E adesso?
Una volta trovato l’appartamento più adatto alle proprie esigenze non rimane che espletare le procedure burocratiche del caso, ovvero firma del contratto di locazione e registrazione della residenza temporanea presso la stazione di polizia.
Il tipico contratto di locazione cinese contiene al suo interno tutte le clausole che regolano i rapporti tra proprietario e i suoi affittuari, compreso l’ammontare della caparra e delle mensilità, il periodo di locazione e i dati del proprietario e dei suoi affittuari. Di norma, i contratti di locazione cinesi si rinnovano di tre mesi in tre mesi e il pagamento delle mensilità avviene in una forma unica, al momento della firma.
La consuetudine di pagare in anticipo una prestazione o servizio regolato da un contratto è molto diffusa in Cina e interessa le normali pratiche di manutenzione della casa, come il pagamento delle spese di internet, luce, acqua e gas. Questo vuol dire che non si riceveranno a domicilio le bollette con l’importo da pagare in base a quanto si è effettivamente consumato, ma occorrerà in primo luogo acquistare una certa quantità di kilowatt di energia elettrica o di metri cubi di gas, per poi usufruirne fino all’esaurimento del proprio “credito”. L’acquisto si effettua in una qualunque banca, utilizzando una apposita carta prepagata ricaricabile, che verrà poi inserita nel contatore della propria abitazione per attivare il consumo. Per quanto riguarda internet invece, al momento dell’allacciamento alla rete in seguito all’arrivo di un tecnico a domicilio, si provvederà al pagamento della totalità delle mensilità richieste direttamente al tecnico dell’azienda telefonica. Una volta firmato il contratto di locazione, sarà premura del proprietario accompagnare i suoi nuovi affittuari presso la più vicina stazione di polizia, per effettuare la registrazione di residenza temporanea. Questa pratica è necessaria ai fini del mantenimento del proprio visto (occorrerà infatti comunicare alla università ospitante la nuova residenza) o per richiedere un eventuale permesso di soggiorno, nel caso di corsi di studio superiori a un semestre.
Espletata questa ennesima pratica burocratica e con le chiavi di quella che sarà la propria abitazione cinese, non rimane altro che iniziare la vita da stranieri a Beijing, una avventura ricca di stimoli e opportunità, caratteristica certamente comune a tutte le esperienze lontane da casa, ma le peculiarità del mondo e del popolo cinese fanno davvero la differenza.
La quotidianità dello studente residente all’estero, o liuxuesheng
留学生 sta bussando alla vostra porta della vostra nuova casa cinese!
Appena arrivati alla stazione di Nyugati (la stazione dell’ovest) e usciti fuori, ci si mette un po’ a capire, tra un Mcdonald e un Burger King, di aver messo piede in una delle più belle e affascinanti capitali europee, seppure l’arte e la cultura ungheresi si offrono al visitatore fin dal primo sguardo.
Ripensando a Budapest, mi viene in mente l’opera Le quattro stagioni di Vivaldi: visitandola in diversi momenti dell’anno, ho avuto la sensazione che ogni stagione esalti dei luoghi precisi della città.
Si può, per esempio, camminare per ore, sempre col naso all’insù, incantati da un liberty tardo ottocentesco che circonda e racchiude le strade e i viali e sentire sotto le suole il sonoro crepitio delle foglie; un tappeto rosso acceso che, da Andrassy Utca (principale viale della città), porta dritto in Piazza degli Eroi. Un rapido assaggio di crome autunnali che, in breve, lascia spazio a suggestivi paesaggi innevati, che evidenziano la bellezza estetica del centro storico. La basilica di Santo Stefano e le vie circostanti, che portano direttamente sulle sponde del Danubio, sono uno spettacolo incantevole soprattutto nel periodo natalizio, quando bancarelle e luci accendono l’atmosfera.
Nelle giornate primaverili Budapest è una festa di colori, che si possono ammirare dall’altura su cui sorge la basilica di San Mattia; da qui è possibile godere dello spettacolo del Danubio che scorre tranquillo coi suoi placidi battelli e sullo sfondo la città unificata nell’Ottocento, che il corso d’acqua continua a spaccare nelle due metà di Buda e Pest.
La vera esplosione di colori, suoni e allegria trova nel cuore dell’estate la massima espressione. Se vi trovate a Budapest nella settimana centrale d’Agosto, non perdete la più importante manifestazione cittadina: andate allo Sziget Festival! Un vero e proprio festival dell’arte: dalla musica rock al cinema, passando per le rappresentazioni teatrali, il tutto nel corso di una settimana davvero intensa.
Budapest ha qualcosa di meraviglioso da offrire in qualsiasi stagione dell’anno… Anche perché mezzo litro di birra costa sempre meno di un euro!
L’Inbook è una delle prime conseguenze della digitalizzazione della civiltà delle lettere, è il nuovo genere letterario che propone al lettore una trama interattiva. L’autore di eBooks, al momento della creazione letteraria, inserisce in momenti particolari della storia la possibilità di scegliere come far procedere la trama tramite due o più tracce.
Ad esempio: nel bel mezzo di un giallo, il lettore può decidere verso quale indiziato far procedere l’indagine.
Ma non solo. L’Inbook non si limita alle scelte del suo lettore, può essere programmato all’interazione con le condizioni climatiche in cui il fruitore si ritrova al momento dell’atto di lettura.
Ad esempio: la trama può cambiare se letta di giorno o di sera. Di notte l’investigatore potrebbe avere problemi a trovare indizi, oppure, durante una nevicata, potrebbe facilmente ritrovare le tracce lasciate sulla neve.
La letteratura ha dunque acquisito una nuova forma collaborativa tramite il passaggio verso il digitale, il quale negli ultimi anni ha investito ogni settore della cultura. Tale spostamento si è presentato nel sistema letterario con la nascita dell’eBook, supporto che sin da subito ha raccolto il malcontento e i nasi storti dell’intellettualità italiana, forti sostenitori della carta.
Gian Arturo Ferrari, per anni Direttore generale della Divisione Libri del Gruppo Mondadori e oggi Direttore del centro per la diffusione del libro, sfata il mito della pagina e considera il libro digitale una «rivoluzione, un taglio netto con il passato» (Gian Arturo Ferrari: “L’e-Book? La fantascienza del libro è ora”, di L. Landò), sottolineando che il libro non è sempre stato cartaceo, ma anzi, l’invenzione della stampa – grande innovazione tecnologica – è stata una grande cesura nella storia libraria. Anche in questo caso il passaggio dal vecchio al nuovo suscitò insoddisfazioni dell’aristocrazia del tempo, la quale preferiva e stimava di maggior valore culturale il manoscritto anziché i libri stampati, ritenuti brutti e volgari.
Nonostante le prime antipatie, il libro cartaceo, nuovo supporto letterario, riuscì ad affermarsi grazie all’abbassamento dei prezzi: un libro stampato costava cento volte di meno di uno scritto a mano, come oggi un eBook può arrivare a costare il 60-70% in meno di quello cartaceo.
La digitalizzazione sta a poco a poco trasformando tutti i molteplici componenti del sistema letterario. L’invenzione della stampa riuscì in passato a creare il nuovo genere del romanzo, mentre l’invenzione dell’eBook riesce oggi a creare e proporre una nuova forma di scrittura interattiva, immersiva (neologismo, n.d.r.), capace di far collaborare assieme autore, creatore del prodotto letterario, e lettore, fruitore oramai attivo dell’opera.
L’idea stessa di opera d’arte tenderà a rinnovarsi di fronte a questa scrittura molto più fluida e a poco a poco si distaccherà maggiormente dalla nozione europea, formatasi durante il Romanticismo, per cui l’arte sarebbe indissolubilmente plasmata dall’originalità e individualità dell’artista.
Altra conseguenza è la ridefinizione del testo originale.
L’autore, difatti, può cambiare il suo operato in qualsiasi momento, senza lasciare traccia alcuna e continuando a vendere il suo testo su Internet come se nulla fosse successo. In questo modo, alcuni lettori acquisteranno la prima versione, mentre altri leggeranno inconsapevolmente la seconda versione dell’opera. Curioso sarà osservare come gli studi filologici si comporteranno di fronte a questo nuovo procedere.
Come la maggior parte delle polemiche mediatiche, anche quella sul film Il capitale umano di Paolo Virzì si è spenta in pochi giorni, risolvendo poco delle questioni più interessanti che aveva aperto. Perché le recriminazioni localiste e le dichiarazioni di lesa dignità sono giunte da più parti, ma nascono da uno stesso gap culturale, esteso ben al di là della cerchia dei polemisti.
Nella stagione dei cinepanettoni, l’arrivo dell’ultimo film di Virzì nelle sale italiane, dal 9 gennaio 2014, è atteso con grande interesse e annunciato come una novità di sostanza sia nella filmografia del regista sia in quella nazionale. «Volevo sperimentare qualcosa di diverso rispetto alla solita commedia», afferma Virzì, perciò abbandona i lidi sicuri della goliardia toscana, vira verso le arti d’oltreoceano per poi approdare nel nord Italia con un thriller sul mondo della speculazione finanziaria, sulle facili speranze di ascesa sociale, sull’infelicità discreta delle élite. Genere e temi poco frequentati dal nostro cinema e dal regista livornese, che supera lo scarto geografico-culturale con la trasposizione del romanzo omonimo di Stephen Amidon dal Connecticut alla Brianza, una terra altrettanto esotica per Virzì, di una «bellezza inquietante» quanto la storia nera de Il capitale umano.
Il regista avverte: «Non è una condanna moralistica dell’avidità, non chiedetemi il messaggio», ma dopo l’intervista rilasciata a La Repubblica, in cui parla della ricerca di «un paesaggio che mi mettesse in allarme, un paesaggio che mi sembrasse gelido, ostile e minaccioso», trovato tra «i grumi di villette pretenziose» e le «ville sontuose dai cancelli invalicabili» del brianzolo, quel suo unico messaggio non poteva essere più colto.
Il primo a reagire è Andrea Monti, assessore al Turismo della provincia Monza-Brianza, che accusa il regista di mistificare la realtà lombarda probabilmente perché «terra del nemico politico», trascurando che è «una delle aree che più contribuisce a finanziare i bilanci di questo Stato, compreso il Ministero dei Beni Culturali» da cui Virzì ha ricevuto 700 mila euro per la realizzazione del film. Concorda il Presidente della Provincia Dario Allevi, a cui dispiace che i piccoli e medi imprenditori siano ridotti a stereotipi falsi e negativi e che «la gente possa vedere il film e pensare che la Brianza sia davvero un luogo così».
Virzì spiega la metafora dell’immaginario paese di Ornate come terra indefinita del profitto («buffa retromarcia (smentita) paracula» per Monti, appoggiato su Twitter da Formigoni), mentre Luigi Cavadini e Mario Lucini, rispettivamente assessore alla Cultura e sindaco di Como, difendono le generalizzazioni sulla loro città, rappresentata nel film dal Politeama, teatro chiuso e in rovina eletto da Virzì a simbolo del degrado culturale di una città ricchissima.
Dai quotidiani a Twitter e ritorno. L’8 gennaio Libero dedica ampio spazio (almeno cinque facciate, con editoriale di Belpietro) ai «presunti intellettuali» che, come Virzì, fanno la morale con i soldi pubblici insultando la parte «se non migliore, più virtuosa d’Italia».
È a questo punto che il regista dà sfogo alla sua amarezza: «Dopo 25 anni di cinema e undici film mi ero illuso di meritarmi unapolemica seria. Volevo essere maltrattato sul contenuto, rispondere a un tema documentato, affrontare una critica oggettiva», e non giustificare il suo lavoro ambientato in una località immaginaria e sostenuto da «un finanziamento pubblico che, come sa chiunque non faccia propaganda, deve essere restituito e può rivelarsi persino un affare per lo Stato che anticipa parte dei soldi».
Libero, 8 gennaio 2014
Soprassediamo sull’assoluta assenza di polemiche sui personaggi furbetti e corrotti alla Cetto Laqualunque, sulla proliferazione di fiction televisive su mafia e mafiosi, perfino sulle macchiette lombarde nei vari Vacanze di Natale. Atteniamoci alle parole, spesso poco ponderate, che hanno animato il dibattito; ricordiamo che Virzì ha voluto «creare un allarme nello spettatore che è poi un allarme sul nostro tempo grazie a una struttura narrativa che lo consentiva», raccontando una storia in cui l’ingordigia di denaro e una morale confusa degenerano fino a incasellare persone e affetti in valori ragionieristicamente predisposti. Un contrasto che Il capitale umano palesa nel suo titolo, che è anche la definizione economica dei parametri legali di valutazione della vita umana.
Metafora, simbolo e contrasto sono solo alcuni dei meccanismi attraverso i quali il reale trova una trasfigurazionenell’opera d’arte – filmica o d’altro tipo. All’opposizione ricchi-poveri, variante della più classica buoni–cattivi, Il capitale umano preferisce una costruzione per geometrie e associazioni, divisa in tre capitoli (tra una breve apertura e un epilogo) che presentano la stessa storia da punti di vista diversi.
La scelta di un libro straniero, di un altrove lontano dalla solarità livornese e della suddivisione in capitoli sono riconducibili a una stessa presa di posizione sulla quale si struttura il film intero. Virzì racconta le sfumature dell’impotenza umana prendendo le distanze dai suoi personaggi, filtrando le vicende per restituirci storie più che giudizi e soprattutto per offrirci la possibilità di uno straniamento, unica via per non fraintendere e pensare «che la Brianza sia davvero un luogo così».
Matilde Gioli, nel film Serena Ossola
In quest’ottica, la polemica intorno a Il capitale umano lascia emergere la crisi culturale di questo Paese, spesso privato degli strumenti per distinguere tra reale e verosimile; disorientato dal bombardamento mediatico o, ancora peggio, tentato di fare dell’arte una fonte di informazioni incontrovertibili per sopperire a lacune stratificate nel tempo. Quella distinzione è la stessa che divide l’artista dal cronista e il cronista dall’opinionista e ci restituisce uno sguardo pulito, libero dai pregiudizi.
e nelle vene, come un rimorso,
il rombo del motore di un peschereccio.
Vende sogni e mareggiate,
preannuncia tempeste.
Il suo nome, Maria.
Il cognome, Lisboa.
David Mourão-Ferreira
La prima qualità che colpisce – diretto, agli occhi – il visitatore, è la luce del sole, bianchissima, che in pieno giorno si riflette a meridione sulla foce del Tago. Cammini per il Chiado, rivolgi lo sguardo al fiume (che è come un preannuncio di mare) e la luce ti inonda, motteggiando un miracolo; annulla i colori degli azulejos in un’istantanea chiarissima, sovraesposta. Non si tratta di un nitore toscano, di quelli che rendono più chiari i colori, più razionali gli spazi; si tratta di un lucore atlantico che abbaglia, confonde la vista. Perché Lisbona non è già più una città mediterranea. È una città limite, appesa all’estremo del vecchio continente, con un piede sull’ultimo sperone di roccia lusitano, e l’altro già immerso nell’oceano.
…
Si sarebbe portati quasi a crederci, al mito che la vuole fondata da Ulisse durante le sue errabonde navigazioni mediterranee; da Ulyssippo a Lisbona, l’etimo è breve. Mi immagino l’Ulisse dantesco approdare al sicuro, nel golfo protetto dalle acque grigio-verdi del Tago: giusto il tempo di fondare un’estrema città, prima di lanciarsi nella folle traversata della virtute e dell’ubrica canoscenza.
…
Alla periferia della vita europea, schiacciata dal regno di Castiglia per terra, e da quello d’Aragona per mare, Lisbona ha logicamente cercato uno sbocco nell’ignoto. Fino alla fine del medioevo è stata una città scalo, una tappa di collegamento tra i commerci baltici e quelli mediterranei. È chiaro dunque come, a fronte di una geografia estrema e isolante, per crescere e slegarsi dalla dipendenza di altre città, Lisbona abbia dovuto trovare nuove rotte, uscire da se stessa, dalla casa rassicurante del Mediterraneo. La caravella, strumento principe di questa sfida, è frutto del genio portoghese; e non stupisce trovare tra i signori leggendari di questo paese un Enrico soprannominato “il navigatore” (1394-1460).
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C’è un racconto di Saramago che meglio di un intero saggio storico definisce questo spirito di sfida, questo sbilanciamento verso il non-conosciuto costitutivo della nazione portoghese. Semplice e profondo come le parabole del vangelo, O conto da ilha desconocida (1997)incarna, in un uomo senza nome, la storia di un intero popolo.
E tu perché vuoi una barca, si può sapere, fu ciò che di fatto chiese il re (…), Per andare alla ricerca dell’isola sconosciuta, rispose l’uomo, Che isola sconosciuta, chiese il re, camuffando il riso, come se avesse davanti a sé un pazzo fatto e finito, di quelli che hanno la mania delle navigazioni (…) L’isola sconosciuta, ripeté l’uomo, Frottole, non esistono più isole sconosciute, Chi ti ha detto, re, che non esistono più isole sconosciute, Sono tutte nelle mappe, Sulle mappe ci sono solo quelle conosciute, E che isola sconosciuta è questa che vuoi andare a cercare, Se te lo potessi dire, allora non sarebbe sconosciuta, Hai sentito qualcuno parlare di questa isola, chiese il re, adesso più serio, Nessuno, In questo caso, perché continui a dire che esiste, Semplicemente perché è impossibile che non esista un’isola sconosciuta.
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Dall’altura del Castello di São Jorge, al tramonto, la città prende una forma più chiara. Si distinguono meglio aree e discontinuità: subito sotto al castello si stende il reticolo razionalista della Baixa, ascisse e ordinate che caratterizzano il vecchio cuore commerciale della città, il quartiere dei tristi contabili di Pessoa, oggi sciupato dal turismo. A Occidente, quasi alla stessa altezza del castello, si intravedono le strade eleganti del Chiado, gli edifici parigini rivestiti dall’azzurro-bianco degli azulejos, i negozi e il passeggio; più oltre il Bairro Alto, con le case umili e basse, meta di studenti sfaccendati, quartiere notturno.
Poco lontano dal Tago, a Oriente, il disordinato affastellarsi dell’Alfama, il quartiere popolare un tempo arabo, l’unico sopravvissuto autentico del terremoto del 1755. In basso, le forme tozze della Cattedrale Sé, i tram gialli scalatori con la lingua fuori dalla fatica; attorno un groviglio di strade nostalgiche e sporche, risuonanti fado a buon mercato che via via s’ingentiliscono, inerpicandosi sul monte, fino a lasciare spazio ai magnifici miradouros della Graça, la zona più bella della città.
Lisbona come città estrema, dunque; quasi condannata al viaggio, all’esplorazione, al pionierismo. Mi chiedo quanto abbiano influito questi caratteri nella definizione del sentimento nazionale, scolpito dai versi di Pessoa, di Camões, dalle melodie struggenti e dolorose del fado e dalla voce potente di Amalia Rodrigues. Sentimento riassunto nella parola saudade: il rimorso per la terra lasciata alle spalle, il sentimento gravoso dell’addio, sia per chi va, sia per chi resta. La sospensione dell’esistenza nel viaggio, nell’attesa del ritorno.
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Il Museu Nacional de Arte Antiga di Lisbona è conosciuto al grande pubblico soprattutto per ospitare un capolavoro ipnotico dell’arte occidentale, ovvero il trittico delle Tentazioni di Sant’Antonio di Hieronymus Bosch (1501). Si tratta un sabba inquietante, esseri mostruosi tipici della pittura dell’olandese, tanto più fantasiosa quanto più realistica, che già Foucault aveva assurto a esempio della mentalità tardo medievale, secondo la quale tutto è immagine di tutto: la natura è uno specchio infinito di simpatie e similitudini, nella quale le cose non hanno ancora parole definite per isolarle dal resto, e l’analogia ripetuta permette che “tutte le figure del mondo possano essere accostate”. Ed è così che oggetti diversi, che gli animali più disparati si aggrumano in forme impossibili – eppure possibili, poiché tratte dalla realtà. Una realtà disordinata ma non insensata, e per questo ancora più disturbante. Qui vediamo un uccello con gambe umane pattinare su un laghetto ghiacciato; là una fragola gigante si fa tenda per contenere mostri di ossa che suonano la lira; in cielo, una caravella volante è, a ben vedere, fusa nel corpo di un mostro pisciforme.
Ma c’è un’altra sala, meno conosciuta ma altrettanto interessante, che ospita esempi unici di una corrente artistica giapponese chiamata Nanban.
A metà del 1500 gli esploratori e i mercanti portoghesi, ripetendo a livello mondiale lo schema che era già stato collaudato da veneziani e genovesi per il Mediterraneo, fatto di basi commerciali e rapporti coloniali, si erano estesi in territori che andavano dal Brasile all’India, dall’Angola a Timor Est. Era l’impero portoghese.
Nel 1543 (annus mirabilis), per la prima volta, gli occidentali mettono piede in Giappone. Vengono chiamati Nanban, ovvero “i barbari del Sud”, venuti per commerci e per diffondere il verbo cristiano (non li sopporteranno per molto: un secolo dopo, i giapponesi opteranno per un isolamento totale, alla facciazza dei gesuiti). La vista di questi uomini bizzarri, delle loro barche, dei loro vestiti, del loro modo di parlare e comportarsi, ha influenzato gli artisti giapponesi, tanto quanto la vista della loro arte influenzerà la nostra pittura nel 1800.
Vedere i byōbu nanban conservati nel Museu Nacional è un esercizio di relativismo culturale inappagabile: la chiarezza narrativa di quelle immagini è spiazzante. In questi magnifici paraventi decorati, il tipo occidentale è visto attraverso gli occhi orientali: le teorie di Said vengono confermate, a contrario, dalle immagini delle caravelle portoghesi, panciute e gremite di equipaggio scimmiesco appeso al sartiame – eppure adornate di bandiere di stile palesemente orientale; dai ritratti dei mercanti portoghesi, baffuti e sicuri di sé nei loro pantaloni enormi, coi loro cani al guinzaglio, scortati dai servi neri porta-ombrello – eppure anch’essi insigniti di inequivocabili occhi a mandorla.
Eccoli passeggiare per le strade di una città giapponese senza nome, recanti merci mai viste, scimmie, libri, armi da fuoco, tabacco, Cristo – i ritratti dei preti, in particolare, sono curiosissimi: figure nere in disparte, leggermente inquietanti – e già si possono vedere la madre e il figlio giapponesi, fermi sulla soglia di casa, scambiarsi uno sguardo d’intesa, tra il divertito e l’imbarazzato.
…
Si arriva a Cabo da Roca prendendo un autobus da Cascais. Ad ogni curva si riapre all’orizzonte l’oceano, come se il continente avesse deciso di finire all’improvviso, per tacito accordo, arrestandosi lungo una linea di trincea a strapiombo contro l’acqua. C’è un vento costante che non lascia crescere nulla, se non rossastre piante grasse; un vento che rintrona nelle orecchie e, in basso, gonfia schiuma contro scogli colossali. L’oceano, dall’alto, sembra respirare lentissimo; permea l’aria di un brontolio ininterrotto. Non un animale, non una speranza di vita tra queste scogliere. Cabo da Roca è il punto più occidentale del continente europeo.
Una donna va a trovare il marito defunto. Piange in silenzio tra l’indifferenza generale: come in un qualsiasi altro parco o museo a cielo aperto, la gente passeggia e fa foto alle statue. C’è una bella luce, un’atmosfera che fa sentire dentro un’opera di Caravaggio, un riposo durante la fuga in Egitto. La Madonna col bimbo sta chiusa nella sua solitudine e non servono a niente Giuseppe, né l’angelo, né la loro musica che non conforta. Sullo sfondo è dipinto un sole che quasi sbeffeggia, un cielo sereno che se ne frega di ogni sofferenza, di qualsiasi condizione, dell’umano dolore, della sciura Maria e di qualunque altra sciura che cambia i fiori dei cari.
Di quadretti famigliari se ne trovano parecchi al cimitero. Storie di madri con pargoli in grembo scolpite nella pietra; infanti di fine Ottocento strappati all’amore dei cari; giovani vite spezzate all’improvviso. Sulle lapidi è scritto che la morte ha rapito quel tale fanciullo, ha rapito un innocente; che anche un altro fantolino è stato rapito; rapito, rapito, rapiti, tutti rapiti… Rapire. Un verbo che ricorre spesso tra le frasi sulla pietra, quasi a voler dire che la morte è scorretta, che ha agito illegalmente, che non è giusto quello che ha combinato; quasi a cercare di celare un’imprecazione rivolta a chi ha commissionato i rapimenti, quasi una bestemmia rivolta all’assassino nascosto dietro a quel cielo sereno. Tra le gallerie poco oltre l’entrata principale, sopra al Famedio (dove sono sepolti Manzoni, Franca Rame, Gaber, Turati ed altri “milanesi illustri e benemeriti”), tra le grandi sculture si vede una madre che allatta il bambino, rapito pure lui. La malinconica tenerezza della scena di famiglia si sposa con le figure sintetizzate e le linee informali ma fredde dell’Art Nouveau.
Nel progettare il Monumentale (1860), l’architetto Maciachini si ispirava, per il maestoso ingresso, ai sontuosi palazzi del Settecento, con vasti piazzali per permettere l’arrivo delle carrozze. L’organizzazione degli spazi riprende gli schemi ordinati degli agglomerati urbani della Roma classica. La corte dei defunti si sviluppa quindi partendo dalle città e da edifici adibiti alla festa spensierata. In questo modo si impone la vita sull’ultraterreno, sulla tanto temuta fine. Il cimitero inoltre, con la presenza di verde, invita la popolazione a entrare e a viverlo. Come a Copenhagen o in altri cimiteri nordeuropei, dove la gente fa jogging o passeggia con il cane tra le tombe, il cimitero milanese si propone di essere un luogo in cui vita e morte convivono, senza che l’una tema l’altra. La morte viene vista con la serenità con cui si pensa al destino, ai sentimenti, alle passioni; con la naturalezza con cui esiste alla pari della rabbia, della gioia, dell’amore.
Dove, se non qui, si dovrà parlare di eros e thanatos, del loro scontrarsi e del loro abbracciarsi? Una coppia passeggia; lei tiene la reflex in mano, scatta una foto e dà un bacio al ragazzo. Anche le statue si guardano, si amano, si spogliano con il disappunto dei puristi. Emblematico è il caso della tomba dellafamiglia Branca (anche questa situata al di là del Famedio, stavolta sul lato destro, vicino al monumento ai caduti progettato da BBPR e a fianco del Civico Mausoleo Palanti, complesso architettonico di stampo fascista). Il gruppo scultoreo dei Branca prevedeva in passato anche la presenza di una donna nuda; la statua è stata però presto rimossa perché considerata troppo succinta per il gusto dell’epoca e purtroppo è andata perduta. La sensualità al cimitero non è comunque stata debellata: per godere di qualche esempio basta procedere quasi costeggiando la ferrovia, dove si trova una bianca dama nuda dormiente. E poi baci, baci silenziosi, come quello del fortunato monumento Volonté-Vezzoli realizzato da Quadrelli o quello eterno di due bronzi sperduti in mezzo ai defunti.
Fuori la morte dal cimitero, insomma. Ecco cosa sembrano urlare i marmi e le pietre del Monumentale. Poco resta da dire in proposito: devono essere le immagini ad evocare ed argomentare. Per fruire le più importanti realizzazioni scultoree ed architettoniche del cimitero è necessario, appena entrati, chiedere una piantina all’info point (aperto dalle 10 alle 13 dal martedì al venerdì); per esulare dall’ambito prettamente storico-artistico e godere delle mille sfaccettature della vita e dell’amore che si alternano invece, non si ha altra scelta se non quella di perdersi e di lasciarsi trasportare.
In copertina ph. Alberto Albertini [CC BY-SA 4.0/Wikimedia Commons]
Ultimo zaino lanciato a perfezione nel bagagliaio e via. Lasciamo Istanbul con il nostro Vito bianco, accompagnati nei primissimi metri dalle strombazzate degli automobilisti turchi, ma del resto bisogna abituarsi a guidare macchine del genere e dunque decidiamo di considerarli semplici gesti di saluto.
Inserita la quinta, inizia il nostro primo spostamento dopo tre giorni – quasi sedentari – di città e il ponte sul Bosforoè il tramite che ci permette di abbandonare il continente europeo per iniziare a percorrere l’Asia.
L’amico Pigna alla guida del Vito. Il noleggio dell’auto ha un costo irrisorio rispetto ai prezzi italiani: macchina da 9 posti con chilometraggio illimitato, assicurazione standard (danni, furto, incendi) e guidatore di età maggiore ai 25 anni, per un totale di 12 giorni: 786 € (dividendo in 6, 120€ a testa). Certo, in Turchia la benzina è costosa, ma se chiedete esplicitamente un mezzo a diesel, il problema è risolto.
31 luglio 2013
Prima tappa: Göreme, Cappadocia, 736 km, 8 ore e 40 minuti di viaggio. Quello che doveva essere a priori il “viaggio del disagio”, viene fortunatamente alleviato dalle trasformazioni paesaggistiche della Turchia Centrale.
Ankara, città enorme e apparentemente deserta, costruita a gruppi di case uguali, identiche per forma, colore e distanza, senza una moschea visibile o una piazza, si lascia attraversare come una città fantasma che avrebbe, forse, meritato di essere scoperta. Il Lago salatoTuz Gölu, invece, non ci permette di proseguire; le sue acque circondate da un esteso strato di sale ci impongono di fermarci: lo stacco cromatico fra il bianco del sale e il blu tendente al viola delle acque suscita troppo stupore per non aprire di fretta e furia la portiera scorrevole del mezzo.
Lo strato di sale è talmente spesso che a fatica si riesce a sollevare il piede per procedere e una volta ritornati in macchina, l’erba gialla e i bastoncini non riusciranno a salvare i tappetini dal miscuglio di sale e fango. Nel frattempo, a qualche metro da noi, una bancarella ai lati della strada vende meloni gialli. Un vecchietto bruciato dal sole ce ne fa provare tre tipologie differenti… Ne indichiamo uno a caso, ma la bilancia mostra un prezzo poco ragionevole: 40 L, quaranta lire turche, quasi 15 euro per un solo melone. Ridendo e scuotendo la testa ce ne ritorniamo per la nostra strada, per scoprire poi, a distanza di una decida di giorni, che in realtà il prezzo indicato era relativo ai centesimi. Rimarremo un poco dispiaciuti di aver fatto la figura dei genovesi.
Lago salato Tuz Gölu
Al tramonto arriviamo a Göreme: dietro una curva, si apre davanti a noi la Cappadocia, nel momento migliore, quando la luce dorata del sole restituisce alla roccia tonalità calde e le luci delle abitazioni iniziano ad accendersi.
Il nome Cappadocia risale ai Persiani, che diedero alla terra il nome di “Katpatukya”, ovvero “Terra dai bellissimi cavalli”. Da quei tempi, la Cappadocia ha vissuto il susseguirsi di numerose e differenti civiltà e altrettante invasioni; di conseguenza, per ragioni difensive, la popolazione ha trovato un affascinante stratagemma: le città sotterranee. L’intera regione è disseminata da circa 200 rifugi e noi abbiamo avuto la fortuna di visitare Derinkuyu, uno dei più antichi insediamenti, come dimostrano le primissime testimonianze derivanti da Senofonte (430/425 a.C.-355 a.C.).
Il Castello del National Park di Göreme
Passeggiata nel cuore della Cappadocia, fattibile senza guida
Pian piano, un passo dietro l’altro, seguiamo la nostra guida nel discendere gli stretti gradini scavati nel tufo, attenti a non scivolare e a cercare di curvare la schiena il più avanti possibile per proseguire nell’intricato tunnel. Senza una persona esperta del posto, non si può accedere alle città: Derinkuyu conta una profondità di 85 metri, organizzata su ben 8 livelli differenti, ognuno dei quali composto da cunicoli e stanze che fungono da stalle, chiese, abitazioni, e cucine atte alla preparazione del vino («per passare piacevolmente il tempo», a detta della guida). Insomma, si può perdere facilmente l’orientamento.
In questi rifugi la popolazione si nascondeva per mesi, con l’aiuto dei camini di ventilazione e l’utilizzo di falde acquifere, aspettando che i nemici si stancassero di cercarli: non solo le donne e i bambini si nascondevano, bensì anche gli uomini evitavano lo scontro aperto. Chi arrivava, trovava abitazioni vuote.
L’entrata di ogni livello è caratterizzata da una porta rotonda che, una volta fatta rotolare davanti al passaggio, impedisce l’accesso al piano successivo.
03 agosto 2013
Lasciamo il tufo calcareo per avvicinarci alla costa e al mare. Il nostro programma però prevede ancora una tappa nell’entroterra, a Konya. Tra tutte le città turche che ho visitato, Konya è stata senza dubbio la più conservatrice e, allo stesso tempo, la località che più mi ha permesso di entrare in contatto con la vera cultura turca, spogliata dai convenevoli per stranieri. Innanzitutto eravamo gli unici turisti in circolazione, riconoscibilissimi con il nostro bianco furgone nel bel mezzo di un bazar all’aperto, incastrati nelle viuzze piene di bancarelle, costretti a farle arretrare di qualche passo per far passare il retro del mezzo, sguardi divertiti che osservavano attraverso il finestrino.
Parcheggiamo di fronte a una panetteria e noi ragazze decidiamo di farci uno spuntino a base di pane: il proprietario ci guarda un poco affranto e sembra aver perso la parola. Non riusciamo a comunicare, nonostante i nostri mille sforzi in inglese, italiano e nell’universale linguaggio delle scimmie (ovvero, a gesti)… Sino a quando non entra Andrea a vedere come mai ci stiamo mettendo tanto: due parole e l’affare è concluso. È la prima volta in vita mia che un uomo rifiuta di parlarmi per il fatto di esser donna. Non si tratta una storiella di sdegni, slogan e tette al vento, ma di un’esperienza in una cultura in cui la donna è la padrona della casa, in cui con lei si parla solo di determinati argomenti perché solo di quelli è competente. Non c’era astio negli occhi di quell’uomo, solo imbarazzo di fronte a un’occidentale che vuole comprare.
Dopo Konya raggiungiamo Antalya, sul mare, e da lì iniziamo il giro della costa occidentale.
Il mare della Turchia non presenta differenze cromatiche fra Nord e Sud, ma solo di temperatura: ad Antalya, per esempio, non si riesce a stare sulla spiaggia per la troppa afa, e l’unica possibilità di sopravvivenza è rimanere in acqua perché appena si esce, ci si ritrova completamente asciutti (capelli compresi). Risalendo la costa, invece, il mare diventa freddo, molto freddo! Così può succedere, su una qualsiasi spiaggia ignota tra Foca e Pergamo (alla stessa altezza di Catanzaro, per intenderci) che tutta felice di farti un bagno, ti tuffi da un molo e ti ritrovi col fiato mozzato e il mal di orecchie.
Altra spiaggia sconosciuta nei pressi di Foca. Fotografia di Flavia Serafini.
07 agosto 2013
Arrivo a Pamukkale (letteralmente “Castello di cotone”), il famosissimo sito termale rinomato già ai tempi dei Romani e oggi patrimonio dell’umanità UNESCO. A me più che cotone, è sembrata neve: il sole della Turchia rende accecante la vista del bianco calcare, tanto che non è proprio consigliabile avvicinarsi, men che meno entrare, senza gli occhiali da sole.
Per raggiungere la sommità delle terme bisogna categoricamente salire a piedi nudi, sia per non rovinare la superficie calcarea sia perché si rischierebbe di scivolare: l’acqua termale scorre sulle pareti e sul terreno, ma grazie al suolo poroso non si fa il minimo sforzo, camminando senza pericolo come su una superficie asciutta.
Essendo proibito l’accesso alle vasche originali, ci dirigiamo in quelle appositamente costruite per i visitatori e, prendendo spunto da alcune signore incontrate anni fa alla Scala dei Turchi, decido di affondare una mano nell’argilla. Una manciata di melma e capelli biondi mi fa tornare in mente un ricordo d’infanzia, quando io e mio padre in un sito termale venimmo ammoniti da un saggio vecchietto: «Vi spalmate di fango come maiali!».
Pamukkale
Terme originali.
Da Pamukkale tagliamo verso la costa per arrivare alla città che presta il nome alla birra turca per eccellenza: Efeso, uno degli insediamenti ionici più grandi dell’Asia Minore; località perfetta per chi ama le rovine e si diletta a osservare orde di italiani in vacanza.
Nonostante Efeso sia uno dei siti archeologici più ampi del Mediterraneo, gli scavi hanno riportato alla luce solo poco più del 20%; il che fa supporre che fosse uno dei più importanti centri del mondo antico.
Decorazioni nelle Case a terrazza. Per accede alle dimore dei patrizi, si deve pagare un biglietto supplementare, ma lo sforzo viene poi ripagato dalla bellezza delle abitazioni e dalla possibilità di osservare da vicino il lavoro dei restauratori.
Il nostro viaggio continua verso Nord, superando Foca, la città di pescatori e spiagge a pagamento, per arrivare alla mitica Troia, ormai costituita da una riproduzione del cavallo di legno e da qualche muro, città antica che rivive nei musei di Berlino e di Anakara; ma non credete, se un giorno avrete voglia di conoscere la Turchia e passerete nei paraggi, nonostante la consapevolezza della sgombro di Troia, non potrete fare a meno di fare una deviazione!
È il mattino dell’11 agosto, siamo nella città di Canakkale, città portuale e universitaria; tra poco prenderemo il traghetto per lasciare le terre asiatiche e approdare in Tracia: altre 8 ore di strada ci condurranno nuovamente a Istanbul, per ritornare in Europa.
In sala ormai da un paio di settimane, Gravity di Alfonso Cuaròn è ufficialmente il grande film-evento di questo autunno cinematografico. Presentato alla Mostra del Cinema di Venezia sul finire dell’estate, il film, grazie alla sua straordinaria potenza visiva, aveva fatto volare via i riporti e i parrucchini dei grigi critici seduti in sala, che, ancora frastornati, si erano velocemente affrettati a dichiararlo in coro un capolavoro. Dopo gli entusiasmi della Laguna, Gravity è uscito nelle sale di tutto il mondo e ora sta facendo il vero smargiasso a livello di incassi: primo in America, primo in Europa, primo in Italia.
La trama è molto semplice: una missione su Shuttle sta riparando un satellite intorno alla Terra, quando uno sciame di detriti causati dallo scontro di due satelliti russi investe gli astronauti. Si salveranno solo in due: la novellina Ryan (Bullock) e l’astronauta navigato un po’ piacione Kowalski (Clooney). I due sono vivi, ma alla deriva nello spazio. Comincia dunque un’impossibile lotta per la sopravvivenza.
Girato interamente in studio con camera 3D e per il 90% ri-costruito con la computer graphics, Gravity è un’esperienza visiva, almeno al cinema, forse senza precedenti. La telecamera di Cuaròn fluttua intorno e insieme ai due protagonisti per tutti i 90 minuti della pellicola, trascinando lo spettatore dentro un’avventura pura e lineare, tanto semplice quando avvincente che, grazie al 3D, si trasforma in qualcos’altro, una esperienza ai limiti dell’interattività, più simile forse ad un gioco virtuale da Luna Park che ad un film vero e proprio. Come in altri rari esempi ( Avatar, Vita di Pi, Pina 3D, forse Pacific Rim) infatti, in Gravity il 3D non è solo un orpello d’intrattenimento, ma è uno strumento registico funzionale al racconto, in quanto aiuta a dare allo spettatore la profonda sensazione di vuoto che provano i personaggi.
Insomma, qualsiasi film sullo spazio che si rispetti, d’ora in poi, dovrà fare i conti con quanto fatto da Cuaròn con questo Gravity. E poco importa se alcuni critici hanno stortato il naso di fronte a una trama così elementare e di fronte a un lavoro sui personaggi non esattamente Rohmeriano; Gravity è un esperimento tecnico totalmente riuscito, è puro cinema dello sbigottimento, è un ottovolante cinematografico che coinvolge, diverte, impressiona e lascia lo spettatore soddisfatto e frastornato alla fine della proiezione, proprio come se fosse appena sceso dalle Montagne Russe.
Perché no
Di Jessica Pompili
Era ancora estate quando la testolina mora della Bullock e quella brizzolata di Clooney facevano insieme capolino in Italia, decisi a portarsi a casa un consenso mica da ridere per il loro ultimo film (il primo insieme, nonostante i due siano amici da moltissimo tempo). Oggi, ad autunno avanzato, Gravity, l’ultimo film di Alfonso Cuarón, pensato e sceneggiato assieme al figlio Jonas, tiene ancora duro al botteghino, scalando dal primo al terzo posto in due settimane, per effetto, più che altro, dello tsunami Minion, e della curiosità per Aspirante Vedovo. Ma il risultato pare gratificante comunque.
Giudizi entusiasmanti sono piovuti come detriti impazziti (tanto per restare in tema) dalle penne dei critici più importanti d’oltreoceano, e hanno per buona parte raggiunto e contagiato le opinioni anche qua da noi. E in realtà, se ci si fosse limitati a questo, non ci sarebbe stato nulla di male. Ma di Gravity si è voluto fare qualcosa di più che un buon film, se ne è voluto fare il capolavoro, e invece, questo è bene dirlo subito, Gravity non è un capolavoro. E’ piuttosto un buon film con molti difetti. E di questi forse quello più evidente è la sua netta ripartizione in due blocchi statici e poco comunicanti. La prima parte, avventurosa, accattivante, avvincente e naturalmente catastrofica, è fortemente avvinghiata al 3D, di cui fa un uso sensato e ludico allo stesso tempo, generando un risultato ottimo. La seconda parte, invece, lascia del tutto andare il tema spaziale, trasformandosi progressivamente in una riflessione filosofico-esistenziale sulla vita e la morte. Ed è proprio a questo punto che si apre la crepa che porta fino alla sbrigativa conclusione.
Tanto precisa e accurata la prima parte, tanto affrettata la seconda, che fa leva in apertura sulla famosa scena della Bullock fluttuante nell’aria, dalla posizione eretta a quella fetale (allusione all’imminente rinascita del personaggio). Su questa scena, e su quella finale della riemersione dall’acqua e del difficile ritorno al camminare, grava tutta la metafora dello spazio inteso come nulla, morte, vuoto e buio. Niente di trascendentale e spirituale, nessuna vicinanza a Dio. La morte è annientamento, mentre la terra è vita, è casa, è il posto a cui apparteniamo.
Metafora, di per sé, molto bella e di indubbia efficacia, sviluppata però tremendamente male e in modo decisamente approssimativo per tutta la seconda metà del film. Senza contare, inoltre, che i due blocchi, mal si amalgamano. E che in quell’entrata della Bullock nella navicella, sembra davvero chiudersi un genere, e aprirsene un altro. Il risultato è, insomma, un buon film, che poteva dare di più, molto di più.
Tempo di gite fuori porta, di natura, di biciclette. I percorsi ciclabili a lunga percorrenza sono diversi, anche poco lontano da Milano. Sebbene non esista una pista che corra attorno a tutto il suo perimetro, il giro del lago di Garda è un itinerario che da sempre seduce gli amanti delle due ruote ecologiche. Alcuni punti vanno percorsi sulle strade statali, ma per non incorrere in traffici intensi ed altre rischiose seccature basterà evitare di lanciarsi all’avventura durante i fine settimana. Nello zaino, oltre al cappellino, la riserva d’acqua e la pompa con tutti gli attrezzi per le eventuali emergenze, non potranno mancare due cose. La prima è una tenda: i più allenati potranno percorrere i poco più di centocinquanta kilometri in una giornata, tuttavia vale la pena di concedersi più tempo e regalarsi qualche sosta culturale e panoramica lungo il tragitto. La seconda è un libro, eterno compagno di avventure. Per l’occasione si consiglia Corto Viaggio Sentimentale, racconto del 1928, rimasto incompiuto per via della morte del suo autore, Italo Svevo. La trama, quasi inconsistente, come secondo lo stile dello scrittore, racconta di un anziano signore che va a Trieste in treno e vive qualche piccola avventura, non sempre piacevole, con le persone che incontra lungo il tragitto. Questo è un pretesto per presentare riflessioni ora divertenti ora brillanti legate al tema del rapporto con l’altro durante un momento di goduta solitudine.
Con tre euro e cinquanta si può acquistare un biglietto che permette ad una bici di percorrere tutti i viaggi che vuole su tutti i treni adibiti al suo trasporto per le ventiquattro ore che seguono il momento della convalida. Queste informazioni non interessavano a Giacomo Aghios, che però all’apertura del racconto che lo vede protagonista si trova alla Stazione Centrale di Milano, anche lui diretto verso est. Le primissime ore si possono quindi percorrere assieme a queste pagine ed al vicino di posto di turno:
“ Perché avrebbe dovuto
faticarsi a discutere? Si moveva la bocca così, per
dar tempo al treno di procedere”.
Ci si può congedare con il treno e, temporaneamente, con l’Aghios già nella signorile Desenzano, uno dei paesi più belli presenti lungo il tragitto. Forse però è meglio tenersi la crème alla fine ed iniziare la pedalata da Peschiera del Garda. Una volta percorso il viale della stazione, si svolta a sinistra verso il centro e prima del ponte si imbocca la via che costeggia il lago. Il primo quarto di tragitto si percorre quasi interamente lungo strade sterrate; a Lazise parte anche una pista ciclabile che porta fino a Bardolino. Il panorama di queste zone alterna amenità come il cosiddetto Profilo si Napoleone, formato dai monti Gu e Pizzocolo, a squarci trash come il lungolago di Bardolino. Una volta giunti a Garda è necessario spostarsi lungo la via asfaltata, che sale leggermente. Prima di arrivare a Torri del Benaco si può far tappa alla Baia delle Sirene, spiaggetta frequentata da hippy e nudisti.
Bardolino, vista dal monastero
Nonostante viga ovunque il divieto di campeggio libero, chi deciderà di piazzare i picchetti da quelle parti troverà facilmente compagnia con cui spartire del vino. Questa non è comunque l’unica alternativa: alcuni fortunati raccontano di aver ottenuto da qualche contadino il permesso di dormire nei loro campi. Altri più avventurosi hanno piazzato la tenda senza chiedere niente a nessuno e pare non si siano trovati fucili puntati contro. Quale che sia la sistemazione per la notte, l’invito è quello di lasciarsi cullare dai panorami e di addormentarsi con quella sensazione di quiete interiore che il contatto con la natura riesce a trasmettere.
E disse ancora ch’egli amava la vita di famiglia. Cercò una
parola più intelligente per addobbare la bugia e la trovò
subito: Egli amava la vita di famiglia ove era necessario
di pensare ora all’uno ora all’altro e mai a se stessi, alla
propria miseria. Parlava della propria miseria in un momento
in cui assolutamente non la sentiva, coi soldini in
tasca pronti per le mance e il suo affetto per tutti i deboli
in cui s’imbatteva, il suo affetto tanto grande da raggiungere
anche delle persone che non aveva mai visto, come
l’indimenticabile Paolucci.
Più si procede verso nord e più il lago è pulito. Se il primo giorno gli schizzinosi venivano giustificati, da Pai in su non ci sono scuse: un tuffo e si riparte. La punta del Garda si raggiunge lungo un’armoniosa lingua d’asfalto che convince più che altro i motociclisti. Nonostante la nota poco poetica, la vista non rimarrà delusa dal paesaggio che a sinistra mostra le montagne avvolgere il corso d’acqua sempre più stretto, mentre a destra con distese di ulivi e i vigneti. Come Peschiera, Lazise e Torri, anche Malcesine vanta un proprio castello. Questi edifici erano delle roccaforti volute inizialmente dagli Scaligeri, signori di Verona, per difendersi dagli invasori che giungevano dall’Austria. Al confine con il Trentino si attraversa la Riserva Naturale della Gardesana Orientale, e pochi kilometri dopo si arriva a Torbole. Da lì, una piccola deviazione permetterà di ammirare le Marmitte dei Giganti: grotte nate dallo scioglimento dei ghiacciai. La tappa successiva è Riva del Garda, punto più alto del viaggio. La località è ordinata e piena di tedeschi ed è possibile visitarla grazie ad una pista ciclabile interna al paese.
Malcesine
A questo punto non rimane che scendere. La sponda lombarda presenta strapiombi che impediscono di accedere al lago. Niente spiagge, ma la posizione sopraelevata della strada sarà l’ideale per gli amanti della fotografia, che potranno, qui più che mai, sbizzarrirsi alla ricerca dell’angolazione e della luce perfetta. Attenzione però perché questo è anche il tratto più ostico per via di un paio di gallerie piuttosto lunghe ed alcune salite un po’ faticose (ma niente rispetto a quel che si sarebbe trovato girando attorno al lago in senso orario). Una volta superate queste difficoltà si inizia piano piano a scendere; i dislivelli della terra sul lago si appianano ed in poco tempo si attraversano Limone, una delle località più a nord dove crescono gli agrumi, Tignale e Toscolano Maderno. A questo punto il periplo del lago è quasi interamente compiuto, ma è bene cercare un ricovero per la notte per non affaticarsi troppo. Di nuovo la sera, di nuovo al viaggio in bicicletta si sostituisce il corto viaggio sentimentale di carta:
[…] il biondino nel cantuccio
si mosse, tese i bracci per sgranchirsi, come se fosse
uscito da un sonno profondo, e mormorò chiaramente:
“Come i sogni sono belli! Peccato lasciarli!”.
Fu un’avventura enorme nel viaggio del signor
Aghios di sentirsi dire una cosa simile da uno sconosciuto.
Veniva improvvisamente ammesso nell’intimità
di un proprio simile sconosciuto. Con costui non occorreva
mica fumare per accostarlo.
Volle ripagarlo di uguale moneta consegnando anche
lui qualche cosa della sua intimità. “Io so sognare anche
senza dormire” disse sorridendo.
L’ultimo pezzo di lago, oltre alle solite bellezze paesaggistiche, offre diverse attrattive storico-culturali. Dopo Gardone Riviera, dove sorge il Vittoriale degli Italiani dove visse Gabriele D’Annunzio, si attraversa la tristemente nota Salò, e dopo venti kilometri circa e qualche località un po’ turistica ed un po’ industriale, si giunge nella già menzionata Desenzano. L’ultima tappa è la penisola di Sirmione, anch’essa con il suo castello ma soprattutto con i resti di una villa romana sorta tra il I secolo a.C ed il I d.C., che pare fu dimora del poeta Gaio Valerio Catullo. Tornare a Peschiera poi è questione di poco tempo. Lì, svuotati di pensieri e negatività e con la libertà data da momenti di solitudine itinerante che qui si è cercato di descrivere, si può imboccare la prima pista ciclabile a lunga percorrenza della Lombardia: la Peschiera – Mantova, che scorre lungo il fiume Mincio.
Presentato nel 2012 al Festival di Cannes e accolto con scroscianti applausi, Holy Motors è rimasto tagliato fuori dai cinema italiani per un anno, mentre nel resto del mondo diventava un film di culto. Grottesco, esagerato, ambizioso, sempre sul punto di diventare più video-arte che cinema, Holy Motors ha diviso la critica di tutto il mondo e generato discussioni infinite su blog e siti di cinema. Ora, dal 6 giugno 2013, è stato distribuito in qualche piccola sala cinematografica e così anche i poveri italiani potranno vederlo.
Ma di cosa parla innanzitutto il bizzarro film di Leos Carax, regista e critico cinematografico in circolazione dagli anni ’80 ma con all’attivo solo cinque film? Holy Motors parla di una giornata di Oscar (Dennis Levant), un uomo che, a bordo di una lussuosa limousine, attraversa Parigi e ha nove appuntamenti in agenda. La particolarità tuttavia sta nel fatto che per ogni appuntamento Oscar cambia identità e la limousine altro non è che un gigantesco camerino itinerante con set di specchi, parrucche e trucchi. Ecco quindi che Oscar assume le sembianze di un mendicante, di un broker di borsa, di un killer, di un acrobata con tuta-motion capture per un videogioco, di un rivoluzionario, addirittura di un elfo/troll che vive nelle fogne di Parigi, ma anche quelle di un padre che va a prendere la figlia ad una festa di amici e di un uomo che torna stanco a casa dal lavoro.
Come si può intuire dalla trama, Holy Motors è un’opera debordante, spregiudicata, un’opera che pretende di parlare di tutto, dal cinema alla condizione dell’uomo nella società contemporanea, dal rapporto tra Arte e fruitore all’attuale situazione socio-economica. Insomma è un film che, usando un eufemismo, non mette certo freni alla propria ambizione. La cosa positiva è che riesce a sopravvivere alle proprie ambizioni e a essere, pur tra mille imperfezioni, un grande film. L’escamotage della limousine/camerino permette infatti al regista di parlare da una parte del cinema d’oggi, descritto come una forma d’arte ripetitiva, senza un vero pubblico e destinata a non raggiungere mai “il Bello Artistico” e dall’altra della folle vita dell’uomo urbano contemporaneo e delle assurde maschere che deve indossare per arrivare vivo in fondo ad una sola giornata.
Un film dunque da vedere, con una potenza visiva sconosciuta che spesso esce agli argini del cinema ed esonda nella video-arte postmoderna (in questo senso, molti gli omaggi all’opera Cremaster di Matthew Barney), un film destinato probabilmente a essere amato o rifiutato, un film destinato a far discutere in eterno. E proprio in virtù di tutto ciò, un film che fa bene alla storia del cinema.
Perché no
di Jessica Pompili
Metaforico, onirico, immaginario, artistico, surreale, icastico, in pratica al termine di questo film l’unica cosa che resta di concreto è il biglietto pagato al botteghino. Battute a parte, l’ultimo film di Leos Carax è davvero qualcosa di particolare e la strana storia del misterioso uomo dedito al travestimento ha impiegato poco tempo a dividere critica e pubblico. A partire dalle facili polemiche (la blasfema e provocatoria ricostruzione della pietà di Michelangelo), per approdare a una sfilza di recensioni tutte convinte di svelare il complicato contenuto con la loro personalissima interpretazione del film. E il risultato è, inevitabilmente, un gran guazzabuglio di idee.
E’ un film difficile quello di Leos Carax, difficile da capire e da apprezzare. Tanto per cominciare, perché è volutamente intellettualista, per cui, cinefili della domenica, restate pure a casa. Holy Motors nasce pensato e confezionato al solo scopo di stupire i cultori dell’arte e di compiacere chi di cinema se ne intende. Le citazioni, i rimandi, le sottili allusioni sono tante e non facili da individuare. Ma non è solo questo il problema. Holy Motors è anche un film che non si svela, un film che gode a chiudersi nel suo mistero e nei suoi messaggi criptici.
Ed è a questo punto che fioccano dalla critica le interpretazioni più disparate. Chi ci ha visto la celebre metafora della vita come teatro, chi ha indubbiamente riscontrato un messaggio attento a rappresentare la realtà alienata della nostra epoca, e chi infine ne ha visto un elogio al cinema nelle diverse interpretazioni degli attori. Non manca, poi, chi ha risolto il problema concludendo che di film di questo tipo è inutile cercare il significato. Ebbene, il problema di Holy Motors è forse questo, che è tutto e niente. Bella l’idea alla base del film, ma troppo lunga la prima parte e decisamente ridondante in molti tratti. Interminabili alcune sequenze, e francamente spiazzante il finale. Il risultato è un’esperienza artistica a senso unico, il bello per il bello, il cinema per il cinema.
Nuotare a largo della costa, in aperto oceano atlantico, non è di certo una delle esperienze più confortanti della vita. Non solo hai sempre la netta sensazione di far mulinare le braccia a vuoto, ma la prima cosa su cui ti si fissa lo sguardo sono i raggi solari che man mano si perdono nel blu. Il tutto è accompagnato dall’unico suono che riesci a percepire: l’inquietante rumore del tuo respiro nel boccaglio.
Ma poi, quasi all’improvviso – perché in realtà erano lì già da un po’ a osservarti – senti suoni simili a numerose “i”, che si alzano e si abbassano di intensità, e mentre cerchi di individuarne l’origine scorgi sette e più delfini che dal basso, rallentando la nuotata, sbirciano all’insù con il corpo di traverso, combattuti fra la diffidenza e la curiosità. Ed è proprio in quel momento che, cercando di non bere, cominci a sorridere dietro il boccaglio.
Azzorre, Settembre 2012. Primo viaggio in solitaria.
Ho sempre avuto il pallino di voler nuotare coi delfini, chiaramente abbindolata da film e telefilm Flipper, che guardavo a bocca aperta. Così l’anno scorso, messi da parte un po’ di soldi, decisi che era giunto il momento di realizzare il mio sogno: cominciai a cercare posti ed eventuali compagni di viaggio. Non solo scoprii che fosse illegale nuotare coi delfini in cattività, ma pure di non avere né amici né conoscenti abbastanza squilibrati da seguirmi. Partii da sola, verso le Azzorre.
Le Azzorre sono un arcipelago di nove isole vulcaniche distanti da 1600 a 2000 km dalla costa portoghese, e dal 1976 costituiscono una Regione autonoma del Portogallo. Di queste isole non esistono guide turistiche soddisfacenti, quindi conviene appoggiarsi a Internet. La mia ricerca cadde sull’isola di Pico, la seconda territorialmente più estesa dell’arcipelago, dove, per l’appunto grazie alla rete, riuscii a scovare un gruppo di biologi marini specializzati nel whale watching e dolphin swimmers (sito: Pico Sport). Le isole sono sempre state famose per la presenza di cetacei nelle loro acque, tanto che la caccia alle balene fu la fonte economica principale dell’arcipelago, in particolare nel XIX secolo, quando le loro acque venivano solcate da baleniere provenienti da Stati Uniti, Norvegia, Gran Bretagna e Russia. Oggi, invece, dopo la moratoria a livello mondiale, la caccia alle balene è vietata in tutte le isole dalla metà degli anni Ottanta. Di conseguenza, l’unica soluzione fu di sfruttare la presenza dei cetacei ribaltando il punto di vista: non più caccia, ma osservazione e protezione.
Common dolphins e atlantic spotted dolphins
Le uscite in mare coi delfini sono organizzate con un gommone da sei persone, massimo otto, che porta in mare aperto, abbastanza lontano dalla costa se il tempo lo permette, verso i tratti di oceano dove gli animali sono soliti andare a cibarsi. Una volta usciti dal porto del villaggio Madalena parte la gara a chi avvista il primo delfino e può trionfalmente urlare «Dolphins!»; a quel punto ci si accosta al gruppo e, al momento opportuno, la guida fa scendere in mare due persone alla volta, in modo da non spaventare gli animali.
Durante la mia prima uscita mi ero ripromessa di non restare delusa nel caso non avessi visto nulla, pensare che avrei avuto altre occasioni nei giorni seguenti. Invece pare proprio che alle Azzorre i delfini siano numerosissimi: soltanto una mattina è successo che si mantenessero a distanza, lasciandosi avvistare per poi sparire fra le onde. Si trattava di un gruppo di delfini misto, composto da più di 50 esemplari di Stenelle (Striped dolphins) e di Delfini comuni (Common dolphins), che giocando e scappando con le scie dei gommoni, hanno cominciato a saltare a gran velocità sulla superficie dell’acqua. I Delfini comuni sono stati la prima specie di delfino che ho potuto ammirare da vicino, nuotando con loro. Nelle successive uscite, l’oceano è stato generoso, permettendoci di incontrare una varietà di specie: dagli enormi e veloci Grampi (Grampus grisou), per inseguire i quali ho quasi perso di vista il gommone; ai Tursiopi (Spotted Dolphins), che scendono in profondità e inseguendoli si rischia di rompersi i timpani.
Tursiopi
Di quest’ultima specie fa parte il nostro Flipper; nella mia esperienza, sono stati davvero subdoli, sperando di fare un complimento alla loro intelligenza. Si lasciavano avvicinare tranquillamente con l’imbarcazione e una volta che scivolavi nella gelida acqua oceanica, a poco a poco si inabissavano, fermandosi a tratti a osservarti, e il loro sguardo comunicava solo una cosa: «Dai forza, vediamo se riesci ad arrivare fin qui». Tradotto in inglese dalla mia compagna austriaca: «Fuck off, stupid humans!».
La padrona incontrastata di queste terre è senza dubbio la natura: sia in terra che per mare, sia col sole che con la pioggia, il ritmo della vita è dominato dalle bizze dell’ambiente. Un’armonia ciclica pervade gli abitanti rendendoli attivi d’estate e riflessivi d’inverno. Di tutte le piacevoli e disponibili persone che ho incontrato lungo la strada, senza dubbio Jousua, Rogers e Nilton sono coloro che ricordo con più affetto.
Vulcano Pico (2351 m)
Rogers è una guida turistica del Parco protetto del Pico, il vulcano che dà nome all’omonima isola. Lavora al Centro situato a 1200 metri sul vulcano, prima della grande salita verso la punta.
Nilton, , invece, è la guida di montagna che Rogers mi ha suggerito per organizzare la risalita notturna del vulcano e ammirare l’alba sull’oceano. Teoricamente molto bello, ma in pratica pioveva troppo e il programma è saltato.
Jousua è, invece, un amico d’autostop; o meglio, lui mi ha caricato sul suo furgoncino rosso. Signore di mezza età, subito mi ha preso in simpatia e ha cominciato a chiedermi nomi e posti italiani, rivendicando la sua conoscenza di Roma, che dopo incomprensioni e risate, scopro ridursi a due ore di attesa del bagaglio all’aeroporto di Fiumicino. Accetta di portarmi a Santo Amaro, villaggio sulla costa settentrionale dell’isola, dove spero di ritrovare una signora tedesca conosciuta il primo giorno di viaggio, ma a una sola condizione: Joshua deve assolutamente portare una botte di vino a un amico; così gli assicuro che le deviazioni non sono per me un problema. Innamorato profondamente della sua terra, il portoghese brizzolato mi mostra terre vulcaniche “appena” formate, numerosi vigneti e sue proprietà, con tanto di degustazione di vini e liquori prodotti da lui.
Vigneti tra le rocce vulcaniche dell’isola
Ci salutiamo con simpatia all’entrata del negozio d’artigianato tessile a Santo Amaro, in cui avrei trovato la figlia della mia amica tedesca, Christa. Entro a chiedere informazioni: tutti la conoscono, effettivamente, ma di certo né lei né qualcuno della sua famiglia lavora lì. Scopro, dunque, che non solo la mia capacità di comprendere l’inglese è pessima, ma che Christa aveva semplicemente usato il primo biglietto trovato in borsa per scrivermi il suo nome. Dopo altri passaggi arrivo a casa sua e mi godo una meritata tazza di caffè portoghese.
La visita si rivela di fatto più utile del previsto: è Christa a suggerirmi alcune mete irrinunciabili, come il Vulcano Campelinhos, circondato da un paesaggio lunare che si specchia direttamente nell’acqua cristallina, e la Caldeira del Vulcano di Faial, dal diametro di 2 km, da cui è nata l’omonima isola che fronteggia quella di Pico.
Vulcano Capelinhos (501 m; ultima eruzione: 1958)Caldeira Grande di Faial
Per alcuni tratti, il mio viaggio in solitaria si riempie di compagni; eppure nel momento in cui riprendi il tuo tragitto e ti avvolgi nelle tue riflessioni, scopri limiti ed eccessi del tuo carattere e le emozioni possono intensificarsi a dismisura, senza che la presenza di nessuno le tenga a freno. Occasione, offerta dalla solitudine, di conoscere l’essenza di luoghi di un angolo del Pianeta, ma anche di un angolo chiuso dentro il proprio sé.